8 Settembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Settembre

8 Settembre 2017


8 settembre, notte inoltrata

Sono sudato fradicio, ma non c’è afa. Da quassù, dal tetto piatto del mio palazzo, domino, come sempre, le luci della città. Statiche e, soprattutto, poche. È da questa prospettiva che meglio si coglie la dimensione del tunnel di pece nera in cui ci siamo infilati e che, ormai ne ho la certezza dopo quanto è successo stanotte, è una galleria a senso unico verso l’inferno. Vedete, se potessi convocarvi, proprio ora, sulla sommità dell'edificio, vi apparirebbe una città moribonda che si sta spegnendo, accartocciandosi su se stessa come un castello di cenere. Se ne possono distinguere, a fatica, i contorni degli edifici addossati l’uno sull’altro: masse scure, interrotte qua e là dalla luce di un appartamento. La gran parte delle case non è illuminata. Ma non perché la gente che vi abita stia dormendo. È che, dentro, non c’è proprio più nessuno e nessuno vi farà mai ritorno. Così, anche di sera, quando normalmente il centro dovrebbe animarsi di mille luminarie, si assiste a uno spettacolo sconfortante: il lento dissolversi, una notte dopo l’altra, delle luci artificiali dai muri delle abitazioni e, insieme ad esse, della vita. Lo stesso vale per le strade. Sono solo strisce d’asfalto immobili, non più percorse dai fanali delle auto che si addensano in coda ai semafori per poi riversarsi, ora frenetiche ora a singulti, lungo le arterie cittadine. Adesso tutto è territorio esclusivo di caccia delle auto nere e degli autoblindo della polizia e dell’esercito. Oppure dei pazzi come me e Sergio che si avventurano dopo il coprifuoco a cercare risposte.

Stavolta lo abbiamo fatto in bicicletta, per rimanere esposti il meno possibile all’eventualità di imbatterci in un posto di blocco o nell’agguato improvviso di una tenebrosa berlina. Non è neppure per questo che sono così sudato. Anche perché guidava (e pedalava) Sergio, mentre io ero accoccolato sul manubrio con le ginocchia puntate verso la sella. Avete presente quella romantica posizione da innamorati che si usava una volta per consentire al ragazzo di mulinare i pedali e alla compagna di farsi trasportare cingendogli con le braccia il collo, rapita dal volto dell’amato? Ecco, uguale, a parte che nessuno di noi due aveva una fidanzata di fronte. Ci premeva solo ridurre al minimo i mezzi di trasporto evitando il chiassoso impiego di quelli motorizzati. E poi questa posizione ci consentiva di avere una visuale a trecentossessanta gradi: ci guardavamo reciprocamente le spalle. Così, oscillando e zigzagando, abbiamo raggiunto la casa di Fantini senza mai, tranne una volta sola, doverci nascondere dietro un paravento di fortuna.

Apro una parentesi. Sergio, adesso, è seduto con le gambe penzoloni sul muretto che circoscrive il perimetro quadrato del tetto. Fa dondolare le scarpe come se fosse in procinto di spiccare un balzo, ingobbito nella sua camicia blu notte, con la testa immersa nel fumo della sigaretta, incurante di poter essere avvistato dagli ‘angeli custodi’ che fanno la ronda da basso. In qualche modo lo capisco. Neppure io sono esattamente mimetizzato visto che sto scrivendo, in piedi, con il portatile appoggiato al muretto. Forse non ce ne frega più niente di qualunque cosa possa accadere. Forse, dopo ciò che abbiamo visto stasera, una bella pallottola in testa o un salto giù dal cornicione non pare neppure una prospettiva così drammatica. C’è un bel fresco sull’attico, stanotte. E il cielo ha un colore indaco di un’intensità curiosa. Forse non è neppure la notte giusta per morire. Soprattutto per un prete.

Ad ogni buon conto, arrivati dal Fantini, ci ha subito insospettito il fatto che le luci esterne di casa sua fossero spente e che il cane non ci venisse incontro abbaiando come l’altra volta. Abbiamo dato tre scampanellate, secondo il codice convenuto, ma niente. A quel punto, ho aperto il cancelletto facendo pressione con il mignolo sul dente della serratura e abbiamo percorso velocemente il viale di ingresso fino alla porta principale. Di nuovo tre squilli, di nuovo silenzio. «Strano» ha commentato Sergio: «Lo avevo sentito giusto stamattina e non vedeva l’ora d’incontrarci per ragguagliarci sulle sue scoperte». A quel punto, o tentavamo un’effrazione o ritornavamo a casa. Non è stato necessario consultarci. Ho afferrato il più piccolo dei nani da giardino che componevano un semicerchio nel pezzo di terra sul retro della casa e l’ho usato per infrangere il vetro della porticina del garage. Poi ho impugnato la maniglia rotonda facendola girare. È stato un gioco da ragazzi, a parte la strizza provata per il rumore assordante che ha fatto il cappuccio della statua quando ha fracassato la lastra. Una volta dentro, ci ha colpito il silenzio tombale della casa. Sergio, poi, ha detto che a preoccuparlo non era tanto l’assenza di suoni quanto l’odore sottile che stagnava tra quelle mura. Un puzzo di zolfo di cui era impossibile individuare la fonte, eppure, per quanto leggero e quasi impercettibile, presente in ciascuna delle stanze in cui siamo entrati. In verità, ci è bastato dirigerci verso il salotto per dare un senso a tutta la serata. Lo abbiamo fatto borbottando la classica domanda idiota che immancabilmente viene pronunciata in casi del genere (forse per esorcizzare la paura): «C’è nessuno? C’è nessuno?».

No, non c’era nessuno, ma, a un certo punto, mentre ci trovavamo a metà del corridoio, un rumore inusitato ci ha fatto sobbalzare. È stato come l’improvviso accendersi di un elettrodomestico o, per meglio dire, l’attivazione di un motorino d’avviamento. E poi quella vibrazione sorda e monocorde che ero sicuro d’aver già sentito: rrrrrrrrrrrrrrrrrrrr. Ci siamo piantati come paracarri dove eravamo. Tornare indietro era forse peggio che procedere, perciò ho portato l’indice alle labbra e ho fatto cenno al mio compagno di proseguire. Il prete ha avuto un soprassalto di coraggio. È andato avanti un passo dopo l’altro. Quando è arrivato all’altezza dell’uscio del salotto, ha sporto la testa come una prudente tartaruga dal suo guscio, poi, senza voltarsi, è entrato. Non lo scorgevo più e non capivo cosa stesse facendo, in più me la facevo addosso dalla paura e vi assicuro che mi è parso preferibile farmi scannare in compagnia del mio amico che rimanere da solo nel buio corridoio dove mi trovavo. Così, in un paio di falcate ho oltrepassato la porta del soggiorno e, beh… non so come dire… la scena che ci si è presentata dinnanzi non era quella di un omicidio, quindi non saprei spiegarvi perché ci ha lasciato più sbigottiti e paralizzati di quanto lo saremmo stati nell’imbatterci in un cadavere. In pratica, c’era questa sedia a rotelle del Fantini che girava in tondo, disegnando una circonferenza, lungo una traiettoria che sembrava creata ad arte per impedirle di fermarsi. Qualcuno aveva piegato lo sterzo di quel tanto da fissare quel moto curvilineo uniforme in modo che non venisse mai interrotto da alcun ostacolo. Passava tra lo spigolo del tavolo e la pianta di ficus benjamina, poi sfiorava la credenza e il bordo esterno del mobile laccato venghè che sosteneva il televisore. Quindi completava il suo giretto facendo la barba a due poltroncine per ricominciare quindi il percorso, con il suo carico in bella evidenza. Per quanto, il suo ‘carico’ non fosse esattamente un bel vedere. Soprattutto, non era il Fantini, ma un pupazzo di plastica gonfiabile che ne riproduceva le fattezze e gli indumenti. Stessa tuta extralarge, stessa fisionomia del volto, solo che era cosparso di sangue (non saprei dire se vero o finto) che, in apparenza, sgorgava da orribili squarci disegnati sul corpo della ‘vittima’. Anche il viso, in verità, aveva un suo ruolo in questa sorta di tetra rappresentazione del dolore. La bocca del Fantini di gomma era digrignata come quella di un soldato morto assiderato nell’atto di sfogare un terrore incontenibile.

Siamo rimasti inebetiti a fissare questa scena allestita apposta per noi e io, lo so che è assurdo, ma mi sentivo quasi attratto dalla perfezione estetica con cui era stato allestito il manichino che riproduceva con cura maniacale sia le ferite  da taglio sia un estremo rantolo mortale.

E poi, c’era quella scritta. Un cartello che penzolava dal petto del fantoccio e che abbiamo letto per bene solo quando Sergio ha deciso che era ora di mettere fine a quel perverso trenino e ha bloccato la carrozzina pigiando il tasto off: ‘Dear Priest don’t worry. Your next stop is the hell’.


 
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