4 Settembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Settembre

4 Settembre 2017


4 settembre 2017, sera

Giornata alquanto strana. Credo d’aver fatto almeno due grosse cazzate in poche ore e quindi sono decisamente sopra il mio standard abituale. Ma andiamo con ordine, cominciando dal primo (fatale) errore. Stamattina uscendo per la passeggiata disintossicante che faccio ogni giorno, con al seguito Mauro e il mio nuovo amico a quattro zampe, mi sono imbattuto nel padre di Beatrice. Aveva la faccia più terrea del solito, i vestiti stazzonati e sudici, la camicia unta di sughi e sudore tenuta per metà fuori da un paio di inguardabili calzoncini da calcio e lo sguardo immerso in qualche pensiero assai plumbeo. Stavolta, non me la sono sentita di ignorarlo come faccio ultimamente quando lo incrocio, anche per evitare che mi chieda inutili notizie sulla figlia. Ho buttato lì una mezza frase di cortesia del tipo ‘allora come andiamo?’. Lui si è bloccato, ha sollevato il capo verso di me e mi ha fissato in un modo che implorava misericordia e che mi ha fatto sentire un bastardo. È rimasto così, mezzo paralizzato e silente, con le stanghette degli occhiali tenute all’esterno delle orecchie, all’altezza dei padiglioni e le palpebre che sembravano obbedire a movimenti inconsulti per come sbattevano frenetiche, su e giù, su e giù, tipo una saracinesca a motore impallata che si alza e si abbassa senza requie. Adesso porta i capelli lunghi e non li lava, per cui somigliano a tanti cordoncini di cuoio trapiantati sulla cute del cranio da un parrucchiere col gusto dell’orrido.

Quando gli ho sussurrato «Signor Martini? Si sente bene?» mi ha risposto d’un fiato: «Mai stato meglio, avvocato, sto andando a uccidermi». Ecco, ben ti sta, ho pensato, così adesso ti tocca farti carico di un depresso che non cercava altro che una spalla su cui piangere per sfogare le proprie tensioni. Il fatto è che c’è un lato profondamente umano in me, che prende sempre il sopravvento. È come se fossi una torta con uno strato di glassa di cinismo rappresa e il sotto impastato di morbida crema. La cosa non è necessariamente un male, ma ultimamente mi sta parecchio prendendo la mano. Fatto sta che gli ho domandato se voleva accompagnarmi a fare una passeggiata. Incredibilmente ha annuito, così ho pensato che quando mi presenterò (molto presto, temo) al Creatore potrò vantare tra le (poche) buone azioni almeno un suicidio ritardato, se non proprio evitato del tutto. Camminando, lui si è sciolto un bel po’, anzi, dopo un abbrivio stentato, durante il quale ho dovuto cavargli fuori le parole dai denti con la pinza, mi ha letteralmente sommerso di riflessioni. Sconnesse, lunatiche, sgangherate, ma almeno fluivano dal suo cervello, svuotandolo un po’ dalla pressione. Non credo sia molto diverso da quello che fanno gli psicoterapeuti. Allentano, facendola sfiatare, la spinta del vapore delle nostre paranoie che altrimenti ci intaserebbe i circuiti mandandoli in tilt.

È saltato fuori che si è rassegnato per la figlia, ha capito che non la vedrà mai più, per cui non mi devo tormentare nel tentativo di evitare il saluto o fare dietrofront sulle scale quando stiamo per incontrarci (touché!). Anche la moglie è scomparsa, nel frattempo. Sparita dall’ospedale psichiatrico insieme a quattro medici, cinque infermieri e almeno una decina di altri pazienti, la notte di Ferragosto ovviamente. Poi, mi ha intrattenuto con i particolari della sua infanzia, con i ricordi più belli di un’adolescenza anonima e di un matrimonio evitabile. Ha parlato, parlato, parlato. Senza accorgercene, abbiamo attraversato tutto il centro della città, passando davanti a una serie impressionante di locali chiusi e di macchine ferme col ticket parcheggio scaduto da mesi. Ogni tanto, qualche veicolo che sfrecciava nervoso lungo strade completamente sgombre. Pochissimi i passanti. Innumerevoli i soldati e gli agenti di polizia e carabinieri.

Alla fine della camminata, mentre Mauro si era accucciato a osservare Phantomas (lo ha chiamato così, il cucciolo) che nuotava in una canaletta cercando di agguantare una nutria, gli ho chiesto a bruciapelo se voleva veramente ammazzarsi. Eravamo seduti sulla spalletta di un ponticello, così ho aggiunto: «Se si butta da qui, comunque, potrei anche farcela a salvarla». Ha guardato giù, notando il misero dislivello di un paio di metri che separava la sommità del ponte dalla superficie di quell’acqua di fosso ed è scoppiato a ridere. Per la prima volta mi ha osservato in modo ‘umano’, non, per intenderci, con quella fissità da Prozac-dipendente che gli è ormai abituale. Mi ha detto che gli serviva proprio quella roba lì, una persona che si accorgesse che esiste e gli desse un po’ retta. Poi mi ha chiesto se conoscevo qualcuno che sarebbe stato disposto a condividere il suo appartamento con lui. ‘Chiunque’ ha aggiunto ‘uomo, donna, giovane, vecchio, sano, malato, purché sia un essere umano con cui poter scambiare quattro chiacchiere, ogni tanto, prima di svanire tutti nel nulla’. Ed è in quel momento esatto che ho fatto la mia prima cazzata (forse).

Gli ho detto che, se voleva, potevo chiedere ai miei genitori, ma prima l’ho anche ragguagliato sull’infermità fisica totale di mio padre e su quella psichica, parziale, della mamma. Mi ha abbracciato. Mi ha detto che possono trasferirsi quando vogliono e che lui si occuperà di ogni loro necessità. Credo che, per la prima volta dopo molto tempo, si sia sentito vivo perché utile. Gli ho promesso che avrei chiesto ai miei cosa ne pensavano. Poi siamo ritornati a casa e ha continuato a sproloquiare, imperterrito, stavolta con una nota lieta nel tono della voce. Un derelitto cui è stata restituita una speranza credo parli in modo molto simile. In conclusione, non so se ho fatto bene o male. Da un lato, son contento per Martini che, se i miei acconsentono, ritorna alla vita (in fin dei conti, non ho ritrovato sua figlia, ma qualcuno con cui spartire questi maledetti tempi ultimi gliel’ho pur sempre portato a casa). Dall’altro, l’idea di avere i genitori nello mio stesso stabile mi procura già fitte d’angoscia. Non bastavano figlio, moglie, cane. Adesso anche babbo e mammà tra le costole. Sempre che accettino. Ma so già che mia madre lo farà. Martini è logorroico, ma con lei dovrà pure imparare ad ascoltare e per la mamma potrebbe essere persino piacevole avere intorno un uomo ‘vivo’ oltre al vegetale che è diventato il papà. In ogni caso, sempre meglio che tenersi come confidente il muro della cucina. In definitiva, ho reso felice anche lei.

La seconda cazzata l’ho fatta mentre rientravo in casa. Stavo salendo le scale, Mauro è corso su mentre, dal pianerottolo, Nadia urlava che la pasta era pronta. In quel mentre è scesa Monica. Non la vedevo da un bel po’. Abbiamo farfugliato due parole di saluto, con le guance accese tipo ravanelli maturi. Alla fine, mi ha chiesto se volevo passare da lei, quando mi andava, anche solo per fare un po’ di meditazione insieme, pure con Nadia eventualmente. Le ho risposto di slancio, che sì, va bene, che Nadia sarebbe stata contenta, che le avrei fatto sapere. Mi ha detto che ci contava, poi si è chinata, coi boccoli arricciati che mi sfioravano la guancia imbevendola di profumo D&G e mi ha sussurrato nell’orecchio: ‘sono un po’ stanca, sai’. Una lacrima le scintillava sotto le ciglia, ma non ho potuto fare a meno di ammirare la sua compostezza. Poi son salito, mangiando ho riferito alla mia convivente della passeggiata con Martini e della proposta della nostra vicina. Ovviamente, è bastato questo a metterla di cattivo umore per il resto del giorno. Quand’è così è intrattabile, ma il coglione sono io che me la son messa in casa. Comunque, adesso è di là che finge di interessarsi a una vecchia puntata dei Visitors sull’unico canale rimasto. Mauro sta costruendo una stazione spaziale coi Lego. Io mi farei in vena, se potessi. Ecco, in tempo reale, se vi interessa, una novità. Sms di Sergio: «Fantini ha fatto bingo, dobbiamo vederci al più presto».


 
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