23 Ottobre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Ottobre

23 Ottobre 2017


23 ottobre 2017, quattro di mattina

Son qua nel mio garage, anzi nel garage di quello che era il mio appartamento e di cui, per fortuna, ho conservato una copia della chiave. Davanti a me la motocicletta di don Sergio, il Vespino anni Sessanta che gli serviva da mezzo di locomozione prima che finisse rintanato in questa fossa come tutti noi della ciurma. Ho appena finito di smontarlo, pezzo per pezzo, ma non c’è nulla. Anzi, peggio. C’è l’aggeggio tubolare di plastica che stava attaccato con il nastro adesivo nella parte inferiore della pedaliera. Con il tappo circolare svitato e il vuoto pneumatico dentro.

Merda. Merda, merda, merda. È arrivato prima lui, sia a capire sia ad agire. Così adesso abbiamo un’informazione in meno che poteva permetterci di comprenderne o, addirittura, anticiparne le mosse. Lui continua a muoversi felpato, tipo un gatto nero che si liscia i baffi in attesa di papparsi il topolino. Si limita a passare dal suo appartamento a quello delle due amiche del cuore, Jenny e Nadia, seguito sempre dall’ombra scura di quello che pare il suo personale portafortuna, da come stanno appiccicati, e cioè Lorenzo. I quattro fanno comunella in pianta stabile dal momento in cui ci hanno rinchiusi tutti sotto minaccia di morte, vale a dire dieci giorni fa. Fanno colazione insieme, pranzano insieme, cenano insieme (accompagnati dal lavorio di mandibole dell’insaziabile cucciolotto Mauro, ovviamente). Per lo meno hanno avuto il buon gusto, finora, di evitare di condividere i giacigli. Jenny è andata a stare nel mio appartamento con la mia ex (e il fatto che quell’oca svampita  giri indisturbata a  casa mia mi dà la bile verde), mentre i chierici si ritirano in buon ordine, scoccata la mezzanotte, nei locali già occupati dalla stallona Guidobaldi. Però, ora capisco che, come al solito, ho cominciato dalla fine così da rendere incomprensibili i motivi che mi hanno portato qui, nel cuore della notte, a smontare una Vespetta come se fosse una costruzione di lego. E a piangere sopra i suoi pezzi sconsolatamente sparpagliati sul pavimento, aggiungo.

Allora facciamo un passo indietro, anzi più di uno. Intanto, vi chiederete perché ho lasciato passare così tanto tempo dall’ultima volta. Direi per due ragioni. La prima è che, nonostante la grafomania non si sia placata, ho deciso di smetterla con la vita da vittima rassegnata al sacrificio e da amanuense menagramo che conducevo prima. Quindi ho molte più cose da fare: la mattina dedico almeno tre ore agli allenamenti con Martini: corsette nel cortile, pesi, spinning, basket. Abbiamo appeso al muro esterno del palazzo un vecchio canestro arrugginito raccattato fra le cianfrusaglie della cantinola condominiale. Ci sfidiamo a chi fa più ‘ciof’, cioè palla secca dentro il cesto senza toccare l’anello di ferro arancione. Poi mi faccio una doccia, mangio insieme a Monica, anzi mi godo questo momento del giorno sia per sfogare un appetito che aumenta da una settimana all’altra sia per stare insieme a lei a chiacchierare. Quindi, pisolino fino alle quattro e poi lettura. Insieme a Guglielmo stiamo attrezzando una mini biblioteca per la ciurma con tutti i libri che riusciamo a racimolare. Inevitabilmente, ci perdiamo in interminabili discussioni, soprattutto di storia antica, origini delle civiltà. Lui è un fanatico di quella Sumera e sul famoso popolo dei due fiumi sa letteralmente tutto. Così, tra un tramezzino, un biscotto, una tazza di tè e una digressione arriva l’ora di cena. Mangiamo sempre tutti insieme. Intendo io, mamma, papà, Monica, Martini e Guglielmo. Il portiere, invece, fa la spola, una sera da noi e un’altra dai preti. È ben accolto da entrambe le cerchie perché è un sempliciotto che vorrebbe la pace universale e, non potendo ottenerla, spera di mantenere i buoni rapporti con le due opposte fazioni (se così si possono chiamare).

Insomma, vi sembrerà surreale, assurdo, psicotico il mio atteggiamento. Magari lo è davvero, ma da quando sto con Monica ho ricominciato a vivere. Mi gusto ogni singolo istante della giornata, non penso più al dramma che incombe là fuori premendo contro i vetri del nostro condominio come una cupa giornata di pioggia. Ogni tanto mi sfogo con lei e il Perli e il loro ottimismo incrollabile mi aiuta a ritrovare la mia centratura (questo è un neologismo del mio amore: vuol dire equilibrio, allineamento, serenità). Dopocena è il momento della meditazione, dei canti e delle preghiere. Chiediamo che lo spirito universale abbia pietà di noi e ci aiuti in questo travagliato e doloroso momento. Mi stupisce che uno come me, refrattario nato verso ogni esperienza religiosa, adesso riesca a farsi contaminare senza problemi. Il fatto è che quei momenti, condotti a turno da Monica o dal geometra, non sono mai noiosi. Volano. E ci lasciano tutti meno abbattuti e impauriti di quando cominciamo. Sono una sorta di centrifuga energetica. Entri annerito ed esci luminoso. È una cosa che non si vede, ma si percepisce. A proposito di luce, gli altri quattro sembrano aver optato per una svolta dark. Ci scherzo sopra, ma vi garantisco che fa impressione. Nadia e Jenny, da una settimana circa, vestono solo e rigorosamente di nero. In più si truccano con rossetti, fard, eyeliner, smalti per unghie di identico colore. Quando le incrocio camminano rasente i muri. Nadia mi rifiuta persino la parola. Se ci incontriamo per le scale provo, a volte, a buttar lì una battuta, ma non mi guarda neppure in faccia. Così non mi dà nemmeno l’opportunità di capire il motivo di questo suo nuovo look vampiresco. Con Guglielmo ne abbiamo parlato. Siamo entrambi molto preoccupati. Lui ha anche paura. Non gli è sfuggito il simbolo che Lorenzo ha graffiato sullo stipite del portone condominiale. Si rifiuta per il momento di considerare spiegazioni diverse dal puro slancio idiota di una persona sotto stress. Io ho obiettato che se ci troviamo nel bel mezzo di una svolta cosmica, epocale che attiene alla dimensione trascendente e non a quella politica o militare, beh, sarebbe un tantino contraddittorio sottovalutare l’episodio. Voglio dire, siamo davanti a qualcosa che attiene ai novissima? Allora, prendere sottogamba questo fatto di un tizio (un seminarista!) che sigla col logo dell’anticristo le porte di casa nostra non mi pare una gran pensata. Alla fine, anche Perli si è convinto. Il fatto è che, per capirne di più, dovremmo frequentarli e non ce lo permettono. Oppure potremmo registrarne le conversazioni di nascosto, ma anche questo è impossibile; ci mancano i supporti tecnologici. Così, alla fine, abbiamo deciso di provare col geniale suggerimento di Emanuele. Se non possiamo ficcargli in casa un registratore artificiale, allora proviamo con uno ‘umano’. In poche parole, l’idea è stata quella di fare di Mauro un infiltrato convincendolo a trasformarsi in una spia (in fondo, era il suo vecchio lavoro) e a riferirci tutto ciò che sente uscire dalla bocca dei due preti e delle loro compagne di merende. All’inizio mi sembrava una trovata improponibile, poi però ci ho riflettuto. Dopotutto, Mauro ha il cervello di un bambino di sei anni. Se lo si prendeva nel modo giusto rendendolo complice di un gioco ‘da grandi’ avrebbe potuto accettare. Bastava solo trovare l’occasione ideale per avvicinarlo senza che Nadia s’insospettisse. L’opportunità è arrivata e il bambino ha accolto l’idea con entusiasmo.

È successo l’altro ieri. Mentre ero in cortile ad allenarmi, ho sentito il pallone che rimbalzava sul tetto e ho capito che era il momento che aspettavo. Son corso su per le scale, ho aperto la porta dell’attico e mi sono trovato a tu per tu con Mauro che palleggiava con un beato sorriso sul volto. L’ho presa alla larga, lui mi ha subito chiesto perché avessi litigato con mamma; io gli ho spiegato che, a volte, noi adulti passiamo dei momenti un po’ così, che bisogna avere pazienza e poi tutto si aggiusta e che avevo pensato a uno scherzetto per rimettere tutte le cose a posto. Lui sarebbe stato la mia ‘spia’ dentro la casa e mi avrebbe riferito le conversazioni che avvenivano fra i quattro grandi con cui passa buona parte della giornata. In questo modo io avrei potuto comprendere se c’era qualcosa che non andava e organizzare una festa a sorpresa per riappacificare tutti i membri della ciurma. Ci è cascato subito. Era letteralmente fuori di sé dall’entusiasmo. Tanto più quando gli ho garantito che da quel momento in poi ci saremmo rivisti sempre sul tetto per le nostre confidenze, alla stessa ora. Bene, il giorno dopo ho già avuto la prima soffiata. Incredibile. Mi ha rivelato di una conversazione che ha ascoltato per caso mentre Sergio e Nadia erano convinti che lui stesse dormendo (da quel che ho inteso fanno molta attenzione a non discutere di argomenti delicati davanti al ‘bambino’). Pare che Sergio abbia esclamato, a un certo punto, d’aver colto il senso del messaggio di Pantini (Mauro ha capito male, il don si riferiva a Fantini). In particolare, la canzone degli anni 90 ‘Ma che bello andare in giro con le ali sotto i piedi, con una Vespa Special che ti toglie i problemi’ era un messaggio cifrato con cui il Fantini intendeva riferirsi al ciclomotore del prete. Sul momento sono scoppiato a ridere. Mi è sembrata una cosa delirante degna di una mente ottenebrata dal terrore del complotto universale. Tuttavia, Mauro insisteva a dire che lui e Nadia avevano preso la cosa molto sul serio, in particolare quando si erano resi conto che la motocicletta era in garage e, per verificare se l’intuizione di Sergio fosse giusta, bastava entrare lì dentro e smontarla, pezzo per pezzo. Peccato che non avessero le chiavi, perché non erano nel mazzo che Nadia si è tenuta quando mi ha sbattuto fuori di casa. Mi sono congedato in fretta dalla mia spia garantendogli che il giorno dopo gli avrei portato una sorpresa e sono corso dal geometra. L’ho trovato che imbeccava col mangime le due tartarughine nane che si è fatto portare dalla navetta dell’ONU qualche giorno fa. Ha concordato con me che bisognava assolutamente appurare se l’intuizione di Sergio avesse un fondamento. Sia che si trattasse di una minchiata per attrarre ancor più le due donne nella tela di ragno delle sue paranoie, sia che avesse visto giusto, era indispensabile andare a fondo della faccenda.

In definitiva, eccomi qua, alle quattro e mezza di mattina, sudato e infreddolito, mentre mi sforzo di sradicare dalla mente il ritornello di quella maledetta canzone. In mano ho solo questa specie di tubo Perugina, vuoto. E bravo il mio Sergio. Ha trovato la mappa del tesoro. E anche la chiave del garage, a quanto pare. Ora ha un’incollatura di vantaggio su di noi. E ho paura di pensare a come intenda usarla.

 
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