27 Novembre 2017 quater - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Novembre

27 Novembre 2017 quater


27 novembre, due e venti

Ok. Adesso è deciso davvero. Vado a svegliare Guglielmo ed Emanuele così andiamo a stanare insieme l’intruso.

27 novembre, quattro e mezza

Catturato. È stata più la fottuta paura del prima che non la difficoltà nel mettergli le mani addosso. In questo momento siamo disorientati e presto capirete bene il perché. Siamo tutti a casa di Martini seduti intorno al tavolo della cucina. Abbiamo discusso fino a cinque minuti fa per un’ora buona, anche alzando la voce. È volato persino un mezzo insulto fra il geometra e Monica, ma è bastata una mia occhiata per ricondurre il Perli a un contegno più educato verso la mia signora. Comunque, lo capisco. Se ha provato la mia stessa angoscia nel portare a termine la battuta di caccia, ha bisogno di scaricare un po’ dell’alta tensione che lo percorre come un traliccio. Gli ho solo fatto capire che è meglio se si trova un altro bersaglio da usare come messa a terra. Monica è in bagno, Emanuele allestisce un teatrino di origami con la carta di vecchi rotocalchi (è una sua nuova passione), mamma ha le braccia conserte e il muso imbronciato di chi ha perso una mano di poker. Il Perli è sceso nel suo appartamento a prendere un paio di libri che, a suo dire, potrebbero fornirci qualche spunto.

Io scrivo, va da sé. Il sorcio (ma non so se mi va di chiamarlo ancora così) è chiuso nello studiolo di Martini e prima o poi dovremo ritentare un contatto. Le cose sono andate, più o meno, così. Alle due e mezza ho svegliato i miei due amici ed è un miracolo averlo fatto senza un filo di rumore. Ho usato, per entrambi, l’artigianale sistema di allarme che avevamo studiato per ciascuno dei nostri locali. Un tratto di spago di nylon con un’estremità sporgente dalla fessura della porta d’ingresso e l’altra annodata a una caviglia del dormiente. Mi è bastato dare un paio di strappi per svegliare sia Guglielmo sia Emanuele. Nel secondo caso, come temevo, si è destata anche mia madre, ma Martini è stato bravo a convincerla a rimanere a letto senza fiatare. Entrambi si sono ricordati di non accendere le luci interne, così come avevamo stabilito quando abbiamo ideato e installato questi cordoni d’emergenza. Si sono limitati a socchiudere la porta senza mollare il gancio di sicurezza e hanno sussurrato la nostra parola d’ordine, aspettando la mia risposta. Sono andato prima da Perli e poi da Martini e, nell’ingresso dell’appartamento del primo, abbiamo concordato il da farsi. Loro si sono armati con la scacciacani (Emanuele) e con una spranga di ferro e una mazza da baseball (Guglielmo). Abbiamo deciso di scendere le scale senza accendere alcuna luce, in fila indiana, l’uno con la mano appoggiata alla spalla destra dell’altro. Io aprivo il ‘trenino’ e mi sentivo come il famoso orbo nel paese dei ciechi. Non riuscivo a vedere letteralmente nulla, mi affidavo all’istinto e ai responsi del mio braccio sinistro teso in avanti. Spazzolavo l’aria per avvertire in anticipo la presenza di eventuali ostacoli. Pregavo, non so dire chi, di non fare una brutta fine. Mi venivano in mente immagini allucinate, tipo quelle grottesche comitive di derelitti che, nei dipinti di Bosch, precipitano all’inferno traditi dalla loro cecità.

Siamo arrivati, a tentoni, verso la fine delle scale. Senza fare alcun rumore. Ai piedi indossavamo dei calzini di flanella che rendevano impercettibili persino i nostri passi. Solo un paio di volte ha scricchiolato la giuntura del calcagno o del ginocchio di uno di noi, ma ero sicuro che non ci avrebbe tradito. Un suono troppo debole e indistinto per far pensare al lento avvicinamento di un manipolo di uomini armati. Se noi non davamo punti di riferimento alla controparte, neppure lo faceva il nostro avversario. Silenzio. Era questo a tenermi i nervi in uno stato di allerta sfibrante. Il timore di andare a sbattere, di punto in bianco, contro qualcuno, com’era successo qualche notte fa, mi consumava.

Silenzio. Assoluto, ovattato, sinistro. Quando siamo stati a metà dell’ultima rampa, ecco la prima avvisaglia dell’intruso. Strana. Una specie di risucchio, un misto fra il lamento di un felino in amore e il singulto di un neonato. Non so gli altri, ma io ho avvertito l’equivalente di una cascata di cristalli sulla schiena e l’irresistibile esigenza di menare un fendente alla cieca nel buio. Guglielmo, che si trovava dietro di me, deve aver capito che stavo per farci scoprire e mi ha stretto la mano sulla spalla. Poi si è avvicinato con le labbra al mio orecchio destro, così vicino che potevo sentire la sua grossa bocca che si strusciava sul mio padiglione. Ha bisbigliato: «Aspetta, aspetta…». Ho aspettato e, di lì a poco, di nuovo, quello che era inequivocabilmente un singhiozzo. Sapete, credo sia peggio ignorare chi si ha davanti piuttosto che dover affrontare un nemico terribile, ma conosciuto. Chi cazzo era quell’essere che emetteva quei vocalizzi storpiati nel cuore della notte, rintanato in una crepa del pian terreno della nostra tomba di famiglia (cos’altro è, oramai, questo merdosissimo condominio?)? Oramai ne eravamo sicuri. Il sorcio era davanti a noi, dislocato in quei quaranta metri quadri compresi tra il portone del palazzo, le pareti perlinate con le cassette della posta da un lato e la porta del sottoscala dall’altro e l’inizio della prima rampa dove noi stavamo acquattati, addossati l’uno alla schiena dell’altro, come un solo corpo pronto a scattare in avanti.

Di nuovo silenzio. Di nuovo quel rumore, stavolta inconfondibile. C’era un bambino che piangeva di paura da qualche parte, sul pavimento. Se paragonate l’impiantito dell’ingresso al foglio di una gigantesca battaglia navale potete farvi una vaga idea della scelta che ci stava davanti. Buttarci all’impazzata picchiando senza guardare? O addirittura scaricare i pallini di piombo della pistolaccia di Martini e poi accendere la luce per vedere chi avevamo beccato? Oppure accendere la torcia, all’improvviso, così da dare un’opportunità a quell’esserino piagnucoloso che sembrava implorare misericordia? Ammetto che sono stato avventato perché poteva essere benissimo una trappola, un trucco per idioti, ma alla fine ho deciso di dare una chance all’estraneo. Senza pensarci più, ho estratto dal tascapane che avevo a tracolla la pila elettrica da miniera che mi ero portato. Ho fatto clic sull’interruttore e un fascio di luce smorta ha aperto uno squarcio nel buio. Ho sciabolato due o tre volte, ma non riuscivo a inquadrare il bersaglio. Stavo quasi per pentirmi di quella pessima trovata, quando il cono luminoso della torcia ha intercettato un fagotto gigantesco accoccolato nell’angolo in fondo all’androne. Sono rimasto con la pila puntata e ho urlato le peggiori cose che mi passavano per la testa. Il fagotto si è rannicchiato su di sé come se fosse animato da una struttura semovente e ha trasformato il precedente guaito in un latrato di disperazione.

Ci siamo avvicinati a piccoli passi, mentre lo tenevo sotto tiro con la pila e Emanuele e Guglielmo mi seguivano sbraitandomi nelle orecchie consigli contraddittori. «Gli sparo!» ripeteva Martini. «No aspetta!» lo rintuzzava Perlingioni. Io avanzavo, il sacchettone piangente si ritraeva. Quando gli sono stato a meno di un metro ho notato un ciuffo di peluria (capelli?) svettare da quello che pareva essere il bavero di un giaccone. Da sotto spuntavano due grossi scarponi da montagna. Poi il sorcio ha tirato fuori la mano da una tasca laterale, estraendo contemporaneamente la zucca da sotto il collo della giacca, come una lumaca dal suo guscio. Si è portato la mano sugli occhi per schermarli dalla violenta intrusione di quel fastidioso fanale. Ha iniziato a scandire, con voce tremante: «Non fatemi del male, non fatemi del male». È allora che l’ho riconosciuto e gli ho detto: «Vieni qui Mauro, nessuno ti farà nulla».

 
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