6 Ottobre 2017 bis - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

Vai ai contenuti

Menu principale:

Ottobre

6 Ottobre 2017 bis


6 ottobre 2017, undici di mattina

Siamo appena rientrati da una perlustrazione per le vie del quartiere. Chi? Tutti quanti. Sembravamo i superstiti della serie Lost, quella gettonatissima, alla fine degli anni Zero, sul canale digitale Fox. Parlava di un gruppo di sopravvissuti a un disastro aereo che si ritrovavano miracolosamente illesi in un’isola piena di misteri, apparentemente inabitata, ma in realtà popolata da quelli che, nel corso della storia, venivano definiti ‘gli altri’. Vi risparmio l’ingarbugliatissima trama. Quel che conta è il finale, quando si scopre che sono già tutti morti e stanno cercando, semplicemente, uno ad uno, di ‘ricordarsi’ di esserlo. Aiutati da qualche amico più perspicace, magari, che ha già intuito la verità.

In fondo, aveva ragione quel mio anticonformista compagno di liceo che, mentre davamo la maturità, mi aveva illuminato su ciò che veramente conta rispetto al problema dell’aldilà. ‘Vedi, in fondo, tutti si pongono la domanda sbagliata. E quando dico tutti intendo anche i filosofi, i teologi, gli opinionisti, i professoroni, ovviamente preti e vescovi e religiosi di ogni provenienza’. Io sfogliavo febbrilmente le pagine del mio manuale di storia del Novecento cercando di imprimermi nella zucca le ultime date utili prima di affrontare il plotone di esecuzione. Mi sforzavo in ogni modo di NON ascoltarlo perché la mia priorità non era evitare il non essere morto, ma l’uscire vivo dall’esame imminente. D’altra parte, lui era il mio compagno di banco, nonché sodale di infinite avventure e concorrente nella competizione prediletta di quegli eroici giorni da leoni: la gara a chi sfilava più reggiseni da ottobre a giugno. Non potevo impedirgli di far finta di aiutarmi nel ripasso, capite? Quella volta, però, l’ebbe vinta lui; riuscì a distrarmi dal mio obiettivo con quella osservazione provocatoria: ‘Dico sul serio, sai! La questione non è se c’è qualcosa dopo, cioè se essere atei o credenti eccetera eccetera. Quello è il quiz delle elementari nel corso di escatologia a cui siamo tutti iscritti di diritto per il solo fatto d’aver causato a nostra madre la rottura delle acque’. Lui si esprimeva così, in modo pomposamente bizzarro o studiatamente dottorale, fate voi. Ma il succo era interessante perché proseguiva, più o meno, così: ‘L’autentica sfida è riuscire a capire non se c’è qualcosa dopo la morte, ma che cosa c’è e, soprattutto, se siamo attrezzati a renderci conto di essere crepati, quando verrà la nostra ora’. Credetemi, non erano ragionamenti così diffusi all’epoca. Cioè, non c’erano stati ancora quei film tipo ‘Il sesto senso’ o ‘The others’ che, in seguito, affrontarono il tema della consapevolezza di essere vivi o morti. Quel mio amico l’ho poi perso di vista e probabilmente si sarà bruciato (con qualche cocktail chimico o a furia di fumare erba) la splendida corona di neuroni di cui madre natura l’aveva dotato. Però, aveva visto giusto. Non possiamo sapere, capire che cazzo stia succedendo. Ma non solo oggi. Sempre! Pensate solo ai sogni, vigliacchi o meno che siano. Finché li sperimentiamo per noi sono altrettanto reali di questa realtà fisica che ci circonda e in cui ci troviamo immersi fino al collo. Il fatto è che dormiamo senza saperlo. Forse oggi siamo morti anche noi e continuiamo a illuderci di essere gli ultimi (s)fortunati coinquilini di questa dimensione terrestre.

Queste sono solo alcune delle esercitazioni cerebrali in cui mi sono cimentato da stamattina, a colazione, fino a pochi minuti fa. Alle otto ci siamo tutti riuniti nella casa di Monica, su iniziativa del Perlingioni. Devo ammettere che l’idea era sensata per cui ho accettato nonostante venisse da lui. In pratica, ha proposto alla ‘ciurma’ (l’appellativo con cui ha battezzato il gruppo dei condomini) di fare colazione da Miss Yoga (come chiama, scherzosamente, la mia Monica), tanto per distrarci e fare il punto della situazione. Ognuno ha portato qualcosa così da rendere quel pasto meno funereo. Giulio due scatole di frollini, mia mamma una torta di mascarpone fatta in casa, Nadia una quindicina di brioche Motta, tra le proteste di Mauro che ha pure fatto un piantino. Io ho chiesto a Sergio e Lorenzo di darmi una mano a portar su dalla cantina qualche bottiglia di quello buono. Lo so, sono fuori di testa, lo so, il vino a colazione è un’idea da alcolizzati, me l’hanno fatto notare sia la mia pseudo-mogliettina, sia la mia para-amante. Ma cosa volete, ho replicato a ciascuna, oggi mi va di rovinarmi la salute, sapete com’è, è la mia prima volta da uomo in via di estinzione. Prima che il WWF dichiari estinta la specie, vorrei dedicarmi a uno o due dei vizi capitali di cui è lastricato l’androne dell’inferno. Tipo bacco, tabacco e venere, do you know, dear vixens? Lo avete capito, topolone mie? E ho fatto loro comprendere, in modo inequivocabile, che dopo aver scolato qualche litro di Valdobbiadene avrei gradito sfogare la mia frustrazione tra le loro cosce di pandizucchero. Va da sé che non l’ho detto a entrambe nello stesso momento, ma ho ricevuto una risposta analoga: un due di picche. Pronunciato con il modo e con il tono che si conviene rispettivamente alla comprensiva Monica (‘dovresti dormire, sei stanco, sei in uno stato pietoso…’) e alla caustica Nadia (‘sei il solito arrapato egoista. Non sai tenere a freno il tuo uccello neanche in un giorno come questo’). Per fortuna Sergio e Lorenzo non hanno obiettato alcunché. A parte guardarmi con sospetto quando ho proposto loro che, forse, potevano anche improvvisare una messa, così su due piedi, tanto per invocare un po’ di divina sollecitudine sulle nostre spalle piegate dalla paura. Credo l’abbiano inteso come lo sfogo blasfemo di un uomo provato, però mi hanno aiutato a trasportare una cassa di prosecchini fin nell’appartamento. Qui, abbiamo mangiato, bevuto, fumato (papà è uno spettacolo: ormai se ne spara più del sottoscritto e rischia di finirmi la scorta, anche perché la mamma e Martini hanno occhi solo l'uno per l’altra). Il tutto in un glaciale silenzio. Forse c’è più vita in una cella frigorifera stipata di quarti di bue di quanta ce ne fosse nel salotto di Monica, stamattina.

Mauro, a un tratto, ha acceso la tivù. Sul primo canale sfilavano le immagini di New York, Mosca, Londra, Rio de Janeiro, Sidney, Città del Capo. Una voce femminile e fanciulla, fuori campo, commentava l’ennesimo disastro, con una nota di mestizia nella voce e riferiva del rammarico del Segretario Generale delle Nazioni Unite. Lo spray disinfettante (ovviamente la giornalista lo ha definito con termini meno abrasivi) non ha funzionato. Anzi, non escludono, i cretini, che possa aver addirittura peggiorato la situazione visto quello che è accaduto stanotte. A quel punto c’è stato un mezzo scontro fra Perlingioni e don Sergio. Il geometra ha detto una frase tipo ‘almeno ci hanno provato, speriamo che il buon Dio ci aiuti’ e il prete ha replicato: ‘lasci perdere il buon Dio, lei c’entra poco con Lui’. Al che il Perli, giustamente (mi duole ammetterlo, ma, insomma, si trattava di un’affermazione gratuitamente offensiva) è andato giù duro: ‘crede forse di avere il monopolio dei rapporti con la Trinità, reverendo?’. Monica lo ha spalleggiato con un commento su cosa sia Dio in realtà, Jenny si è schierata con il don (secondo me, prima o poi gliela cala, da come gli guarda insistentemente il di dietro quando lui si gira). Ne è uscito un putiferio che sono riuscito a sedare solo con una proposta che concentrasse l’attenzione di tutti al di fuori del gruppo anziché al suo interno. Non sono un mago delle dinamiche interpersonali. L’ho semplicemente imparato al cinema. Se c’è una comunità sotto assedio, tu falla lavorare su qualcosa di concreto altrimenti, prima o poi, i suoi membri si sbraneranno a vicenda. Così ho suggerito di uscire tutti per strada a verificare l’entità dei ‘danni’.

Sembravamo i dodici apostoli smarriti alla ricerca di Gesù. Avanzavamo occupando tutta la sede stradale come quelle squadre che battono le campagne dietro i cani da fiuto, in cerca di uno scomparso. Abbiamo percorso diversi quartieri, ma niente, o quasi, da segnalare. A dire il vero, abbiamo incrociato pochissimi disperati come noi, a gruppetti come noi, disorientati come noi. Ci siamo scambiati qualche notizia o parere, ma nessuno se l’è sentita di proporre un allargamento dei rispettivi clan. Col diminuire del numero di persone è esponenzialmente cresciuta la diffidenza reciproca. Ma la cosa più interessante di tutte è ciò che è accaduto quando siamo arrivati in Via XX Settembre, che è poi l’arteria principale che separa, più o meno in due metà, il centro cittadino. Qui c’erano dei militari, qualche poliziotto e altri uomini in divise mai viste che stavano srotolando una matassa di filo spinato puntellandola con travicelle di plastica a bande diagonali bianche e rosse. Mi sono avvicinato, insieme a Lorenzo e a Sergio, a quello che sembrava il capetto della compagnia, anche a giudicare dai gradi sulle spalline. È stato il don a parlare per cercare di convincerlo a farlo passare oltre quella striscia di spine di ferro. In effetti, la chiesa di Sergio si trova proprio aldilà di  quel punto, ma non c’è stato nulla da fare. ‘Ci dispiace, prete. Abbiamo ordini non discutibili. Dobbiamo recintare questa porzione della città, quindi lei farebbe meglio a stare indietro. Torni da dove è venuto. Non le sarà difficile trovare ospitalità da qualcuno. E poi vedo che ha già un buon numero di amici’. Quindi, anche Sergio, e ovviamente il suo compare seminarista, sono giocoforza arruolati tra i nostri. Sulle prime il don ha protestato, ma gli è bastata un’occhiata alla canna del mitra di chi lo invitava a fare un passo indietro per chetarsi. Proprio allora, mentre stavamo per rientrare a casa, abbiamo avuto la sorpresa finale.

Dall’altra parte della strada, c’erano berline scure più o meno dappertutto. Giravano da padrone con i loro vetri fumé e l’andatura felpata. Poi è successo quel che è successo e di cui ancora mi vergogno, anche se l’imbarazzo è uno dei sentimenti meno dolorosi, date le circostanze. Insomma, mi è preso uno scoppio di ilarità. Volevo a tutti i costi gettarmi oltre il confine che i militi stavano sistemando a cavallo della mezzeria. Mi pareva doveroso andare a festeggiare con le macchine nere. Lo so che è folle, ma ho fatto anche di peggio. A un certo punto mi son messo a cantare: ‘è tutta mia la cittàààààà, tutta mia la cittààààà’. Mi hanno afferrato per le braccia Perlingioni, Sergio e Martini e mi sono calmato solo dopo esser stato allontanato di un buon mezzo chilometro da quella nuova ‘frontiera’. Se non ci trovassimo a vivere i tempi che viviamo sarei già ricoverato in una struttura per malati di mente. Invece, eccomi qua. Tutti hanno solidarizzato con me, Nadia per prima, dicendomi che ho bisogno di riposare un po’ e che lo stress violento cui siamo stati sottoposti giustifica questi e ben altri comportamenti ‘anormali’. L’unico un po’ sulle sue era Sergio. È rimasto appoggiato a un pilastro a parlottare con Lorenzo. Ma tanto ormai resterà con noi, quindi avrò modo di chiarirmi.


 
Torna ai contenuti | Torna al menu