25 Novembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Novembre

25 Novembre 2017


25 novembre, dopo cena

Ci stanno avvelenando. Ora ne ho la certezza, perché io e Monica, mamma e Martini stiamo perdendo lo strato più esterno della pelle. In modo diverso, però, rispetto a quando ci era venuto quell’eczema pruriginoso. Adesso abbiamo intere porzioni del corpo dove l’epidermide, a grattare con l’unghia e a tirare col dito, si stacca come una figurina dei calciatori. Il fatto è che è pure piacevole e la maniera soft con cui la pellicola viene via ti fa venir voglia di rifarlo. Perlingioni, che è l’unico a non doversi confrontare con questo anomalo processo fisiologico (o dovrei dire patologico?), ce lo ha proibito. Anche lui è convinto si tratti di qualche sostanza tossica e teme che accelerare il distacco di interi tratti di cute non faccia che intensificare gli effetti deleteri della cosa. Magari ha ragione, ma la tentazione di disattendere questo consiglio è, a tratti, irresistibile. Ieri notte io e Monica non ci abbiamo più visto. Dopo aver fatto l’amore, ci ha eccitato ancor di più il reciproco piacere che ci davamo scuoiandoci la schiena a turno e accumulando tappetini di derma sul letto. Non abbiamo esagerato perché ci rendiamo conto che questo suadente passatempo potrebbe essere una scorciatoia verso la fine. Infatti, dopo un po’ sono scoppiato a piangere e lei mi ha abbracciato intrecciando le sue gambe alle mie. Mi accarezzava il viso bevendo con la lingua le mie lacrime. L’ho sentita, comunque, serena e questo mi ha ridato forza. Le ho chiesto se non avesse paura che qualcosa, o qualcuno, ci stesse uccidendo e lei mi ha risposto che, giunti a questo punto, non possiamo essere sicuri più di niente tranne che del nostro grande amore. Io le ho osservato le guance e ho sorriso. In alcuni punti sembrano la faccia esposta di una braciola grigliata, alternando il colore pallido del suo incarnato a quello ancora più chiaro dei tratti in cui è venuta via una strisciolina di pelle. «Una braciola cruda» ha riso lei e mi ha baciato in bocca, chiudendo così la discussione.

Adesso siamo tutti concentrati a capire da dove può venire l’agente contaminante e perché Guglielmo ne sia immune. Lui ci ha anche scherzato su («Se uno solo non sia ammala, magari è l’untore…»), ma a me la battuta non ha fatto ridere e gliel’ho detto. Se c’è una cosa di cui non abbiamo bisogno è un’altra spaccatura tra noi dopo quella che ci ha fatto vivere da separati in casa per giorni e giorni con i Neri. Lui mi ha dato ragione e abbiamo deciso di dedicare buona parte della giornata a un’indagine meticolosa che contempli il mettere a soqquadro ogni metro quadro di ogni singolo appartamento. Tanto, fuori non possiamo uscire. Darci un obiettivo concreto non può che giovare alle nostre menti sovraccariche di stress e di paura. Ci siamo anche divisi i compiti in modo che ciascuno di noi sia impegnato fisicamente almeno tre ore al giorno. Per il resto, tutto come prima: hobby, letture, preghiere, meditazioni, mantra, sesso, a parte Guglielmo che, giocoforza, persiste nel suo cammino di ascesi e di autocontrollo dei propri impulsi erotici.

A dire il vero, c’è un altro problema che non accenna a risolversi. Il caldo. Anche in tal caso, il buon Perli è esentato da ogni fastidio, ma, a parte questo, non siamo neanche in condizione di stabilire che temperatura ci sia dentro il condominio. Tutti i termometri sono scomparsi e continuiamo a chiederci chi sia il monomaniaco, tra i Neri, che ha sentito la necessità di un atto di vandalismo tanto gratuito quanto inutile. Fatto sta che Guglielmo sostiene di stare più che bene in maniche di camicia e che ci saranno, sì e no, ventiquattro gradi. Noi quattro continuiamo a sudare come fontane e a innaffiarci con docce fredde a getto continuo. Abbiamo provato a smanettare col manometro della caldaia, ma la nostra paura è che salti l’impianto. In questa stagione, decisamente meglio patire la canicola piuttosto che vedere la nostra dimora trasformarsi in un igloo. Quanto all’aria interna, è sempre più viziata e questo ce lo aspettavamo. I pasti per l’intera giornata ci vengono consegnati alle sette di mattina attraverso uno dei bocchettoni. Qualcuno dall’esterno svita una delle griglie che tappano i fori di areazione posti al pianterreno e ci butta dentro un bel po’ di cibarie avvolte in carta stagnola. Anche roba buona, fresca, da cucinare. Insomma, quanto al ‘mangiare’ non ci lamentiamo, mentre la cantina del ragioniere dovrebbe garantirci del buon vino per un altro bel po’. Per il resto, continuo ad allenarmi insieme a Martini e il mio corpo non è mai stato così in forma, ma se volete una panoramica del mio umore, pensate pure al colore delle berline che ci ‘proteggono’, la fuori, alternato al poster di un paradiso tropicale. Ci sono dei momenti in cui mi coglie un fiotto di disperazione, torbido, avvolgente, soffocante, altri invece in cui abbraccerei tutti i miei compagni e sposerei, su due piedi, la mia donna ed esulterei lodando chi ci ha risparmiato la fine che hanno fatto tutti gli altri. In questo istante, sono nella sala d’attesa che segna il passaggio tra l’uno e l’altro degli stati emotivi che vi ho descritto. È in questi momenti di raro equilibrio che riesco a continuare il mio diario. Non so se abbia più un senso farlo, sapendo per certo che nessuno ne leggerà mai un solo rigo, ma lo sento come un dovere. Le cronache della fine devono essere concluse. E poi mi distrae.

Ah, la prossima destinazione della parabola dei miei sentimenti non è bella per niente. Voglio dire che vengo da un picco e quindi mi attende un dirupo. Prima che ciò accada vi informo della mia ultima pensata. Mi rendo perfettamente conto che siamo cementati qua dentro senza possibilità che qualcuno di noi esca o che un intruso entri, però, sapete com’è, la diffidenza è la nutrice dell’ingegno. Così ho deciso di tirare una lenza, trasparente (invisibile) dalla parete dove inizia la prima rampa al corrimano e poi l’ho fatta salire su, su, legandola ad ogni giro scala e facendola arrivare alla mia camera da letto. Tutti gli altri lo sanno, così quando arrivano in fondo all’ultima rampa, se devono procedere, si abbassano. Di notte, attivo il mio allarme. Tendo il filo da pesca agganciandolo alla spalliera del mio letto con un campanellino pasquale annodato a venti centimetri dal muro. Se mai qualcuno ci farà visita, sarò il primo a saperlo e il curioso non troverà più un ometto inerme e nudo ad attenderlo. Sotto il letto ho pronte due scintillanti lame da macellaio con l’impugnatura di legno sbalzato. Chiunque ci provi a replicare le recenti intrusioni, riceverà un elegantissimo regalo di benvenuto. Adesso, scusatemi, sto male.

 
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