5 Luglio 2017 bis - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Luglio

5 Luglio 2017 bis


5 luglio 2017, ore 9:00

Mauro sta ancora dormendo. Io mi sono fatto almeno venti volte il giro del quartiere e ho consumato un pacchetto di Muratti rimediato dal taschino del detective (ho finito le Merit e il distributore automatico sotto casa è rotto, cazzo). Non sono venuto a capo di un bel niente. Posso solo aspettare che il mio amico si svegli, sperando che lo faccia da persona normale. In ufficio ovviamente non ci vado, potrebbe dare di matto finché non ci sono e sarebbe un bel guaio. Non mi resta che aspettare. Prima ho dato un occhio al televideo. Pare che in Malesia siano scomparse 150 persone in un sol colpo da un villaggio marittimo di poche anime. In Francia, un autobus carico di pellegrini diretto a Lourdes è stato trovato sul margine di una statale, in una zona poco abitata, completamente vuoto. Spariti tutti. Pare che anche un paesino della val Pusteria in sud Tirolo e uno nella Sardegna centrale abbiano subito la stessa sorte della cittadina malese. Dove diavolo stanno finendo? Adesso interrompo perché sento dei rumori di là. Il mio amico si sta svegliando.

5 luglio 2017, ore 23:55

È quasi mezzanotte e ho appena messo a dormire Mauro. No, non avete letto male. Intendevo dire esattamente ciò che ho scritto. È tornato bambino. Avrà sì è no l’intelligenza e il grado di comprensione di un bimbetto di sette anni. Mi chiede continuamente cosa deve fare, dove dobbiamo andare, cosa succederà adesso. Si è svegliato così stamane. Mi ha guardato, si è ricordato di me, credo abbia subito recuperato anche le coordinate della propria identità e della propria collocazione spazio-temporale. Ha risposto subito quando l’ho chiamato per nome, sa che sono un suo amico o conoscente, sa di chiamarsi Mauro Ciardelli, ma non ricorda molto altro della sua vita, a parte il fatto che gli piacerebbe fare il detective da grande (sic!). Del suo lavoro sa solo che è un’attività stupenda, tanto che il suo idolo è il tenente Colombo… Della storia delle sparizioni non si ricorda nulla, dei due casi che gli avevo affidato men che meno, di quanto accaduto ieri in piazza San Leonardo non parliamone neppure. Nebbia assoluta, come se lo avessero lobotomizzato nella parte della materia grigia deputata a registrare le memorie a breve termine e quelle relative al suo profilo professionale e sociale. Ah, c’è un’altra cosa, che non riguarda la sua mente, ma il suo aspetto. È da stamattina che mi sforzo di oscurare o togliere tutti gli specchi dell’appartamento e di evitare che si creino effetti riflettenti sui vetri. Diciamo che la sua capigliatura è cambiata. Da rosso acceso che era si è fatta candida come la neve. Si comporta come un fanciullo e ha la chioma di un vegliardo. Probabilmente è la conseguenza di ciò che ha visto sbirciando nella botola oscura di quella macchina maledetta, mentre lo cinturavo per riportarlo di qua. Non lo posso sapere, non so neppure se ci tengo a saperlo, quello di cui sono certo è che ho un problema in più. Mauro non aveva una famiglia vera e propria, viveva da solo, non vantava parenti stretti, solo qualche zio alla lontana che vedeva ai funerali e ai matrimoni, quindi mai. Era anche piuttosto solitario, un lupo selvatico, accidenti a lui. Così, adesso, sono bello e sistemato. Non posso riportarlo a casa sua perché non riuscirebbe a badare a se stesso, non me la sento di denunciare il fatto ai carabinieri perché temo che l’interesse dell’autorità per il suo caso lo trasformerebbe in una cavia o, peggio, in un fenomeno da baraccone. Non voglio essere il responsabile del suo ricovero coatto in qualche struttura di sicurezza dove ti ingozzano di sedativi o ti infilano elettrodi nel cervello o ti sottopongono a qualche sofisticata tortura per estrarre i file danneggiati dal tuo hard disk. Lo so che, nei servizi segreti, si usa così. Conosco un collega che bazzica quel mondo e Guantanamo, in confronto, era una beauty farm. Ergo? Ergo, per ora me lo tiro dietro come un pupetto. È pure simpatico. Basta dargli carboidrati quando li chiede (dovrò fare incetta di snack se continua a divorarli con il ritmo con cui mi ha ripulito la dispensa). Una buona notizia c’è, per la sua salute: a quanto pare ha perso il vizio del fumo il che mi ha permesso di sequestrargli le tre stecche di Muratti che aveva nel giubbotto. Mi torneranno buone per quando mi ritroverò a secco di sigarette nel bel mezzo della notte. Comunque, oggi, per lo meno, è andata. Sono stato chiuso in casa tutto il giorno, o quasi. Lui ha guardato dei cartoni. È sconvolgente che non si chieda nulla del suo passato, del perché abbia quella mole se è convinto, come sembra, di essere ancora in età scolare. Va dal divano al bagno (ah, ecco, per fortuna si tiene pulito da solo…) e dal bagno al letto. Adesso sta di nuovo dormendo. Dunque, come dicevo, non sono rimasto tappato nell’appartamento proprio sempre. Aperta parentesi… vi risparmio i problemi con lo studio legale: Riccardo è incazzato nero e la segretaria mi ha riferito di averlo sentito borbottare che non si può andare avanti così, che è peggio che se fossi sparito davvero… non mi si vede mai! Chiusa parentesi. A un certo punto dovevo uscire sia per fare un minimo di spesa, sia per non impazzire, così ho deciso di scampanellare dalla vicina bionda, la fata turchina avete presente? Dovevo essere in uno stato orribile quando, alle tre e mezza del pomeriggio, mi sono presentato al suo cospetto con la barba sfatta, le braghe del pigiama unte del vomito di Mauro (il monello si è svegliato dopo il sonnellino con tanta bua al pancino…) e una maglietta ufficiale dell’Armani Milano di basket sopra la camicia. Ho cercato di rabberciarle, lì per lì, una spiegazione. Le ho inventato che un’amica mi ha lasciato in custodia per la giornata il fratello ritardato e se poteva dargli un’occhiata fintanto che uscivo a prendere una boccata d’aria e a comprare due cose al pizzicagnolo in fondo alla via. Mi deve amare già perché mi ha detto subito di sì…
Non so se le rivelerò la verità su Mauro. Per ora mi è bastato dirle che è assolutamente inoffensivo e che basta aprirgli una brioche alla fragola o un tubo di chips quando lo chiede e stappargli una lattina di fanta (se no sporca di spuma i tappeti) quando ha sete. Mi ha guardato inorridita come farebbe qualsiasi brava e assennata casalinga cui avete appena rivelato che imbottite il vostro nipotino di porcherie artificiali e aspartame. Pazienza. Avrò perso qualche punto, ma saprò rifarmi. Per inciso, lei continua a essere uno schianto. Il fisico è spettacolare e siccome l’ho beccata col body integrale mentre faceva inerpicare la sua spina dorsale lungo un’astrusa posizione yoga, è come se l’avessi vista nuda dipinta di una folgorante vernice blu prussia (il colore del body). Vabbè, una volta messo al sicuro Mauro (se penso a come ci proverebbe con Monica con vent’anni in più nel cervello, sto male per lui) sono uscito e ho incontrato, al cancello, il papà di Beatrice.
È ridotto a una larva. Non che prima fosse uno splendore, ma almeno non si faceva notare. Il classico soprammobile da ufficio postale, di quelli con la crapa glabra e lucida di sudore contornata da una chierica francescana, col golfino da discount, una camicia da poco coi bottoncini di plastica, di cui l’ultimo avvitato con puntiglioso orgoglio fin sotto il pomo d’Adamo. Ha ovviamente gli occhiali da presbite, ha ovviamente due spruzzate di peluria giallognola sopra il labbro superiore, ha ovviamente un paio di calzoni di velluto a coste (deve morire di caldo in ‘sta stagione) tenuti su con le ‘stricche’, come le chiamava Mauro, sì insomma le bretelle. In altre parole, ha tutto ciò che può identificarlo per quello che è, un uomo medio frustrato che vive di cibi precotti, tanta televisione e pochissime emozioni vere. Mi verrebbe da chiedermi quanto, in fondo, non somigli anche al me stesso degli ultimi tempi… ma l’ultima cosa di cui ho bisogno è far scoccare nella mia mente già preoccupata le avvisaglie di una crisi di mezza età. Il fatto è che il Martini, adesso, è messo molto peggio di come ve l’ho descritto. Si vede che nessuno più gli lava le camicie (e neppure gliele cambia, devo dire), gli pettina i ciuffi fuori posto prima di uscire, gli urla dietro se nei baffetti si è imperlata una crostina di formaggio. Diciamo che non ha più una moglie come si deve che assolve al compito istituzionale della consorte media di un medio man come lui. Del resto, la signora è ancora ricoverata e, a quanto ne so, pure imbolsita per effetto dei sedativi che le somministrano. Lui tira avanti come può, ma il crollo che sta avendo è verticale. Quando mi ha afferrato il braccio, giù in cortile, ho avuto, per un momento, il timore che fosse venuto a prendermi l’invisibile autista della macchina scura. Subito dopo, nella frazione di secondo seguita alla scarica di adrenalina, ho pensato a un barbone o a un tossico in crisi di astinenza e, soltanto alla fine, quando l’ho messo a fuoco, mi son reso conto che era il papà della bimba che il mio caro detective doveva trovare (magari l’aveva anche trovata e io non lo saprò mai…). In ogni caso, mi ha fatto una pena infinita. Gli tremavano le mani mentre si teneva avvinghiato al mio bicipite come un usignolo all’assicella del suo trespolino. Ha balbettato, biascicato, tossito. Gli colava un rivolino di saliva dall’angolo della bocca fino a macchiargli la punta del colletto, un tempo inamidato e ora affumicato dall’alone di sporcizia intorno al collo. Alla fine gli ho chiesto se voleva un caffè. La mia solita idiosincrasia a sintonizzarmi con le emozioni altrui. Come dice sempre Nadia (non che lei sia un cuore di panna, intendiamoci…) ho la sensibilità di un’iguana con la corazza di un armadillo. Sarà. Però un caffè è sempre un caffè e Martini non mi ha detto di no. Abbiamo attraversato la strada, entrando nello squallido baretto piovuto nel mio quartiere direttamente dalla periferia di Shangai. I gestori son due cinesi che preparano il caffè come io tengo i bastoncini quando tento di mangiare i won ton fritti, cioè di merda. Ma non avevo alternativa, in quel momento. Ho ordinato un ginger per me, mentre lui ha preso un macchiatone. Finché i baffi gli si orlavano di schiuma nocciola, ho cercato di concentrarmi su quello che diceva. In pratica, pare che un prete di una parrocchia vicina sappia qualcosa, non direttamente della figlia, questo no, però del contesto, di quello che sta capitando, sì. Non si è spiegato molto bene, pronuncia le frasi a mozziconi, ride nervosamente ogni due per tre, non capisci mai se sta parlando seriamente o per scherzo. Alla fine, gli ho garantito che farò una capatina dal reverendo (come diavolo si chiamano oggi?) per approfondire. Lui mi ha chiesto rassicurazioni sul fatto che le indagini proseguono e io ho cercato di essere il più convincente e tranquillizzante possibile ringraziando il cielo che non avesse mai visto in faccia Mauro. Altrimenti, sai che contento sarebbe stato nell’apprendere che l’uomo da cui dipende la vita di sua figlia passa i pomeriggi a guardare i puffi in tivù nell’appartamento del sottoscritto.
Ah… un’ultima cosa, il poveraccio mi ha addirittura fissato una specie di appuntamento con don, come si chiama… don Sergio. Domani sera alle 22:00 nella canonica della chiesa parrocchiale di S. Crispino. La conosco, non perché frequenti le funzioni domenicali, ma perché si trova proprio vicino alla bifamiliare dove vive Nadia con sua madre. Mi sa che approfitto per andare da lei dopo l’incontro con il prete così magari ci confortiamo a vicenda. Sto scrivendo in auto, prima di risalire di sopra. Ho una voglia matta di farlo per vedere Monica e una repulsione invincibile all’idea di ritrovare Mauro nelle condizioni in cui è. E infatti resto qua e non mi schiodo, come fanno tutti quelli che vivono questa situazione surreale e non sono stati ancora presi a bordo da un taxi nero per un passaggio verso chissadove. Restano dove sono e non si schiodano. Per ora.

 
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