6 Ottobre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Ottobre

6 Ottobre 2017


6 ottobre 2017, quattro di mattina

È successo di nuovo. La botta grossa, intendo. Vi ricordate Ferragosto? Ecco, questa è stata anche peggio. Il silenzio che tira qua fuori (io sono accovacciato con don Sergio ai piedi del muro esterno della facciata condominiale) è, come dire, oscuro, spesso, forse per il raggrumarsi fitto fitto delle voci di tutti coloro che, poco dopo le 23:00 di ieri sera ci hanno lasciati.

Una volta ho assistito a una conferenza molto interessante sul destino delle stelle. Prima consumano il loro combustibile interno, poi esplodono una quantità incommensurabile di energia luminosa e radiante nello spazio cosmico, quindi si rattrappiscono al modo di un contorsionista che debba accomodarsi in una scatola di scarpe, infine implodono in un black hole. Un buco nero è la negazione della materia, l’antitesi della creazione, la parte scura del simbolo T’ai Chi T’u (cioè dello yin e dello yang, quella specie di pallina da tennis bianca e nera in voga tra i patiti dell’Oriente). Eppure, per quanto infinitamente più densi e meno estesi di una stella, crepitano di una forza oscura in grado di distorcere il tempo come se fosse un attaccapanni di fil di ferro, di inghiottire lo spazio a bocconi, di proiettare chi vi transita in altre dimensioni. Parallele e sconosciute. Quella volta, restai a parlare con il relatore, alla fine della serata. Era un omino minuto con una goffa barbona di peli candidi striati d’argento e due occhi che s’infilavano fra i tuoi e frugavano alla ricerca di una domanda o di un pensiero intelligente. Io rimasi per un’ora intera a chiacchierare con quel personaggio strappato da una pellicola di Spielberg o da una pagina di Walt Disney. Ogni tanto buttavamo una monetina nel distributore di chips & brioche per cavarne fuori un pacchettino di cracker o una bustina di salatini. E parlavamo, parlavamo, mentre fuori dall’aula del palazzo comunale che aveva ospitato l’evento si scatenava la più sconvolgente tempesta di grandine che le cronache locali ricordino. Insomma, dilungandoci alla fine della presentazione eravamo rimasti (felicemente) intrappolati in quella sala solo io, il professore e quello che doveva essere il suo assistente, un borsista vecchio stampo che, oltre a interloquire di tanto in tanto dimostrando di aver assimilato per osmosi dal maestro la medesima chiarezza espositiva e concettuale, ci riforniva di caffettini d’orzo versati in bicchieri di plastica marrone.

Perché vi racconto di quella sera, vi chiederete. Forse perché mi aiuta a tenermi agganciato a un lembo di realtà, è una specie di amo infilzato nel telone stagno della memoria dei miei tempi ‘normali’ quando la vita su questo pianeta era ancora così tediosamente banale. Sergio, vicino a me, l’ha presa male, malissimo credo. È infagottato in un plaid scozzese rosso e giallo prestatogli da Nadia e continua a sgranare un rosario fosforescente, borbottando i suoi ave, pater, gloria. Magari servirà. A me è più utile tenere le dita impegnate sulla tastiera e osservare la pagina bianca che si riempie di lettere, parole, espressioni dotate di senso. Probabilmente, considerato quanto è accaduto e il bisogno vitale che avverto di non farmi strappare l’equilibrio mentale di dosso, andrebbe bene anche una una lista di nomi presi a caso dall’elenco telefonico cittadino. Tanto vale che utilizzi questa terapia di auto aiuto per farvi capire meglio quello che sta accadendo.

Allora, quella famosa volta in cui il centro città fu crivellato dai colpi di chicchi grossi quanto limoni, il professor nonmiricordoilnome a un certo punto si fermò quando gli chiesi se c’era qualcosa che accadeva quando una stella si tramutava da supernova in buco nero o, meglio, che cosa succedeva ai mondi che ruotavano intorno a quella stella, a parte essere inceneriti o risucchiati nel ventre esploso di quel corpo celeste. Lui si sfilò gli occhialini da cassiere e prese a masticarne le stanghette lisciandosi la lunga barba con la mano destra mentre intingeva il dito indice dell’altra nell’ennesimo scadentissimo caffè offertogli dal suo aiutante. Quindi si portò la falange imbevuta di schiuma alle labbra e mi disse: «Vede quello che sto facendo adesso con il liquido nero e la spuma di questo caffè?». Si infilò il dito in bocca e lo ripulì per bene, poi riprese: «Ecco, dov’è adesso quel caffè? È scomparso, giusto? Eppure, se ci pensa, non è propriamente così. Il suo sapore, il suo aroma, probabilmente anche dei piccoli indistinguibili granuli, sono impigliati tra le papille gustative della mia lingua o sulle screpolature agli angoli delle mie labbra. Voglio dire, caro amico, che ne è rimasta memoria nella mia bocca, una traccia, una specie di file temporaneo di tutto ciò che quel caffè rappresentava. Ecco, io credo che, per molto tempo, nella ‘bocca’, mi passi l’espressione, di una supernova, rimangano, in qualche modo (forse un poeta saprebbe esprimerlo molto meglio di me), le tracce ‘mnesiche’, i precipitati emotivi di tutto ciò che intorno a quella stella gravitava, nei suoi mondi, tra i suoi abitanti, se quei mondi dovessero averne. Quindi, sì, glielo confermo, lei ha colto nel segno. Dentro i buchi neri ci sono le ‘potenze’ di tutto quello che prima era ‘in atto’, per usare un gergo aristotelico, negli immediati dintorni di quell’astro imploso».

Ecco, ora sono a casa mia, sotto il davanzale del primo piano del condominio e quella improvvisata, fantastica lezione di astronomia mi torna utile per cercare di farvi ‘sentire’ quello che stiamo provando noi tutti, e per ‘tutti’ intendo i pochissimi ormai rimasti, in questa livida e tetra mattina di ottobre. L’umanità è forse definitivamente ‘implosa’ su se stessa e l’atmosfera adesso è pregna di quello che il saggio astronomo in quella lontana serata, mentre il tetto del comune vacillava sotto le picconate di una tempesta, definì le tracce ‘mnesiche’ di una galassia. Adesso, noi sventurati che ancora non siamo stati ripuliti come briciole dal piatto e che quindi possiamo assistere a questo congedo terminale dell’uomo dal pianeta Terra, ‘avvertiamo, ‘percepiamo’ le grida, i sussurri, le parole dette a metà, magari parole d’amore, da tutti quelli che qualche ora fa ci hanno lasciati. Perdonatemi se non riesco ad essere più chiaro, ma mai come in questa mattina mi è stato difficile fare la cronaca di qualcosa. Forse perché quello che mi circonda non è un evento da raccontare o un manufatto da descrivere. È invece un clima che si respira, non con il naso, ma con la bocca dello stomaco. Questo silenzio bastardo che tutti ci avvolge è, in realtà, inspiegabilmente denso di vocalità. Le eco sfumate di tutti i discorsi rimasti in sospeso quando l’angelo della morte è passato tingendo di nero le porte delle case perché chi doveva essere addotto altrove lo fosse senza esitazioni.

La mannaia è calata circa un’ora prima della mezzanotte. Io stavo cenando con Nadia, Mauro, Sergio e un seminarista amico suo, appassionato di esoterismo, che il prete si è portato appresso per meglio spiegarmi certe novità di cui il giovane è a conoscenza, non so come. Stavo apprezzando la consolante carezza del buon mangiare e del buon bere (a parte il dover fumare in terrazza perché Nadia mi proibisce di farlo in cucina, il resto era perfetto). A un certo punto, si è sentito come un immenso risucchio. Immaginate un lavatoio da cui una massaia abbia cavato via il tappo dello scarico. Quello swissssssh seguito dal rumore, così simile ai rutti umani, che fanno i tubi delle vasche da bagno d’antan. Ci siamo guardati in faccia ed eravamo una collezione di maschere di cera. Siamo scesi in cortile e abbiamo tutti, contemporaneamente, capito. Non serve Canale Unico, non serve Radio End, fidatevi. Io sapevo, Sergio sapeva, Lorenzo (il seminarista) sapeva. Quel poco che restava dell’umanità se n’era andato. Ora, non chiedetemi quanti, so solo che quasi tutti quelli che ancora restavano, non ci sono più. Nadia ha lanciato un urlo agghiacciante, come se le avessero investito il parente più caro, stritolandolo sotto i suoi occhi; io l’ho abbracciata piangendo disperato, Lorenzo è rimasto impietrito con la faccia levata in su e una mano avvinghiata alla tau di legno che gli pende dal collo. Sergio è crollato in ginocchio, singhiozzando. Tutto questo prima che Perlingioni scendesse in pantofole con il sigaro infilato tra i denti e la radiolina che, crepitando, captava, non chiedetemi come, le frequenze di Radio End (evidentemente riattivata) e gli spasimi del suo conduttore. Ci siamo accalcati intorno al geometra, mentre ci raggiungevano Monica e la sua amica, entrambe in pigiama, mia madre confortata dal Martini che spingeva la carrozzina di papà, Giulio con in mano una ridicola mazza da baseball e il viso sfatto di un fante in trincea. Avevamo tutti paura che, da un istante all’altro, il D.J. di Radio End ci mollasse, ma l’etere ha sostenuto il suo (ultimo?) grido e lui è riuscito a conservare abbastanza autocontrollo per renderci saldi nella fede in ciò a cui credevamo già benissimo da soli: «Cari amici, immagino avrete tutti sentito quel rumore inquietante. Non so chi si trovi in questo momento all’ascolto, ma vi posso dire che le fonti di cui ancora dispongo mi confermano quello che, fin da principio, molti di noi devono aver pensato. Un’altra enorme quantità di sparizioni, in tutto il mondo. I miei contatti parlano di centinaia di milioni. Siamo rimasti davvero in pochi, questo è certo, e non so cosa accadrà ora. Cerchiamo di non perderci di vista. Chi merita questo appello sa come e dove possiamo farlo. Agli altri in ascolto va la mia maledizione per ciò che hanno fatto e stanno facendo. Grazie per le scie degli aerei, maledetti bastardi… grazie a nome di tutto il genere umano…». Poi ha messo su la canzone di Jim Morrison, This is the end, che è diventata un po’ l’inno della stazione radiofonica. Quindi, fine delle trasmissioni.

Certo, il mio è un condominio fortunato, molto fortunato, adesso che ci penso. Cos’altro dovrei dire dell’unico, o di uno dei pochissimi posti al mondo, dove, nella notte degli addii, non solo non scompare nessuno, ma addirittura aumenta il numero delle presenze? Ora, scusatemi, ma Sergio vuole parlarmi. Ci aggiorniamo a più tardi.

 
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