5 Luglio 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Luglio

5 Luglio 2017


5 luglio 2017, ore 03:05

Ecco, in realtà non so bene come mettere giù la cosa, adesso. Sono ancora stordito e non del tutto convinto di ciò che ho visto e vissuto. E’ roba da TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio, vuol dire che, su autorizzazione del sindaco, ti possono internare in attesa che le rotelle del tuo cervello riprendano a girare nel verso giusto). Se lo dico a voi non rischio niente, o no? Al massimo, chi mi leggerà tra chissà quanti anni – se ci sarà ancora qualcuno – potrà farsi due ghignate alle mie spalle. Il diario del picchiatello... Capirai che mi frega… però, anche solo il fatto di avere di questi turbamenti vi fa capire che il mio equilibrio mentale non è più così solido come credevo fino a poche ore fa. Diciamo che, a tratti, mi sento come quel trapezista che ha percorso il filo sospeso a trecento metri d’altezza tra una guglia di campanile e un cornicione di palazzo ed è arrivato in fondo sano e salvo. Peccato che, a metà strada, senza che nessuno degli spettatori se ne accorgesse, la sua asta trasversale lo abbia, per un nanosecondo, tradito. E per quel microistante il suo corpo sia stato sul punto di precipitare. Non è successo, no, tutto a posto, ma da quel giorno quel saltimbanco non ci crederà più a chi gli dice che con l’esperienza e l’allenamento il rischio è zero. Non sono precipitato al suolo, ma da stanotte ho molti più tarli in testa di quanti ne abbia mai avuti, a proposito di tutta ‘sta maledetta vicenda. Ho già fatto fuori un pacchetto di cicche e ancora la mano mi trema. Qui accanto ho il mio whiskey stappato da meno di mezz’ora e già decisamente oscillante sotto il livello di guardia di metà bottiglia. Mauro è nel mio appartamento, sta russando come un bovino stravaccato sul divano, in sala da pranzo. Mi ha detto che da stanotte si trasferisce da me e se lo mando via si uccide. Tanto per darvi un’idea del clima che si respira qui dentro.

Allora, riepiloghiamo gli eventi della nottata. Alle undici e tre quarti sono arrivato sul luogo dell’appuntamento, puntuale. La piazza era pressoché deserta, anzi il termine giusto è ‘abbandonata’. Dava proprio l’idea di una di quelle zone cittadine liberate, in fretta e furia, dalla presenza degli umani. Avete presente la fuga prima di un’inondazione o dopo un terremoto? Ecco, l’aria che allignava tra le antiche pietre e i portici a tutto sesto che contornano il sagrato della basilica, era proprio quella, senza macerie né rovine, d’accordo, ma non per questo meno infame. Mi sembrava di stare nel set di un film dell’orrore, subito prima che la mannaia del killer inizi a lavorare. C’erano una quiete, un silenzio, un sentore di cose rafferme che restituivano, nel loro insieme, l’impressione di una messinscena architettata da un regista col gusto del macabro. Forse un cimitero alle prime luci dell’alba è inchiodato dallo stesso tipo di fissità. Forse le catacombe degli antichi cristiani sono imbevute dell’umidità che lì ho avvertito. Non lo so, sto solo cercando le parole per rendere il malessere che ho provato nel parcheggiare lo scooter davanti al portone della facciata principale. Mi stavo dicendo che non avrei dovuto essere là, anzi mi stavo proprio convincendo a filarmela via, quando una specie di gorgoglio strascicato, che voleva essere un richiamo, mi ha fatto voltare. Ho subito visto la sagoma di Mauro dietro la colonna di un portico. Mi faceva cenno con la mano, tenendosi incollato come una figurina adesiva al retro del pilastro. Muoveva ossessivamente il polso e la manina, sproporzionatamente piccola rispetto alla sua mole, pareva un’aluccia di farfalla sul dorso di un pachiderma. Sono andato da lui attraversando la piazza ad ampie falcate e ostentando una tranquillità di maniera. Appena gli sono stato a tiro, mi ha afferrato per il braccio, mi ha strattonato con violenza e buttato a terra. Non ho fatto manco in tempo a protestare, mi ha soffocato in gola i vaffanculo che gli stavo tirando tappandomi la bocca con le mani. Poi ha bisbigliato, con un fiato maleodorante: «Stai zitto, stai giù… stai zitto, stai giù… loro sono qui… stai zitto, stai giù…». Me l’avrà ripetuto dieci volte, mentre io, andati a vuoto i primi tentativi di divincolarmi dall’abbraccio di quel bestione, ho cominciato a prenderlo sul serio. Credo sia stato quello il momento in cui qualcosa, dentro di me, ha ceduto. Sì, quello è stato l’istante in cui l’asta del trapezista ha dondolato fuori controllo disallineando l’acrobata. Perché, in effetti, è lì che ho capito. Mauro non soffre, ultimamente, di attacchi d’ansia o di manie depressive. Mauro ha ragione. Mauro è seguito. Forse anch’io lo sono. Magari, persino adesso c’è qualcuno che mi spia dal terrazzo. La finestra è chiusa, ma la tapparella me la sono dimenticata alzata e non ho coraggio di levarmi in piedi per srotolarla giù.

Mi sono perso di nuovo. Dov’eravamo rimasti? Ah sì, lui mi sussurrava queste parole ossessive all’orecchio, come fanno, nelle storie di paura, i protagonisti buoni quando salvano la vittima di un rapimento prendendola di spalle, immobilizzandola e intimandole di non far casino che sennò il cattivo se ne accorge. Mauro era il buono. Adesso vi dirò chi era il cattivo. A un certo punto, lui ha capito che rischiava di soffocarmi davvero e ha mollato la presa. Non riuscivo a respirare dal naso, intasato di catarro e rischiavo di morire per colpa di una sinusite, merda! Avevo capito che era meglio non alzare la voce, così nella solitaria desolazione di quella piazza nuda le mie imprecazioni han viaggiato sì, ma a bassissima voce… che era un testa di cazzo, deficiente, psicopatico… poi mi sono interrotto, perché ho sentito un ronzio di motore. Lui mi ha solo bisbigliato, con l’arrendevole titubanza di un bimbo: «Ecco, vedi, arrivano, sta’ giù… sta’ qua dietro…». Ho guardato e dal fondo della piazza, lungo la strada lastricata di cubetti di porfido e, in teoria, pedonalizzata, ho visto avanzare questa berlina scura. Scusate, nera. Era nera come il petrolio, lucida come il manto sudato di uno puledro arabo e, soprattutto, discreta, col suo ovattato brusio, come uno di quei treni giapponesi a levitazione. Zszszszszszszsz e quasi non ti accorgi che son passati… Quell’auto veniva avanti dal fondo della piazza piano piano, quasi tirata dal filo invisibile di un marmocchio ciclopico che avesse preso come area giochi il centro cittadino. Non ho potuto fare a meno di pensare al sogno vigliacco dell’altra notte. Il veicolo che avanzava nella nostra direzione non era simile, era identico a quello che ho visto nel mio incubo. E quando dico identico intendo proprio quello lì, adesso non saprei definire il modello, forse una produzione americana, ma, comunque, le linee e le forme erano inconfondibili e anche i vetri fumé e la targa bianca col puntino celeste. Osservavo ipnotizzato quell’apparizione come devono aver fatto i pastorelli a Fatima. Inconcepibile, eppure reale. Mi sono chiesto se fosse un sogno lucido, ma mi è bastato veder sanguinare la mia mano nel punto in cui l’ho morsa per capire che stava succedendo davvero. Nel frattempo (considerate che la piazza sarà lunga un centinaio di metri e la macchina avanzava a passo di lumaca) Mauro mi ragguagliava: «Eccola… vedi… è la terza volta che passa, ogni volta si ferma proprio qui, io mi nascondo, lei riprende la marcia, fa il giro della piazza, s’immette nel vicolo lì in fondo e, poi, ricompare. Però, stavolta voglio proprio vederlo in faccia quel figlio di puttana, malato mentale!». Io gli ho solo risposto: «Lascia perdere, Mauro, non muoverti. Appena riparte e scompare dalla nostra visuale, ce la filiamo!». Non ho fatto in tempo a inculcargli il concetto elementare secondo cui oltre alla paralisi e all’attacco, c’è un’altra reazione ancestrale (spesso la più logica o comoda, fate voi) di fronte a una temuta aggressione: la fuga. L’auto era ormai a pochi metri da noi e vi giuro che ho sentito un brivido così violento quando si è arrestata che ho temuto mi si stessero staccando brandelli di pelle dalle braccia. Non ero in grado di connettere. Sbirciavo al di là dello spigolo e ho visto questa cosa. Il finestrino… zzzzzssszsszszszszs… si è abbassato, Mauro si è come riscosso da un lungo dormiveglia e si è lanciato verso la macchina nera vomitandole addosso qualche colorita bestemmia. Io mi sono guardato mentre mi alzavo e, quasi al rallentatore, allungavo il braccio per afferrare un lembo della giacca da pescatore del mio detective di fiducia. Nel farlo sono riuscito a dare un’occhiata all’interno dell’abitacolo e, insomma, non so come dirlo, non c’era nessuno alla guida. L’auto era vuota. Ma non vuota del tutto. Non c’erano persone, ma c’era qualcos’altro, la stessa cosa che mi ha fatto accapponare i peli del corpo in quella maniera inumana.

Mauro ha fatto di peggio, ha infilato la testa nel finestrino abbassato e ha cominciato a essere come risucchiato. Lo stavo perdendo, qualcosa lo tirava dall’interno dell’auto e lui non faceva resistenza. Era sprofondato all’altezza della vita negli oscuri recessi della vettura mentre io mi tenevo avvinghiato alle sue ginocchia, implorandolo di ritrarre la testa e il busto da quella sorta di varco aperto sul nulla. Non mi rispondeva, non reagiva, il suo corpo era dinoccolato, sciolto, tipo quello di una persona svenuta o addormentata. Ho temuto, veramente, l’irreparabile, sia per me sia per lui. Se finiva aspirato in quel condotto misterioso, avrei fatto probabilmente la stessa fine. Così sono ricorso all’ultima risorsa. Mi sono staccato da lui e gli ho tirato un calcio ben assestato in mezzo alle gambe. Ha urlato per il dolore e, pressoché all’istante, si è svegliato. A quel punto è stato facile dargli uno strattone scaraventandolo fuori dall’orbita del finestrino abbassato. Siamo caduti a terra entrambi. Mauro si contorceva dal dolore in un florilegio delle più pittoresche imprecazioni del suo ricco repertorio. Si teneva le palle fra le mani e gemeva a terra. Io avevo occhi solo per la macchina nera. È rimasta ferma qualche secondo mentre il finestrino… zszszszszszzszzsssz… si alzava; ci ha studiati, in qualche modo che non so spiegare. Pareva stesse soppesando la situazione dopo aver collocato su un bilancino le nostre due esistenze per meditare sul da farsi, un po’ come Anubi, il dio egizio dei morti. Lo so che è assurdo, stiamo parlando di un ammasso di ferraglia, dopotutto, però questa è stata la sensazione e, ve lo garantisco, da stanotte mi fido molto di più del mio istinto. Dopo aver terminato questa specie di terzo grado, quasi fosse convinta che il magic moment era passato, è filata via col solito ronzio ultratecnologico dei veicoli all’ultimo grido. Stavo per chiedere a Mauro cosa gli fosse accaduto durante la breve permanenza nello spazio che si apriva al di là del finestrino, ma mi è bastata un’occhiata per capire che era messo peggio della vittima di una sbronza cattiva, del tipo che ti fa gli occhi a cerchio come quelli dei pugili suonati. Non reagiva, grugniva, non solo per il dolore. Mi osservava in quel modo assente che hanno gli zombie nei film di Romero. Sono corso al motorino, mi sono avvicinato al mio compagno di sventura, ho cercato di farlo sedere sul sellino di dietro chiedendogli di cinturarmi con le braccia per evitare di cadere. Incredibilmente, deve aver capito perché si è aggrappato a me con la feroce disperazione di un bambino abbandonato dalla madre. Ho guidato fino a casa mia in preda all’angoscia, l’ho portato su e l’ho scaricato, vestito com’era, sul divano. Ha chiuso gli occhi in un amen e ora sta russando come la pompa rotta di un condizionatore. Io veglio su di lui. Forse gli ho salvato la vita, ma ancora non posso sapere di che vita si tratti. E se dovesse restare in quella specie di stato vegetativo permanente per il resto dei suoi giorni? Cazzo… Non so cosa pensare, ho paura, sia per lui sia per me. Se si riprende sarebbe il primo a poter raccontare cosa è successo a tutti gli altri, diventerebbe un caso nazionale, anzi mondiale, probabilmente la persona più importante del pianeta date le circostanze. Fra l’altro, ero andato da lui perché mi aveva convocato. Doveva dirmi qualcosa d’importante. È per questo che è arrivata la macchina nera? Ha scoperto un indizio che non doveva? E perché quell’auto era priva di conducente? Cosa farò domani, anzi tra poche ore, visto che sta cominciando ad albeggiare? È prudente rimanere qui? E lui dove lo porto? Io adesso vado a farmi due passi per fumare e schiarirmi le idee. Una cosa sola è sicura. Niente sarà più come prima. Per nessuno.

 
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