25 Dicembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Dicembre

25 Dicembre 2017


Natale 2017, sei della sera

Sto guardando fuori dalla finestra. È buio. La festa si è conclusa, ma per me la vita forse ricomincia.

Quand’ero piccola odiavo il Natale. I miei mi facevano vivere in una casa spartana, senza i confort e le piacevolezze che trovavo nelle abitazioni di tutti i miei amici: divani morbidi, tappeti soffici, poltrone imbottite. In una parola: accoglienza. Da me, comodità come queste erano bandite. Vivevamo in un austero appartamento uguale a decine di altri, incastonato nell’alveare di cemento che veniva chiamato ‘case INPDAP’ (istituto nazionale dei dipendenti pubblici o qualcosa del genere). Il posto era già brutto di per sé, visto da fuori: brulicava di ragazzini eccitati e malvestiti che trascorrevano l’estate all’aperto ai tempi in cui all’aperto i bambini potevano tranquillamente starci. Intorno, il malconcio paesaggio senza colori dei casermoni di periferia di allora: dimesso, cementificato, squallido. Ci pensavano i miei a uniformare l’interno della casa alla carenza estetica dei dintorni: mobili in formica, sedie dozzinali, pochissimi soprammobili o suppellettili, niente fiori, nessun quadro alle pareti tranne qualche poster scolorito di una mostra di Gauguin o di una fotografia di Robert Capa. Quanto al resto, libri dappertutto, finché volevo. Mio padre era un modesto professore di liceo con la fissa della cultura e un odio viscerale per qualunque cosa puzzasse lontanamente di modernità. Perché ve lo sto dicendo, adesso? Perché mi sono tornati in mente gli orribili pomeriggi dei miei Christmas day degli anni 80 con i miei che leggevano in cucina alla luce di una lampada e io che sentivo un freddo impietoso nelle ossa e nel cuore. Molta noia e, a tratti, il presentimento di una compagna che, se avessi avuto qualche anno in più, avrei chiamato depressione.

Adesso la casa è immersa nella stessa spettrale desolazione, ma, a differenza di allora, la mia anima è in pace.

Abbiamo mangiato, abbiamo brindato, abbiamo scartato i regali e tagliato con cura delle belle fette di un pandoro scaduto da un anno. Sergio ha detto messa, stamattina, e ora dorme sprofondato nel divano, felice. Forse perché gli ho detto che volevo uccidermi e gli ho anche giurato solennemente che non accadrà. O, magari, perché ha fatto l’amore con me, per la prima volta nella sua vita. Mauro è fuori in giardino da tre ore che gioca con un elicottero telecomandato che il suo nuovo padre gli ha regalato dopo la colazione. Era così preso dalla novità che siamo riusciti a concederci una mezz’ora di intimità, io e Sergio, a dirci che ci amiamo e che partiremo insieme, verso Nord, il primo di gennaio: Innsbruck, Salisburgo, Monaco, Norimberga. Poi si vedrà. Ho aperto il cassetto dove riposavano le pastiglie della mia fine. Le ho sparse per terra e le ho triturate con il piede fino a ridurle a una polvere bianca inutilizzabile.

Perché tutto questo? Perché oggi è successo l’unico miracolo che poteva cambiare ogni cosa, nella mia esistenza e in quella del mondo.

Sono incinta.

La mia fortuna è stata cedere alla follia di fare il test. Le nausee degli ultimi giorni e il ciclo che ritardava da due settimane mi avevano acceso il minuscolo lume di un assurdo sospetto. Ho lottato con tutta me stessa per vincere la tentazione di salire di sopra e distruggere i bastoncini del test nella loro scatola. Li avevo notati subito quando siamo venuti a stare qua. Però era così assurda l’idea che potesse essermi capitata una cosa del genere che mi odiavo solo per aver accarezzato il proposito di provarci. Al solo pensiero dell’immensa delusione che avrei avvertito, dopo, nel guardare il segno meno che compariva sul filtro della cartina. E poi io non posso essere incinta, mi dicevo: mi sono fatta sterilizzare tre anni fa e non ho ‘consumato’ negli ultimi tre mesi, fatta salva quella volta con Lorenzo.

Con Lorenzo, capite? Un essere di un’altra dimensione. Sergio continuava a chiamarmi da basso. La cena era pronta, la pastasciutta fumante nella terrina al centro del tavolo. Alla fine ho ceduto, perché mi sono detta che, dopo tutto quello che era accaduto, un miracolo non sarebbe stato poi inconcepibile. E poi, maledetta egoista che ero, lo dovevo a me stessa, a Sergio, a miliardi di persone il cui ritorno dalla terra del ‘popolo di sotto’ dipendeva solo da questo: che una qualunque donna rimasta sul pianeta mettesse alla luce un bambino.

Mi sono chiusa in bagno e ho fatto il test. Poi la mia mano destra ha iniziato a tremare in modo inconsulto. Ho dovuto bloccare il polso cinturandolo con l’altra, ma continuavo ad andare su e giù con questa cartina tra le mani e quel simbolo inconfondibile stampigliato nel riquadrino al centro: +.

Una volta un’amica mi ha detto che ci sono solo due sole cose sicure al mondo: la morte (forse adesso avrà cambiato idea…) e il risultato positivo di un test di gravidanza. Questo per dire che non ci sono dubbi. Aspetto un bambino. Non so come questo sia possibile, magari chi mi ha operata quella volta non ha fatto un lavoro impeccabile. Magari ero destinata veramente a questo e forse non è un caso che l’abbia saputo proprio oggi, il giorno di Natale del 2017. In fondo, Lorenzo ce l’aveva pur detto che ciascuno di noi, di quelli che erano rimasti, aveva una missione da compiere. Quando sono scesa e ho mostrato l’esito a Sergio, ha urlato e mi ha abbracciata. Il fatto che sia Lorenzo il probabile padre non lo ha minimamente turbato. Gli avevo già raccontato, qualche giorno fa, di quella famosa notte. Era solo immensamente felice e ha detto: «Diventerò papà». E poi: «Torneranno tutti a casa, Nadia, tutti…».

Non lo so. Non so se questo è vero. So solo che sta succedendo una specie di universale cataclisma dentro la mia anima. L’apocalisse, ora, è nel mio grembo. Sarò madre. Io sarò madre. Senza dubbio lui sarà ‘speciale’, non tanto per essere il frutto di un amore strano, di una dimensione diversa, superiore, quanto perché è il bimbo che riporterà tutto il mondo al suo posto, ogni persona alle sue cose e ai suoi affetti. Ma se anche non accadesse, questo bambino ha già realizzato un miracolo immenso, salvandomi la vita in un giorno di Natale che doveva segnare il mio passo d’addio.

Adesso, credo che non ci sia davvero più nulla da dire. Ogni cosa si è compiuta. Ci aspettano mesi difficili, interminabili chilometri e lunghissime ore di solitudine e silenzio. Ma li percorrerò e le trascorrerò levigando la speranza, nell’attesa. Ora vado, che Mauro ha suonato alla porta e vuole rientrare.

Un’ultima cosa: abbiamo deciso anche il nome. Lo chiameremo Salvatore. Ne avremo cura.

FINE


 
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