24 Luglio 2017 bis - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Luglio

24 Luglio 2017 bis


24 luglio 2017, 01:00 circa

Sono riuscito a calmare Mauro. Era in una condizione spaventosa. Mezzo nudo, si era cavato le braghe del pigiama e aveva la testa infilata nel collo della maglietta di flanella e rischiava di soffocare. Continuava a urlare frasi sconnesse, ma una la ripeteva più spesso e con più foga delle altre: «Siamo tutti prescelti! Siamo tutti prescelti!» Non chiedetemi cosa significhi perché non ne ho la benché minima idea. Del resto, in quel cervello inzuppato nella follia, un’affermazione qualunque potrebbe avere almeno quindici significati differenti, tutti coerentemente annodati alla schizofrenia paranoide in cui il mio caro detective è oramai immerso. Per farlo tacere l’ho abbracciato stringendolo forte come si fa con i bambini e mettendogli la mano sulla bocca. Per poco non me la staccava a morsi. Poi, passata la fase violenta ha cominciato ad essere scosso da singulti ripetuti, un po’ come chi non riesce a riprendersi da una crisi di rabbia o di panico. Però, ha funzionato. L’abbraccio intendo. Non che lo facessi con particolare trasporto, intendiamoci, non mi sento suo padre e non ho nessuna intenzione di diventarlo, nemmeno per finta. Però, la morsa in cui lo stritolavo nel tentativo di evitargli di soccombere a un qualche istinto suicida, lo ha come sedato. Non c’era affetto, solo tensione e premura, nella stretta con cui gli cinturavo le braccia serrandogli le mie intorno al busto, quasi fossero le chele di un granchio. Ma è bastato. Si è chetato, ha continuato a singhiozzare, in modo più umano e poi gli è preso un pianto denso di tristezza.

Mi sono messo a piangere insieme a Mauro, magari per sfogare tutte le paure che non oso ammettere. Magari per la frustrazione di non capire tutto questo universale senso di precarietà che pare aver avvolto il mondo intero col suo manto scuro. Quelle di Mauro, invece, erano lacrime di disperazione. Si possono catalogare le lacrime? No, vero? Eppure, le sue erano così cupe, così definitive e rassegnate che non mi ha sorpreso quando mi ha posato il capo sul petto per farsi accarezzare i capelli e ha detto: «Non c’è più speranza, amico mio, siamo tutti prescelti». Con il tono di un condannato a morte a cui hanno appena respinto la domanda di grazia. Poi si è afflosciato come un palloncino sgonfio, addentrandosi in un sogno che mi auguro nero come la notte, senza sogni. Direte che è matto, e spero abbiate ragione, ma vi assicuro che nel tono con cui ha pronunciato quella sentenza non vi era traccia di follia. Solo la consapevolezza di uno che ha visto, e quindi sa. Comunque, mi rendo conto che la mia patologica tendenza a divagare sta di nuovo  prendendo il sopravvento…  Avevo iniziato con l’intento di raccontare la passeggiata notturna e sono finito a raccontare del lavoro e poi di Mauro. Il fatto è che seguire il filo, spesso contorto, dei miei pensieri, mi evita di restarne soffocato.

La mia meta erano le chiuse, un complesso tipo diga che frena la corsa del canale di cui vi parlavo. In corrispondenza dello sbarramento, costituito da un muraglione verticale di cemento armato percorso da una sorta di ballatoio per i pedoni, si è formato un laghetto che viene usato dagli appassionati per le gare di pesca sportiva e dalle coppiette per scambiarsi effusioni fingendo di starsene al mare. Io ci sono andato alle undici di sera, quindi mi aspettavo di non trovarci nessuno, dovevo solo far sfiatare il bollitore che mi ritrovo al posto del cervello. Respirare l’umidità della notte mi fa bene. Ho preso per l’argine destro e, per un bel po’, ho camminato immerso nelle mie riflessioni. Ogni tanto accarezzavo l’impugnatura del coltello da cucina che mi ero infilato in tasca prima di partire. La minaccia dell’uomo nero mi pesa ancora dentro. Mi chiedevo come fosse possibile che una semplice lettera, per quanto scritta al direttore del principale quotidiano nazionale, potesse scatenare una reazione di quelle proporzioni. O qualcuno l’ha intercettata prima che arrivasse al destinatario o quest’ultimo è parte di un disegno di cui ora mi sfuggono i contorni, ma che sono sempre più deciso a capire. Mentre pensavo a cosa fare, ho sentito dei passi alle mie spalle, il classico rumore di due suole di para che strusciano sul ghiaino. Mi sono voltato e l’ho visto. Un tizio, assolutamente indistinguibile per quanto riguarda i lineamenti e la foggia degli abiti. Era alto, questo sì, molto alto. Uno spilungone che indossava vestiti attillati. Da quella distanza, una cinquantina di metri, pareva un podista affaticato con la sua livrea di lycra aderente che cercasse di riprendere fiato. Ma non lo era. Sapevo che non lo era. Me lo sentivo. Mi sono rigirato e ho ricominciato a camminare. Lui, che si era fermato quando io mi ero voltato, ha ricominciato a macinare le sue ampie falcate. Crich crich, rumore di suole. Mi sono girato di nuovo e lui si è arrestato, immobile come il fusto di un lampione dal grottesco profilo umano. Ho ripreso ancora la camminata e subito il crich crich è ricominciato alle mie spalle. Un crich crich più veloce, però. Avete presente quelle candid camera dove la vittima viene seguita a distanza e ogni volta che si arresta fa lo stesso il suo inseguitore? Salvo poi riprendere più svelto, quando il malcapitato si mette di nuovo in marcia? Ecco, uguale. Solo che non mi faceva ridere. E non era una candid camera. Siccome mancava poco meno di mezzo chilometro alle chiuse e lì c’è molta più illuminazione ho preso a corricchiare. Quando ho sentito il crich crich diventare il passettino sostenuto di un cultore del jogging, ho perso ogni illusione che potesse trattarsi di uno che, semplicemente, non aveva sonno come me. Ho stretto l’impugnatura del coltello, rimpiangendo di non aver preso quello da macelleria e ho cominciato a pompare coi piedi sul terreno. Mi sono girato e ho visto questa specie di gigante, imperioso, possente, atletico che divorava, quasi volando, il tratto di sterrato che lo separava da me. Sono arrivato a duecento metri di distanza dalle chiuse e ho scorto una volante della polizia municipale che procedeva a passo d’uomo sotto l’argine. Mi sono letteralmente buttato addosso a quell’apparizione benedetta, quasi facendomi investire. Ho preso una bella botta, ho dovuto sottopormi a due prove con l’alcoltest, ho penato alquanto per convincere i due agenti che correre di sera mi aiuta a scaricare le tensioni del giorno. Alla fine mi hanno lasciato andare. Dietro di me non c’era più nessuno. O forse non c’era mai stato nessuno? Uno dei due ,prima di consegnarmi il verbale per danneggiamento di beni pubblici (ho introflesso lo specchietto retrovisore della loro Golf buttandomici contro a corpo morto), mi ha detto: «Credo che le convenga coltivare questa sua… passione, avvocato finché può. Mi sa che non manca molto al coprifuoco notturno». E se n’è andato ridacchiando. Gli idioti sono sempre gli ultimi a lasciarci.


 
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