9 Ottobre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Ottobre

9 Ottrobre 2017


9 ottobre 2017, ore dieci e venti

Li ho portati tutti a fare colazione da Tiffany. Non sto scherzando. La migliore pasticceria della città ha il nome della gioielleria alla cui vetrina si specchiava l’incantevole faccino di Audrey Hepburn nel famoso film cult degli anni del boom. Già ieri sera avevo capito che le cose rischiavano di degenerare. C’è una tensione annodata intorno al collo di ciascuno di noi come un cappio sempre più stretto. Così, ogni tanto, qualcuno sclera. Tipo Jenny che è uscita dal suo appartamento urlando ‘sei una troia ipocrita e baciapile, vaffanculooooo’ all’indirizzo della sua (ex?) migliore amica e sbattendo la porta con uno strappo tale che solo una scoreggia di Mauro avrebbe saputo fare di meglio. A parte il fatto che Monica non è né sarà mai una ‘troia’ né in senso proprio né in senso figurato (di persona doppia e bastarda, voglio dire), quello che mi ha colpito è stata la terza parte dell’invettiva. Ipocrita? A Monica? Che è trasparente più dello specchio vergine di un laghetto alpino? Se Jenny è arrivata a tanto vuol dire che siamo veramente prossimi al collasso.

Di me e della mia cantatina d’amore alle vetture all black già sapete. Poi c’è Martini che, sempre ieri, dopo cena ha preso per la collottola Giulio, lo ha scaraventato contro la parete dell’androne, gli ha afferrato i testicoli e glieli ha strizzati fino a farlo piangere, anzi finché il burino non ha implorato perdono a mia madre. Le aveva dato della vecchia rincoglionita perché lei non aveva risposto alla seconda scampanellata. Stupiti della veemenza del timido Martini? Anch’io. Non l’avessi visto coi miei occhi non ci avrei creduto. Anche di corporatura sembra meno fragile e dinoccolato di prima e, se non fosse impossibile, giurerei che persino i radi peli sul capo si stanno infoltendo. E del carisma, poi, vogliamo parlarne? Ha un piglio da leader, si muove con una sicurezza e con una boria ai limiti della tracotanza e nei confronti del Perlingioni non ha più l’atteggiamento del garzone factotum, ma del compagno fidato. Sarà l’amore, visto che di mia madre posso dire altrettanto. Meno ciarliera, meno isterica, meno anziana, persino. Si veste scegliendo con cura gli accostamenti e stamane ho notato che indossava un’attillata camicia azzurrognola. Proviene, ci metterei la mano sul fuoco, dal guardaroba della Guidobaldi. Comunque, quale che sia la ragione di questi mutamenti, i coglioni di Bruno hanno rischiato di implodere stile supernova. Vederlo accasciato che gemeva come un cucciolo di labrador mi ha impietosito. Ho guardato in faccia Martini e lui mi ha scoccato un’occhiata minacciosa del tipo ‘visto come li trattiamo i prepotenti qui dentro?’ che mi ha… intimorito. Poi mi ha richiesto della famosa pomata antistaminica perché adesso sia lui che mia madre accusano gli stessi attacchi di prurito che hanno tormentato me fino a qualche settimana fa.

L’acme della tensione si è avuto verso mezzanotte quando Giulio ha cercato di sfondare la porta dell’appartamento di Perlingioni imprecando contro il geometra e accusandolo di aver plagiato il cervello del povero Martini. Gli strepiti si sentivano fino al terzo piano. Senza contare i colpi d’ascia con cui il derelitto stava cercando di sfondare l’uscio blindato del Perli. ‘Ti ammazzo, pezzo di merda, ti riduco in poltiglia, bastardo, figlio di puttanaaaa’. Ci siamo ritrovati sul pianerottolo nell’improbabile tentativo di contenerne i furori io, Sergio, Martini e persino Mauro che mi chiedeva perché quell’omone stesse gridando. Tutti in pigiama che cercavamo di placare, anzi di placcare, quella massa di muscoli e di ciccia che si dimenava come una piovra gigante tirando, di taglio e di punta, colpi d’accetta che scheggiavano, alternativamente, il legno e il muro. Alla fine lo abbiamo calmato e ricondotto ai suoi locali. Poi abbiamo suonato il campanello di Perlingioni che, dopo essersi sincerato che non ci fosse più pericolo, ha aperto uno spiraglio tenendo la catenina di sicurezza ben agganciata all’anta del portoncino e ha mormorato, da pavido rottoinculo qual è: «Bisogna fare qualcosa, non si può andare avanti così». È in quel momento che ho deciso di portare tutta la ‘ciurma’ a fare una bella colazione al bar. Ho diramato gli inviti così, su due piedi, e tutti si sono detti d’accordo. Insomma, bisogna fare qualcosa di normale, altrimenti quest’angoscia finirà per ucciderci, anzi per farci uccidere tra noi come cani rabbiosi. Gliel’ho detto nel modo più piano e convincente possibile e son riuscito a persuadere persino Jenny che schiumava ancora di rabbia contro Monica e se n’era andata a dormire in un appartamento vuoto per non dover condividere le stanze con lei. Non ho avuto modo di chiedere a Monica cosa diavolo avesse da sbraitare contro Jenny, ma mi son ritagliato il tempo, prima di tornare a letto (da Nadia), per riuscire a starmene finalmente un po’ in intimità con lei. Non abbiamo fatto niente di che. L’ho trovata di cattivo umore, fra l’altro impestata anche lei dal formicolio pruriginoso di cui evidentemente sono l’involontario untore. Ha dolcemente declinato il mio invito a scopare (prima che la materia prima si dilegui irrimediabilmente) afferrandomi (e scollandosela di dosso) la mano che già si era infilata sotto il pigiama per riprovare il piacere di sensazioni perdute. Mi ha detto che soffre quanto me per la difficoltà che facciamo a vederci, ora che Nadia è più vigile di un sensore d’allarme nel  monitorare i miei spostamenti. Mi ha anche detto che le dispiace molto che non mi sia ancora fatto vivo alle serate di meditazione. Ha aggiunto che non è un caso se quelli che vi prendono parte sono i meno aggressivi tra noi (non credo che le palle di Giulio assentirebbero visto che Martini è forse il frequentatore più assiduo di questi ritrovi new age). Probabilmente è per questo che Jenny se l’è presa, mi ha confessato, per l’insistenza con cui lei sta cercando di convincerla a trascendere i dolori di questo mondo entrando in uno stato vibratorio più ‘spirituale’. Ha detto proprio così, mi ha quasi commosso per quanto riesce a mantenersi in equilibrio, grazie alla sua assidua pratica yogica, mentre tutti fuori perdono la testa (i pochi che ancora ne hanno una).

È questa la saggezza, giusto? Lo predicava persino Rudyard Kipling nella famosa poesia If. Comunque, io le ho promesso che avrei fatto uno sforzo per vincere la mia ritrosia se in cambio lei veniva alla colazione. Ha accettato. A Nadia ho detto il contrario altrimenti non sarebbe uscita. Sento che è indispensabile far prendere un po’ d’aria ai circuiti cerebrali di tutti se vogliamo sperare di tirare avanti almeno un’altra settimana. Com’è andata? Da qui al Tiffany’s bar direi discretamente. Nessuno ha azzannato nessuno, se è questo che vi state chiedendo. In giro, fra l’altro, non è mai stato così ‘sicuro’ bighellonare perché tutti i cani randagi che popolavano le strade fino a un mese e mezzo fa sono stati abbattuti, a colpi di fucile di precisione, dai cecchini che pattugliano con le camionette le principali arterie cittadine. Quindi ci siamo trascinati col capo chino e la testa raggomitolata nei giubbotti verso la nostra destinazione. Ho provato a far volgere il barometro dell’umore collettivo verso il bello, ma le due pietose battute che ho sparato sono cadute nel vuoto come briciole dal balcone. Del resto, non credo vi sentireste molto meglio nell’attraversare, forse per l’ultima volta (ogni cosa che facciamo è, forse, 'per l’ultima volta', è chiaro?), luoghi di transito fino a ieri piacevolmente familiari ridotti a una landa. Ogni tanto passava una jeep della pula o dei carabinieri o del genio militare e qualcuno di noi faceva ciao con la manina a mo’ di scolaresca in gita di piacere. Qualche agente si fermava per chiederci dove alloggiamo, in quale caseggiato, se abbiamo notato stranezze e altre amenità. Le nostre risposte alle loro domande sono state banali quanto i loro riscontri ai nostri quesiti.

Alla fine siamo entrati nella pasticceria. La porta era chiusa con un lucchetto che la cesoia del nostro portiere ha  tranciato senza difficoltà. Ci siamo accomodati ai lussuosissimi tavolini, mentre mia madre, Jenny e Nadia si davano da fare per apparecchiare scegliendo tra le stoviglie migliori e Giulio e Martini armeggiavano coi manicotti neri della macchina da caffè. In giro, molta roba avariata, ovviamente, ma anche delle magnifiche torte Saint Honorè (con le fettine di ananas e mandarancio a decorare l’insieme) custodite nei frigo ancora attaccati. Non so chi pagherà le bollette di Tiffany, ma vi posso dire che ci siamo rimpinzati fino a scoppiare accompagnando la nostra merenda con litri di caffè e persino con del buon ‘Perignon’ stappato per l’occasione. Non dico che stavamo bene, ma eravamo discretamente rilassati, questo sì, almeno fino a quando è successa questa cosa di cui ancora mi chiedo la ragione.

A un certo punto, mentre eravamo tutti concentrati a leccarci la panna dalle dita o a sorseggiare la spumetta beige di un arabico forte, di quelli da intenditori, Mauro ha interrotto il nostro pacifico ruminare con questa frase: «Ci verranno a prendere e ci termineranno tutti, uno a uno». Siamo rimasti bloccati, come in trance. Vuoi perché non ti aspetti da un bambino delle frasi così studiate e foriere di cattivi pensieri, vuoi perché nell’esatto istante in cui ha pronunciato quelle parole, ho avuto la sensazione ‘fisica’, quasi dolorosa che l’ala nera di un presagio ci avesse sfiorato con le sue piume fatali. Jenny, che di solito ride sempre, è scoppiata a piangere, Nadia è sbiancata, io ho provato a sdrammatizzare chiedendo a Mauro, visto che ormai so come prenderlo: «Forse volevi dire: ‘sterminarli tutti’, vero, Maurino? L’hai sentita in un videogioco, giusto? Questa cosa l’hai sentita in un cartone animato, vero?». Ansimavo un po’, e le mani mi tremavano. Lui ha piegato la testa verso destra e mi ha fissato, per un momento, con l’assoluta presenza di spirito che aveva il mio caro detective quando era un uomo adulto tutto d’un pezzo e non un infante piagnucoloso nel corpo di un grassone. Poi ha detto: «No avvocato. Ho detto sul serio. I pochi rimasti, i pochi che resistono verranno terminati, uno a uno, notte dopo notte, finché tutti saranno scomparsi e il mondo liberato. Non l’ho visto in un cartoon, l’ho visto dentro la macchina nera. Ti ricordi avvocato?». Mi ha annichilito.

Stavo per decidere come fosse più appropriato reagire in quella circostanza. Nel contempo, provavo a metabolizzare quella che, a tutti gli effetti (e a tutti i presenti), è parsa una profezia terribilmente verace. Ma non ne ho avuto il tempo. Monica mi ha preceduto. Si è alzata, ha fatto quattro dei suoi armoniosi passetti verso il detective, poi ha alzato il braccio destro fin dietro la schiena e ha calato il più spaventoso ceffone che possiate immaginare sulla guancia di Mauro. Ne è seguito un attimo senza tempo dove la vittima di quella cinquina è tornata all’improvviso ad essere il moccioso inerme che mi vive in casa da mesi. È scoppiato in un pianto sconsolato, mentre Nadia realizzava che qualcuno aveva appena picchiato il suo ‘bambino’ e si scagliava contro Monica. Siamo scattati in tre per parte per separarle. Poi, mentre Monica urlava che Mauro ‘deve smetterla di terrorizzarci tutti’ (ma quando mai l’ha fatto, prima, povero cucciolo?), io ho sussurrato nell’orecchio a Sergio, che se ne stava impassibile al suo posto scucchiaiando nella scodella: «Certo che, se cedono i nervi anche a Monica, è finita». Lui, per tutta risposta, ha sibilato: «Ti devo parlare. C’è una cosa che devi sapere sull’indovinello di Fantini».

 
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