28 Ottobre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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28 Ottobre 2017


28 ottobre 2017, sei di mattina

È successo tutto all’improvviso, questa notte. Adesso ognuno di noi, di quelli rimasti intendo, di quelli che non sono stati portati via, è concentrato su ciò che lo fa stare meglio. Monica, da mezz’ora, è seduta sulla stuoia, davanti alla finestra del soggiorno, nella posizione del loto. Fino a un attimo prima di intrecciare le caviglie sotto le cosce tremava di paura. Ora, invece, ne colgo la sagoma tranquilla, in controluce, mentre fuori si diffondono i primi barbagli del mattino. La sento respirare, profondamente, con l’addome, come ti insegnano ai corsi di yoga per principianti. Accompagna ogni espirazione facendo risuonare nell’aria la sillaba ancestrale, la divina parola, che, vibrando, diede origine ad ogni cosa: OOOMMMMMMM. So che la fa star meglio e questo mi basta. Non voglio interferire perché non servirebbe, almeno fino a quando il terrore, che ci ha attanagliato poco dopo la mezzanotte, non avrà esaurito i suoi tetri rintocchi.

Anche tutti gli altri sono impegnati in qualcosa che li possa distrarre o calmare, ne sono certo. Me li vedo: Guglielmo che rimescola le carte del suo mazzo di tarocchi, Martini che accarezza il dorso della mano tremante di mia madre, Jenny, Nadia e i due preti intorno al tavolo in cucina che commentano a bassa voce e magari sono pure contenti (non so più che pensare). Io, per parte mia, ovviamente scrivo. Non c’è niente come il pigiare frenetico dei polpastrelli sulla tastiera che sia capace di infondermi calma, equilibrio, distacco. Dio solo sa quanto mi servono, in questi momenti. Intanto, il monocorde lamento di Monica si espande, nelle stanze buie dove ci troviamo, come il cerchio della superficie di uno stagno che un sasso ha infranto.

Ora mi torna in mente chi non c’è più: mio papà; e Giulio. Probabilmente erano gli unici tra noi a meritare ancora qualche giorno di permanenza su questa Terra. I più inoffensivi, i più innocui, soprattutto i meno cattivi. Si erano rifiutati fin da subito di farsi trascinare nel gorgo dell’ostilità che ha risucchiato tutti gli altri. Mio padre si limitava a godersi le sue cicche aspettando il proprio turno. Giulio faceva lo stesso barcamenandosi da qui a là, dal nostro appartamento a quello dei preti, mendicando un po’ di attenzione e umana solidarietà da ciascuno di noi. Quindi, mi sovviene l’unica domanda imbecille che, prima o poi, ciascuno di noi ha pronunciato a un funerale: perché loro? Non lo so. Posso solo dirvi com’è andata e garantirvi che è stata una delle esperienze più spaventose della mia vita. Ci sarà tempo, domani, per piangere.

In fondo, stanotte ho perso per sempre il mio papà. Per quanto non avessimo mai avuto un rapporto profondo, per quanto negli ultimi anni ci vedessimo solo alle feste comandate senza scambiare più di un cenno d’intesa, per quanto sia sempre stato pressoché assente durante la mia infanzia e la mia adolescenza, adesso soltanto comprendo il legame atavico che ci univa. Lo sento questo dolore sordo che mi sta venendo su dalla bocca dello stomaco, ma non si decide a sgorgare di fuori. Era il mio papà, comunque sia, e ora non c’è più. Sono più solo e so che nei prossimi giorni sarà molto peggio, perciò non biasimatemi se continuo a scrivere e farvi la cronaca di ciò che è successo. Quando si faranno più intense le fitte dell’assenza, non ne avrò più voglia, per un po’, di coltivare il diario. Quindi, ecco, di seguito, la cronaca degli eventi di stanotte, dell’attacco che abbiamo subito e di come lo abbiamo affrontato.

Era appena passata mezzanotte. Io e Monica ci eravamo coricati da venti minuti al massimo, senza fare l’amore come di prassi. Io ero troppo stanco per tutte le ripetute fatte nel pomeriggio nello scantinato, insieme a Martini. Lei moriva dal sonno. Tutti i membri della ciurma riposavano. Forse qualcuno leggeva sotto le coperte o guardava qualche dvd o giocava (di nascosto) alla playstation. All’improvviso è andata via la corrente. Me ne sono accorto perché si sono spenti i tre lampioni che si trovano davanti all’entrata del condominio e la cui luce filtra sempre dalle malridotte tapparelle della nostra camera matrimoniale, per quanto ci sforziamo di srotolarle per bene. Non mi ero ancora assopito. Per questo ho notato il calo della tensione. Mi sono voltato verso la radiosveglia e il display, di solito pulsante di un’iridescente luce azzurrina, era spento. La casa era piombata nelle tenebre e io delle tenebre ho sempre avuto una fottuta paura, fin da bambino. Ho dovuto scrollare più volte la schiena di Monica per riuscire a svegliarla. Lei si è girata verso di me, ha imprecato, poi, preoccupata, mi ha chiesto cosa diavolo avessi. Ed è allora che abbiamo sentito.

Un grido terrificante.

Immaginate il più atroce strillo che vi sia capitato di udire e amplificatelo di due o tre volte e avrete una misura approssimata per difetto dell’urlo che è riecheggiato fra le pareti del palazzo. Non potevo scorgere il viso di Monica, ma sapevo che era paralizzato in una smorfia d’angoscia, come il mio. Lei mi ha afferrato la mano, mentre l’intero stabile ripiombava in un silenzio cimiteriale. Per qualche attimo appena ho persino accarezzato l’idea, la speranza, che si fosse trattato solo dell’ennesimo sogno vigliacco. L’illusione è durata un battito di ciglia. Di nuovo, quella voce estratta a viva forza dalla gola di un uomo annichilito dalla paura. Son balzato giù dal letto, ho frugato disperatamente nel cassetto cercando e trovando una ridicola torcia elettrica a carica manuale. Ho smanettato il manico di plastica con il polso in modo da cavarne un debole bagliore. Monica mi implorava di restare lì. Le ho intimato di chiudersi a chiave in camera, che sarei tornato subito. Non ho voluto stare a sentire le sue proteste. Mi son diretto barcollando in cucina, ho estratto dalla feritoia del suo contenitore il coltello da macelleria e sono uscito sul pianerottolo. Le grida non diminuivano d’intensità, anzi, adesso ero persino in grado di individuarne la provenienza. Si trattava di Giulio, il portiere. Non era più uno strepito indistinto quello che proveniva dal primo piano. Erano parole, molto chiare: «Vi pregoooooo, nooooo, non portatemi viaaaaaa, vi pregooooooooo». Era il pianto di un bambino che l’uomo nero sta strappando dalle braccia della madre, ecco cos’era. Si sentiva anche del trambusto, il rumore affrettato di passi pesanti nell’androne e il calpestio di più persone, molto robuste da come le loro scarpe percuotevano i gradini, che andavano e venivano dal pian terreno al primo piano. Ho cominciato a urlare più per farmi coraggio che per spaventare gli intrusi: «Chi è là, ehi voi, cosa fate?». Mi son sentito tirare per la manica del pigiama da qualcuno. Girandomi, ho visto i volti spettrali di Guglielmo e di Martini che mi imploravano di star zitto portandosi l’indice alle labbra. Avevano anche loro una pila ciascuno, ma la tenevano spenta, come una pistola scarica che gli pendeva dalle braccia inerti. Mi sono chiesto se non fossero per caso impazziti. Qualcuno ci stava portando via da sotto gli occhi uno dei nostri compagni e loro non trovavano di meglio che aderire come una moquette alla parete pregando di non essere visti? Poi ho compreso che ero l’unico folle, in quel momento. I miei due amici, semplicemente, stavano evitando di fare gli eroi dopo aver realizzato che non sarebbe servito a nulla. Fra l’altro, loro almeno avevano avuto il fegato di uscire sulle scale per poi acquattarsi nell’ombra, una volta resisi conto che il numero degli invasori superava di gran lunga quello dei superstiti.

Dei due preti, invece, non c’era traccia. Se ne stavano opportunamente rintanati nel loro guscio, in attesa che passasse il peggio. Io ero l’unico esposto. Non riuscivo a vincere la tentazione di puntare la mia torcia verso il basso nonostante Perlingioni mi facesse disperatamente cenno di no, scuotendo l’avambraccio destro come un tergicristallo. Da sotto arrivava il rumore di vetri infranti, mobili spaccati, tavoli trascinati e, ancora, quelle implorazioni terrificanti. Sono sceso di una rampa e ho puntato la pila. Non potevo lasciare che Giulio venisse asportato sotto i nostri occhi come un maiale. Ho puntato di nuovo la pila e me li sono trovati quasi davanti, pochi gradini più sotto. Due figure alte, slanciate. Hanno girato la testa verso di me. Una faccia nera, la colata di plastica di un manichino senza occhi e senza bocca né naso. Hanno emesso un suono impossibile da dire e hanno fatto un passo nella mia direzione proprio mentre il geometra urlava: «Vieni suuuuuu, scappa». Mi è servito tutto l’allenamento di questi ultimi giorni, lo ammetto. Ho volato sulle rampe che mi separavano da Emanuele e Guglielmo superandole ciascuna con un balzo. Dietro, una specie di folata. I due intrusi mi stavano alle costole e volevano me. Appena sono arrivato all’altezza della porta di Perli, lui mi ha afferrato e scaraventato dentro, proprio nell’istante in cui i cacciatori piombavano nel punto in cui mi trovavo un attimo prima. Siamo rimasti tutti e tre, Guglielmo, Emanuele ed io, incollati dietro la porta. Rantolavo.

Fuori, i passi dei manichini in allontanamento e un altro grido in dissolvenza. Quello di una persona che non sentivo parlare da almeno dieci anni, che non credevo più capace di emettere suoni. Pregava: «Aiutami, figlio mio, aiutami». Un clangore di metalli che sbattevano, forse il rumore delle ruote di una carrozzina che urtavano le ante del portone di ingresso e, soprattutto, una certezza.

Quello era il mio papà.

 
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