27 Giugno 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Giugno

27 Giugno 2017


27 giugno 2017, ore 6:00

Altro sogno vigliacco. Lo scrivo subito, mezzo rincoglionito come sono, prima che il ricordo evapori col caffè del mattino. Se non fossi convinto che anche questo viaggio nei territori del sonno deve avere un significato preciso, tranquilli che rificcherei la testa sotto il cuscino.

Allora, ‘sto giro ero sempre in centro città, ma in un posto preciso: l’entrata dei giardini dell’arena, come sono chiamati per via della presenza di un meraviglioso residuo architettonico, vestigia dell’impero romano dei primi secoli dopo Cristo. Stavolta la città non era deserta, c’erano parecchie persone in giro, alcune da sole, altre che parlottavano a due a due o in piccoli capannelli. Mi sono reso conto quasi subito che c’era qualcosa di strano, ma non ho avuto la prontezza di spirito di capire che stavo sognando. Avete mai fatto un sogno lucido? Intendo, essere dentro il vostro sogno e saperlo? È un’esperienza straordinaria. Se riuscite a controllarvi e a evitare un brusco risveglio potete letteralmente realizzare qualsiasi desiderio. Siete i creatori istantanei di ogni realtà vi venga in mente. Qualche anno fa ci han fatto persino un film su questa cosa, però, come al solito, ho iniziato a divagare… volevo solo mettere in evidenza che sarebbe stato bello essere consapevolmente vigili nel sogno, ma purtroppo non è andata così. Fatto sta che mi sono accorto di un’incongruenza. Tutti quelli che mi passavano davanti e, comunque, ogni persona nel raggio di centinaia di metri fin dove spaziava il mio sguardo, era a piedi. L’incongruenza sta nel fatto che non ci trovavamo nella zona pedonale della città. Mi ricordo che nel sogno ho fatto questo pensiero e mi sono chiesto se per caso non fosse una di quelle giornate ecologiche, tipo ‘la domenica ai pedoni’. Ma era lunedì, giorno feriale, alle 8:30, pieno orario di punta. Eppure non c’era traccia di auto, motorini, scooter, biciclette, autobus. Mi sono detto che, in fondo, non era male la situazione. C’era un silenzio irreale, sapete, come se un regista di film felliniani avesse trasportato di peso il brusio contenuto di una galleria d’arte moderna nell’assolato e mattutino sfondo di un centro storico. Via la congerie di rumori sincopati, via i catarrosi scoppiettii degli autocarri diesel, via il ronzio delle motorette, il noioso clacsonare delle auto, l’assordante viavai delle sirene d’ambulanza. Soltanto il cicaleccio dei passanti, leggero e uniforme, cosparso sul tessuto urbano come zucchero a velo sopra un pandoro. Sono stato bene, per un po’. Poi, ho avvertito alla base della nuca quel pizzicorio che mi prende quando qualcosa volge al peggio. La mia nuca è una specie di sismometro. Mi avvisava da piccolo quando, giocando a nascondino, avevo qualcuno alle spalle e continua a funzionare discretamente pure adesso, anche nei sogni. Il brivido si è dipanato con la serpeggiante disinvoltura di una vipera in tutto il corpo e ho capito subito perché. In quello scenario idilliaco, all’improvviso hanno cominciato ad apparire delle macchine. Tutte uguali. Berline nere, per lo più, coi vetri oscurati e una targa tutta bianca dove spiccava un puntino blu. All’inizio erano poche, poi han preso a uscire, quasi d’incanto, da ogni angolo. Si muovevano silenziosamente, accostavano vicino ai pedoni, tiravano giù il finestrino. Vedevo le persone infilare il capo, incuriosite, nell’abitacolo, quindi guardarsi circospette intorno e, infine, salire e allontanarsi. La storia è andata avanti per un bel po’ finché nell’area dove mi trovavo e che potevo controllare a vista, non è rimasto più nessuno. Tutti saliti a bordo e trasportati via. Ero solo, come in quell’altro sogno vigliacco. Il bello è che mi sono ricordato del precedente senza rendermi conto che anche quello era un sogno. Insomma, sognavo conservando nella memoria le tracce di un altro incubo. Ho iniziato ad avere paura. Ho notato un’ultima berlina nera svoltare da piazzale stazione in Corso del Popolo e dirigersi verso di me, a passo d’uomo. Mi sono girato e ho cercato di correre, ma non ci riuscivo. Mulinavo le braccia in avanti, le mani artigliavano appigli inesistenti nell’aria e le gambe giravano a vuoto come le zampette di un criceto che annaspano sui pioli di un ruotino di plastica. In breve, l’auto mi ha raggiunto, mi sono fermato, il finestrino si è abbassato con un leggerissimo fruscio e io stavo per guardare dentro.

Stavo… perché, proprio in quell’istante, qualcuno mi ha afferrato per la manica della giacca. Mi sono girato e ho visto la stessa incantevole creatura di cui ho parlato nelle ultime righe finali del 26 giugno. Indossava una casacca bianca su due pantaloni attillati color crema. L’una e gli altri esaltavano la sua figura e, mentre restavo intontito a godermi la sua bellezza, lei mi urlava di seguirla, di scappare via. L’ho fatto quando ho sentito che la macchina nera aveva iniziato a emettere un suono strano, una sorta di singulto rabbioso, più simile al processo digestivo di un ventre d’animale che al torbido ritorno di un motore a scoppio. L’auto ha accelerato, inchiodato, si è girata su se stessa e, sgommando, è partita all’assalto di noi due, come un cavaliere fiondato lancia in resta alla carica del suo rivale. Ha divelto il palo di sostegno della fermata del bus, è salita sul marciapiede, ha sbandato e stava per travolgerci triturando in una gragnuola di ossa spezzate i nostri corpi, quando lei mi ha letteralmente scaraventato contro l’uscio semiaperto di un portone. Non so se è stato più forte il sollievo per quella repentina salvezza oppure il terror panico di chi è in procinto di essere ammazzato. Mi sono svegliato urlando e, negli occhi, l’immagine di lei che mi sorrideva beata.

 
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