5 Agosto 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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5 Agosto 2017


05 agosto 2017, notte

Sono rientrato da poco dalla canonica di Sergio. Ormai lo chiamo così, come un amico qualsiasi. Quel ‘don’ mi stava qua e gliel’ho detto: «È come se tu fossi costretto a chiamarmi Avv. Dopo un po’ ti girerebbero le palle». Non ha battuto ciglio. Mi ha sussurrato: «Fai come vuoi, non mi importa nulla. Fosse un titolo onorifico, poi…». E si è messo a ridere, con quel suo modo da attore americano di cui secondo me è dolorosamente consapevole. Eh sì, perché è uno di quei tipi che, per vocazione, vorrebbero essere grassi, brutti e insignificanti e invece l’hanno spedito in questa valle di lacrime figo come un modello, per quanto lui tenti di sfigurarsi lasciando la barba incolta e i capelli arruffati. Ci siamo fatti il solito caffettino corretto con l’amaretto Jesus, poi sono andato al dunque, chiedendogli perché mi avesse ‘convocato’ d’urgenza. Si è guardato attorno come se le mura della canonica fossero trasparenti e le fughe di calcestruzzo dei mattoni a vista imbottite di cimici ricetrasmittenti. «Stai sclerando» gli ho buttato lì per gioco. «Non lo diresti se avessi visto ciò che io ho visto stamane alla messa delle sette». Non serviva che gli chiedessi cosa, perché era evidente che si trattava di una delle ragioni dell’appuntamento. Non la sola e, purtroppo, non la più inquietante come mi ha poi rivelato.

Comunque, dopo essersi scolato l’amaro direttamente dalla bottiglia (brutto segno, ammettiamolo) mi ha fatto una proposta che, lì per lì, ho giudicato ridicola. «Vieni in chiesa, ti parlo nel confessionale». Capite? Io, agnostico impenitente, nella garitta di un sacerdote. Mi sono sbellicato dalle risate dicendogli che non ci pensavo proprio a deporre sulle sue spalle i pesi della mia coscienza, per quanto leggeri. Mi ha incenerito con lo sguardo. Non stava scherzando e non intendeva propormi di fare la lista delle mie colpe per impartirmi il sacramento più geniale mai ideato da Santa Romana Chiesa. Voleva solo parlare e giudicava il confessionale l’unico posto a prova di intercettazioni. «Fidati, lì non ci entra ormai nessuno. È l’ultimo posto dove gli verrebbe in mente di piazzare una cimice». Così l’ho seguito. Ha spalancato i portoni d’ingresso facendo spiovere un taglio obliquo di luce lunare sul pavimento a scacchi rosa e neri della navata centrale. Dentro regnava un silenzio spettrale e le tozze colonne che fanno da spartiacque tra le navate laterali e quella di mezzo mi davano l’idea di altrettante sinistre sentinelle in attesa del giudizio universale. Il tempio era immerso in una penombra permalosa che pareva accogliere con risentimento i due intrusi che non intendevano fare un uso appropriato degli arredi sacri. Ci siamo infilati furtivamente nei vani del confessionale. Sergio ha ritenuto di biasciare lo stesso la formula introduttiva della confessione, poi ha iniziato a parlare a volume bassissimo. Dovevo tendere allo spasimo l’orecchio per cogliere il senso di ciò che mi diceva. Vi assicuro, ho estratto una parola alla volta dalle maglie strettissime della grata che ci separava, come tanti pesciolini da una rete, e se il suo ritmo non fosse stato così lento non ci avrei capito nulla. Invece, purtroppo, è risultato alla fine, tutto chiarissimo.

Cerco di trascrivere qui sinteticamente il succo del suo discorso, così da rendere meglio il senso di ciò che è gli capitato: «Stamattina stavo celebrando messa e, come ormai da qualche settimana, eravamo due in tutto, io e Svetlana, la perpetua ucraina. Anzi tre, se vogliamo ancora considerare il Cristo. A un certo punto, al momento della comunione, dopo aver consumato la particola, stavo per coprire il piattino delle ostie consacrate con il panno bianco. Svetlana non fa la comunione, non può, è divorziata. Beh, sento dei passi solenni lungo il corridoio che separa le due file di banchi. Non riuscivo a vedere bene, la mattina la luce elettrica va e viene e stamane era così brutto il tempo, fuori, che all’interno della basilica era quasi più buio di adesso. Il rumore dei passi si è fatto sempre più insistente e nitido finché è uscito dal cono d’ombra un uomo alto, molto alto, vestito impeccabilmente di nero con le scarpe più grandi e più lucide che abbia mai visto. Difficile da catalogare, un misto fra un impresario di pompe funebri e un killer professionista, per via dei guanti di pelle bruna che indossava. Si è fatto sotto arrivandomi a un palmo e mi ha sussurrato, con un tono cavernoso: ‘La comunione, don Sergio’. Io non posso rifiutare il sacramento senza validi motivi, lo capisci? Così, anche se ne avrei volentieri fatto a meno, gli ho portato il dischetto di pane azzimo all’altezza della bocca. Lui si è levato il cappello che gli oscurava il viso e un ghigno gli ha squarciato a metà la faccia. Aveva dei dentini piccoli attaccati a due gengive enormi, rosso sangue. Mi ha gelato quando ha detto: ‘Dammela in mano, prete’. L’ho fatto, senza dire una parola, come se fossi tenuto a obbedirgli. Lui, a quel punto, ha appallottolato l’ostia e l’ha gettata via come fanno i bambini con i tappi di bottiglia, hai presente? Poi mi ha detto: ‘Fatti i cazzi tuoi, prete, lascia che la provvidenza faccia il suo corso e leggi meno giornali… non fanno bene, davvero…’. Ha girato i tacchi e se n’è andato com’era venuto. Sai, ci ho pensato a lungo e non serve che te lo chieda. È evidente che è lo stesso personaggio che ha minacciato te al bar Flipper. Quindi siamo sulla lista nera entrambi, anche se non sappiamo bene quale, ma non è solo per questo che ti ho fatto chiamare. Vieni». E’ uscito dalla sua tana scostando con rabbia le tendine di velluto indaco e incamminandosi verso l’ufficio parrocchiale. Per parte mia, mi sono levato in piedi con due calli così alle ginocchia (sono ormai fuori allenamento per certi esercizi spirituali) e, soprattutto, con molta più paura in corpo.

Ora, sentite questa. Quando siamo arrivati nel suo studio, ha estratto senza preamboli un registro dal suo scaffale. Un tomo pesante, massiccio. Ho letto sul frontespizio: Registro dei battesimi della Parrocchia di San Crispino. «Guarda bene!» mi ha detto. Un presentimento sottile e viscido come il ventre molle di una biscia mi ha percorso l’ansa della schiena. Sono andato dritto agli ultimi mesi, quelli del 2017. Gennaio dieci battesimi, febbraio quindici, marzo tredici, aprile nove, maggio zero, giugno zero, luglio zero… «Non è possibile» gli ho detto mentre la biscia mi si accoccolava sulla nuca attorcigliandosi al collo e impedendomi quasi di respirare. «Cosa?» mi ha risposto lui, glaciale: «Che non nascano più bambini? Credo che in Comune e in ospedale abbiano la stessa sensazione, sai?». Mi ha passato una stampata di un registro dell’U.L.S.S.: «Questa me l’ha data un’assistente sociale mia parrocchiana». Era la lista dei nuovi nati registrati nel 2017 nel comprensorio cittadino. Ho letto ad alta voce: «Gennaio 621, febbraio 519, marzo, 437, aprile 392, maggio zero, giugno zero, luglio zero». Siamo rimasti a guardarci a lungo, senza sapere cosa dire. E neanche cosa pensare.

 
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