27 Ottobre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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27 Ottobre 2017


27 ottobre 2017, mezzogiorno

Sono elettrizzato, in ogni senso, fisico e morale. So già che, dopo aver letto ciò che sto per scrivere, vi chiederete se, per caso, non mi sia fritto anche il cervello, ma che ci volete fare. Ho questi sussulti autoironici che non mi abbandonano (anzi, si intensificano!) mano a mano che i giorni di forzata reclusione si ammonticchiano l’uno sull’altro. E benché, quando ho esordito dicendo che mi sento elettrizzato anche da un punto di vista corporeo, non stessi parlando per metafore, quando vi descriverò l’intensità della mia esperienza dubiterete davvero della sanità mentale del vostro umile cronista. Ma non posso farci niente, perdonatemi se potete. Forse, se foste chiusi qui dentro come noi, sareste vittime anche voi di qualche sintomo psicopatologico. A Sergio e Nadia è toccata in sorte la depressione (se non qualcosa di peggio), a Giulio la sindrome ossessivo-compulsiva (apre e chiude a chiave la porta del suo appartamento centinaia di volte al giorno), a me questa specie di serafica levità che mi fa prendere tutto come viene, un po’ alla leggera, col sorriso sulle labbra. Anche rispetto a fatti che di ridicolo, o di lieve, hanno ben poco. Anche dopo aver rischiato di lasciarci la pelle (improbabile) o comunque di rimanere sfigurato, nella carne e nel pensiero, quanto la vittima di un’emorragia cerebrale (probabilissimo). Adesso vengo al dunque. Prima, però, lasciatemi completare l’esegesi della mia battuta di apertura. Sono elettrizzato anche in senso figurato, contento insomma, anzi eccitato per aver portato positivamente a termine la prima importante missione del mio lavoro di spionaggio, grazie a quell’insospettabile doppiogiochista che si sta rivelando il caro Mauretto.

Cominciamo dal principio, allora. Intanto, sappiate che mi sono risvegliato da una specie di dormiveglia comatoso da qualche ora appena. E, infatti, sto digitando sulla tastiera all’insaputa di Monica, che è fuori da qualche parte e che mi ha tassativamente proibito ogni sforzo mentale. Facendo un po’ due conti, significa che, per più di tre giorni, mi sono dibattuto in uno stato di confine tra la coscienza e il nulla. La mia testa non c’era, il mio corpo sussultava ogni mezz’ora scosso da fremiti inconsulti e non controllabili, la mia voce (così mi è stato detto) alternava frasi sconnesse, richieste d’aiuto, invocazioni alla mamma e vocaboli di una lingua sconosciuta. Probabilmente erano solo rantoli indecifrabili, ma non cambia molto. La cosa interessante è il motivo. È successo tutto così in fretta che gran parte della situazione mi è stata raccontata, al mio risveglio, da Guglielmo che si è alternato, insieme a mia madre, Monica e Martini al mio capezzale, pregando per il mio ritorno dal mondo delle ombre. Da quel poco che ricordo e da quel molto che mi hanno poi riferito, il 23 mattina mi sono presentato dal Perli in preda a una grande agitazione. Volevo ragguagliarlo del sostanziale fallimento del tentativo di recuperare qualunque oggetto fosse stato ‘seppellito' negli ingranaggi della Vespetta del prete. Di questo ho una vaghissima memoria. Mi rammento, invece, qualcosa di ciò che è successo dopo. Nella mia mente si accavallano flashback piuttosto nitidi. Anziché rientrare nell’appartamento, come avevo detto di voler fare, mi sono spogliato nudo, scendendo le scale e urlando a squarciagola: ‘ora la libertà me la prendo da solo, se voi non me la date’. Guglielmo mi ha sentito da dietro la porta del suo appartamento che mi ero appena chiuso alle spalle. Ha riaperto e mi ha visto che saltellavo sui gradini, balzando a piè pari dall’uno all’altro, mentre mi toglievo camicia, canottiera, calzini, boxer e li lanciavo per aria in preda all’euforia. Lui mi è corso accanto e, intanto, gli altri condomini uscivano dalle loro tane per vedere che succedeva. Monica si è lanciata dietro di me gridandomi di smetterla, chiedendomi cosa avessi. Guglielmo le ha intimato di fermarsi dov’era, che ci avrebbe pensato lui. Emanuele, a un cenno del Perli, ha cinturato il mio amore bloccandone lo slancio, mentre mia madre, seguendo sempre i suggerimenti del geometra, rimaneva ferma sull’uscio a osservarmi con la faccia di una che collassa dalla sorpresa alla paura. Finchè scendevo, ho visto i quattro dell’Ave Maria (i due preti e le due madonnine infilzate, intendo) che stavano salendo. Si sono fermati, avevano il volto terreo e mi scrutavano senza muovere un dito. Non c’è stato bisogno che Perli gli chiedesse di astenersi dall’intervenire. Ma su questo torneremo più avanti. Sul momento, mi ha colpito il colore dei loro vestiti e del trucco delle signore e l’abbigliamento trasandato di tutti e quattro. I due preti indossavano calzoni neri, camicia senza il clergyman e un pullover di lana grezza, entrambi neri come il catrame. Sergio con la barba folta e arricciata a nascondergli metà della faccia. Lorenzo con una peluria dispettosa e incrociata a mo’ di filo spinato a contornargli l’ovale del viso (se avete visto qualche film d’epoca con Nerone protagonista, sapete cosa intendo). Però, poteva anche starci. In fondo il colore sociale dei preti è quello lì,  o al massimo il blu scuro. Ma Nadia e Jenny come le spiegate? La mia ex era intabarrata in un tenebroso camicione dell’Ottocento stretto in vita da una cintura di cuoio larga un palmo. Jenny aveva la calzamaglia tinta inchiostro tesa che ne metteva in evidenza persino le pieghe dell’inguine e un maglioncino in pendant aderente con una scritta grigia che non ricordo. Dite che è assurdo che abbia registrato così nitidamente certi dettagli? Non chiedetemi il perché. So solo che è una specie di istantanea che ho di continuo davanti agli occhi. Insieme al viso delle due femmine deturpato da un pesantissimo trucco, una specie di alone cenerino spruzzato intorno all’incavo delle occhiaie con le palpebre che, da chiuse (e si sono abbassate, quando son transitato loro davanti a balzelloni), parevano le saracinesche dell’inferno.

Alla fine, sono arrivato in cortile, con Perli che cercava di farmi ragionare. Fuori c’erano due berline nere. Oggi sono quattro, detto per inciso. Ho guardato il mio amico con un ghigno ebete e mi son lanciato verso il cancelletto. Lui non ce l’ha fatta a fermarmi. Mi son trovato in strada, dopo tanto tempo, nudo, con le braccia levate, a pestare le piante dei piedi sulle pozzanghere più profonde (aveva appena piovuto). Ballavo, cantavo ‘nel blu dipinto di blu’, mi sdraiavo ostentatamente sul cofano di una delle macchinone picchiando con le nocche sul vetro davanti e sfidando il loro invisibile conducente a uscire allo scoperto. ‘Siam tutti liberi, è tutto finito’ ho urlato, poi mi son messo a correre verso il centro città. In quel momento abbiamo capito tutti (io a mie spese) cosa può succedere se si viola il cordone sanitario che le autorità hanno approntato per il nostro bene. Si è abbassato il finestrino di una delle berline, szszszszszszszszs, e… zap… ne è scaturito un lampo che mi ha colpito all’altezza del torace dissolvendosi in un baluginio di scintille giallo azzurre lungo la superficie del corpo. Perli ha urlato (me lo ricordo ancora il suo grido disumano) ‘nooooooooooooo, nooooooo, maledettiiiii, nooooo’. Io ho avuto un attimo di lucidità, mentre mi pareva che tante minuscole funi si divertissero a disarticolare le giunture che mi tengono attaccati gli arti e il capo al busto. Ho sentito un dolore insopportabile e sono svenuto, dibattendomi sull’asfalto come la coda di una lucertola troncata da un ragazzino dispettoso. Guglielmo è scoppiato a piangere, mentre una delle due vetture mi si avvicinava. La portiera si è aperta e ne è uscito una specie di braccio meccanico scomponibile. Mi ha sollevato con la grazia che King Kong usava nel famoso film per portare in salvo la malcapitata bionda e mi ha deposto davanti al cancello, facendo così intendere che qualcuno della ‘ciurma’ poteva darsi la pena di ritirare il pacchetto. Il resto lo sapete. Tre giorni agli inferi, come Cristo, ma ora sono qui che scrivo più rapido e ispirato che mai, divorato da una fame micidiale e assalito dagli attacchi di autoironia di cui vi parlavo. L’importante è che ora sto bene. Mi sento persino più tonico, elastico, forte di prima che capitasse questa cosa. Tuttavia, non intendo ripetere il trattamento, se è questo che state pensando. Sperimentare la sedia elettrica senza passare a miglior vita è un privilegio che non merita il bis.

Ora, prima di chiudere, perché mi sta venendo sonno, l’altra grande notizia. A voi in anteprima, visto che devo ancora condividerla con i miei amici. Poco fa è venuto a trovarmi Mauro. Nadia, che non si è neanche degnata di mettere il naso nella mia stanza finora, gli ha permesso di passare da me. Forse perché sta vivendo la cosa come una sorta di separazione coniugale e di figli in affidamento condiviso. Boh. In ogni caso, il pupo mi ha portato una sorpresa. È riuscito a scovare il foglio che era contenuto nel tubo incollato sotto la Vespa di Sergio. Certo, è incomprensibile, ma intanto abbiamo una pista per cercare di capire cosa bolle nel cervellino di quelli là. Ecco la trascrizione del messaggio: 34 56 28 – 42 39 17 e poi: chi cerca trova.

 
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