7 Luglio 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Luglio

7 Luglio 2017


7 luglio 2017, ore 3:30

È notte fonda. Sto scrivendo sul mio laptop. Mi trovo sulla veranda terrazzata della casa di Nadia. Lei si è addormentata da poco, io credo non ci riuscirò fino a domani notte, almeno. In casa si soffoca per l’afa, il condizionatore è un catorcio degli anni Novanta, portatile, che funziona a singhiozzo, forse persino a gettone. Monica deve averli finiti perché non va più da un pezzo. D’altra parte ne ha solo due di ‘condi’ e li tiene in uno stato di conserva, per non dire vegetativo permanente, unicamente per via della mamma. Ha ottantadue anni e con l’umidità di queste giornate tropicali rischierebbe di lasciarci la pelle. Fosse per la mia cara fidanzata, avremmo fatto sesso in un bagno di sudore. Lei soffre di claustrofobia e ha il sonno leggerissimo. Così, dopo avermi accontentato accendendolo giusto il tempo di scambiarci un po’ di coccole, credo abbia sabotato la macchinetta col tubo di gomma che sporge dalla finestra di camera sua, proprio per evitarmi di utilizzarla mentre dormiamo. Secondo lei si è semplicemente guastata. Qui fuori, se non altro, si respira, c’è una bavetta d’aria che tira da ponente e, addirittura, fa oscillare le foglioline dei gerani che la mamma di Nadia coltiva sul davanzale. Sono completamente nudo, a parte l’orologio. Sto fumando come al solito più del necessario per cercare di riordinare le idee. Intorno, un silenzio surreale, rotto solo dal ronzio dei condizionatori che vanno a pieno regime in tutti i caseggiati vicini e che tanto somiglia al motore di certe berline nere, lucide come l’ebano…
Davanti a me, dentro un groviglio di carta da giornale, un mazzo di bruscandoli raccolti dalla mamma di Nadia. Sono erbette selvatiche con cui ci si fa un buon risotto che da piccolo adoravo. Quello che ha attirato la mia attenzione non è tanto il profumo proustiano delle piantine (per quanto una fitta di nostalgia me l’abbia procurata) quanto l’ultima pagina del vecchio quotidiano che le avvolge. È quella dedicata ai defunti, con tutte le loro fotografie e i necrologi, ora misuratamente originali, ora convenzionalmente fastidiosi. Non avrei mai immaginato di arrivare a contemplare la sezione ‘dipartite’ di un giornale come qualcosa di appartenente a un’epoca passata. Eppure… Eppure quello che ho scoperto parlando con don Sergio ha dell’incredibile e, se vero, getterebbe una nuova luce sugli accadimenti degli ultimi mesi. Anzi, spalancherebbe la porta di un nuovo mistero dentro quello delle inspiegabili sparizioni con cui tutto il mondo si sta confrontando. Cominciamo dal prete, allora.
Sono arrivato in canonica alle 22:00 in punto. Lui mi aspettava sui gradini, seduto con le braccia incrociate. Indossava una camiciola leggera a maniche corte di un grigio antracite, con il clergyman che usciva da una delle fessure del colletto sbottonato da cui, a loro volta, sporgevano dei ciuffi ricci e ribelli di pelo scuro. Strano per un pastore, ho pensato. Deve piacere molto alle sue parrocchiane, mi ha suggerito l’istinto, forse per quel vezzo ai limiti della decenza (ovviamente, questa considerazione viene dritta dal mio genitore interiore, bacchettone e baciapile), forse per il viso d’angelo dai contorni definiti, con la mascella squadrata, gli occhi di un intenso nocciola, i capelli lisci tenuti sportivamente spettinati. Ci siamo guardati per qualche secondo in silenzio, studiandoci.
«Così tu sei l’avvocato ficcanaso» ha esordito lui ridendo. «Così tu sei il prete dei segreti» ho replicato io, serafico. È scoppiato a ridere e mi è piaciuto all’istante. Un tipo sveglio, senza affettazione, non compreso nel ruolo. Uno, per intenderci, che avrebbe successo in qualunque impresa si cimentasse. E, soprattutto, con l’impagabile attitudine di riuscire amabile alle persone. Gli ho chiesto se fosse del segno dei gemelli e, ovviamente, la risposta è stata affermativa. Lo zodiaco non sbaglia mai. Comunque, mi ha fatto entrare e, prima di chiudere la porta, si è guardato furtivamente le spalle, ma il piazzale era vuoto e questo fatto è parso tranquillizzarlo.
Una volta all'interno, dopo esserci informalmente presentati, mi ha fatto accomodare sulla sedia del cucinino dicendomi che aveva appena finito di cenare e chiedendomi se gradivo qualcosa. Ho optato, dovendo scegliere tra un caffè, un limoncello troppo chiaro per essere vero e un amaro Jesus, per quest’ultimo. Me lo ha servito su una tazzina sbrecciata. Mentre il liquido ambrato si addensava nella chicchera fin quasi a traboccare, lui mi studiava e intanto io studiavo il locale. Arredato con mobili vecchi, più che antichi. Una tavola di formica anni Settanta con le gambe di metallo a cono rovesciato, un forno poco usato a giudicare da ciò che conteneva (vecchi numeri di “Famiglia Cristiana” e di “Civiltà Cattolica”), una credenza decisamente non in pendant con il resto del mobilio, una catasta rosa di gazzette dello sport nell’angolo vicino alla porta, il tutto in un contesto disadorno a voler risultare gentili, trascurato per essere precisi.
«Non ti piace fare il casalingo, vero?» ho buttato lì con una certa complicità. «Neanche quello del prete è un mestiere facile, se è per questo, ma almeno ci provo. La gestione della casa, invece, la lascio per intero alla signora Rosetta». Ha sorriso a sua volta, poi si è messo a mescolare lentamente il caffettino come per studiarsi le parole giuste da dire. Ho mandato giù due o tre sorsi di amaro e poi sono andato giù piatto: «Il signor Martini mi diceva che forse sai qualcosa che potrebbe interessarmi». Don Sergio si è riscosso come se l’avessi svegliato da una pennichella: «Ah sì! Martini. È uno dei miei parrocchiani più bisognosi, non in senso economico, da quel punto di vista sopravvive. Però, psicologicamente intendo, è distrutto e, per me, lui adesso è una delle priorità». L’ho osservato in tralice: «Tipo pecorella smarrita, vuoi dire?». Non ha riso, ha soltanto stirato gli angoli della bocca all’in giù in una smorfia da pagliaccio ferito che forse esprimeva disagio per la mia battuta fuori posto. «Non lo so, non mi piacciono i luoghi comuni. Diciamo che adesso lui soffre come un cane. La moglie anche di più, ma almeno lei è ricoverata in un reparto di sicurezza dove la monitorano e controllano di continuo. Lui si sta lasciando andare lentamente. È un uomo alla deriva. Credo sia materia di mia competenza, così come la figlia, a quanto pare, lo è per te».
Ho annuito cercando di indovinare dove volesse andare a parare, ma non era semplice. Trovarmi a tu per tu con un idealista puro (perché altro non può essere il buon Sergio), mi affascinava e disturbava allo stesso tempo. In giro c’è così tanta indifferenza e rassegnazione che certi uomini spiccano come lampadine accese in una discarica di neon bruciati. Soprattutto, non c’è bisogno di farli parlare poi così tanto per capire di che pasta sono fatti. A me bastano cinque minuti per pesare una persona e sbaglio di rado. Un dono, ma anche un fardello, in particolare quando ti tocca confrontarti con qualcuno che, umanamente parlando, è due spanne sopra di te. Ho cercato di scacciare quell’idea balorda, di dovermi cioè misurare con la tempra morale del prete e sono tornato al punto: «Allora, cos’hai scoperto che potrebbe servire alle indagini?». È rimasto in silenzio un paio di minuti, come per decidere se avesse di fronte l’uomo giusto cui fare certe rivelazioni, poi si è alzato di scatto e mi ha detto di seguirlo. Ci siamo incamminati per un corridoio in penombra e sono riuscito a buttare un occhio su un salotto spoglio di tutto tranne che di libri, ammonticchiati ovunque, e su uno studiolo con sedia, scrivania e computer portatile acceso. Mi ha fatto salire una scala a chiocciola e, alla fine, siamo sbucati in un pianerottolo su cui si affacciavano un bagno, una stanza usata come palestra con cyclette e altri attrezzi (un prete cultore del fisico mi mancava…) e un’altra cameretta. Mi ha fatto accomodare in quest’ultima, ho dovuto abbassare la testa per non picchiarla contro le travature inclinate del sottotetto mansardato e mi sono seduto su un letto sfatto con riviste, ritagli di giornale, fotografie, opuscoli sparsi un po’ dappertutto. Lui si è chinato sotto l’armadio a muro e ha sfilato da lì sotto un valigione di cuoio nero con le aperture a scatto protette da un meccanismo di sicurezza. Ha sollevato il coperchio in modo che non potessi sbirciare e mi ha passato un ritaglio di giornale del primo gennaio 2017. Titolo del pezzo, su due colonne di pagina 15: «Nell’anno appena iniziato la terrà toccherà la cifra record di sette miliardi di abitanti. Il sette miliardesimo dovrebbe nascere, secondo le stime, in aprile molto probabilmente nell’Asia orientale o nell’Africa sub sahariana». L’articolo spiegava che la sovrappopolazione del nostro vecchio mondo ha raggiunto ormai livelli di guardia e che il contenimento delle nascite non serve praticamente a nulla stante la diffusione troppo lenta dei metodi contraccettivi e di quelli di controllo delle nascite. Non ho fatto a tempo a interrogarmi sul senso di quella notizia. Don Sergio mi ha passato un altro plico di pagine ritagliate da quotidiani nazionali e locali. Tutte relative ai necrologi. Non capivo e gliel’ho detto. «Leggi!» mi ha intimato: «Leggi i necrologi…». Ho sfogliato le pagine distrattamente. Riguardavano i mesi di gennaio, di febbraio, di marzo, di… a questo punto s’interrompevano. Allora, don Sergio mi ha consegnato una pila di quotidiani dei mesi di aprile, maggio, giugno dicendomi: «Trovami la pagina dei necrologi!». Volevo mandarlo al diavolo, quel giochetto mi stava stufando, ma evidentemente ci teneva a rendermi partecipe del processo logico che l’aveva condotto a una qualche scoperta. Ho iniziato a scartabellare i giornali, ma nel primo non sono riuscito a individuare la pagina e così sono passato al secondo e poi al terzo. Quindi, una lucina ha iniziato ad accendersi nella mia mente ottenebrata dall’ottusità. Ho preso a sfogliarli più in fretta, quindi febbrilmente, scartandoli con voracità, uno dopo l’altro, fintantoché sono arrivato all’ultimo. C’era la data di oggi e, come in tutti gli altri, mancava la pagina dei necrologi.
Sono rimasto in silenzio, mentre don Sergio mi osservava, scuro in volto. Dopo un po’ ho sillabato: «Vuoi forse dire che da tre mesi non muore più nessuno?». Lui ha fatto di nuovo quel ghigno clownesco con le labbra, ma stavolta non era di disapprovazione, aveva piuttosto un che di arrendevole. Poi ha detto, tutto d’un fiato: «Non lo so. So solo che da due mesi non celebro funerali».
«Non celebri funerali…» ho ripetuto io meccanicamente. «Già» ha confermato: «All’inizio mi è parso strano, poi ho cominciato a consultare le pagine dei necrologi sui quotidiani e ho scoperto che non venivano pubblicate più. Da quattro mesi, per quel che riguarda la mia parrocchia, non muore più nessuno. Certo, ci sono le scomparse improvvise, come nel caso di Beatrice, ma di decessi in senso classico, per malattia, incidente o altro, niente di niente. E da quel che ho potuto vedere, vale anche per il territorio nazionale». L’ho guardato come se si fosse strafatto di LSD: «Non ha senso, lo sai. È assurdo. Forse hanno deciso di non turbare la gente con le pagine sui morti, visti i tempi…» ho provato a proporre, ma è bastato il suo sguardo ironico per farmi capire che avevo detto una stronzata. Ho tentato un’altra strada: «Okay, niente necrologi, però la gente muore lo stesso. Chissà quanti incidenti, sparatorie, omicidi, suicidi da marzo in qua». Mi ha fissato con sguardo di sfida: «Trovameli, amico. Trovami una sola notizia tragica che non riguardi le sparizioni». Mi ha passato daccapo un pacco di quotidiani e, di nuovo, ho preso a sfogliarli con incredulità. Zero. Zero di zero. «Cazzo» ho detto: «Non crepa più nessuno e nessuno se n’è accorto?».
«Noi due sì…» ha mormorato don Sergio. «Avanti, don, non puoi essere il solo. E gli altri preti? E i direttori dei giornali? E gli impresari di pompe funebri?»
«Non so che dirti. Magari sono spariti…»
«O magari, stanno al gioco» ho aggiunto. Nadia si è svegliata e mi sta chiedendo di rientrare. Finisco la cicca e vado. Ci riaggiorniamo a domani.


 
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