22 Agosto 2017 quater - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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22 Agosto 2017 quater


22 agosto 2017, verso mezzanotte

Riprendo da dove mi ero interrotto così completo il racconto, mi chiarisco le idee e cerco pure di farmi venire sonno. Da quando mi sono svegliato, stamattina, ho una maledetta prurigine che mi tormenta sulla schiena, all’altezza delle scapole e vicino al coccige. Per quanto mi strusci sugli stipiti delle porte e sullo schienale dei divani non c’è verso di mandarla via. Sono uscito nel primo pomeriggio per farmi dare qualcosa in farmacia. Il dottore mi ha consigliato il talco mentolato e pasticche simil omeopatiche di viridiana, una specie di erba da fattucchiera che mi ha procurato solo delle coliche. Secondo me ci stanno mettendo qualcosa nell’acqua che beviamo. Da un po’ di giorni avevo anche notato che quella del rubinetto ha un retrogusto acidulo che prima non c’era. Oppure saranno le scie chimiche degli aeroplani. Avete presente quelle che furoreggiavano nei blog cospirazionisti qualche anno fa? Ecco, da un mese mi pare si siano intensificate. Sarà che la paranoia mi ha un po’ preso la mano, ma non c’è giorno che il cielo non somigli a un arazzo intessuto di lunghe code di gas bianco, sottili, sfrangiate, spiraliformi. Magari è la vera causa di tutto questo finimondo: qualcuno sta iniettando nell’atmosfera terrestre le ultime siringate di qualche prodotto per far svanire nel nulla gli esseri umani. Sono queste idee da squilibrato che mi fanno dubitare della tenuta del mio sistema nervoso.

Epperò il prurito non me lo sto inventando. Dev’essere un’allergia. Comunque, tanto per restare in tema di complotti, sentite un po’ l’esito della visita al signor Fantini. Come vi avevo anticipato, io e Sergio siamo arrivati a casa sua a piedi, facendo un giro largo, evitando le strade principali e camminando il più possibile rasente ai muri e alle cancellate delle case. Solo una o due volte, sentendo l’avvicinarsi di un motore o scorgendo da lontano il pulsare di una sirena, abbiamo dovuto rintanarci nello spazio libero tra due auto parcheggiate o sotto la panchina di una fermata di tram. Poi, quando i soldati passavano oltre, noi tornavamo allo scoperto. Alla fine siamo arrivati davanti al cancelletto d’ingresso della casa dove eravamo destinati, una villetta anni Cinquanta piuttosto anonima: cancello in ferro battuto con fregi di terza mano, ghiaia butterata da ciuffi di gramigna nel cortiletto, una panda celeste parcheggiata davanti al garage, la tinta dei muri scrostata in più punti che lasciava intravedere le trame dei laterizi sottostanti.

Abbiamo pigiato tre volte il campanello, come da intese. Ci ha risposto una voce femminile con un tipico accento dell’Est Europa. All’ingresso, un donnone sulla cinquantina ci ha dato il benvenuto pregandoci di accomodarci nel salotto, che il signor Fantini sarebbe arrivato subito. Ci siamo guardati intorno, a disagio. Ambienti spogli, un pavimento in palladiana sbriciolato sui bordi, divani in velluto grigio mangiato in più punti, tavolo e credenza presi in qualche magazzino all’ingrosso se non addirittura in un capannone di mobili usati. C’era solo un accessorio per il quale il nostro ospite aveva, di certo, speso un patrimonio: una poltrona ergonomica superaccessoriata dotata di bracciali semoventi, comandi elettronici, una pulsantiera e un computer incastrato sopra un leggio, a sua volta appeso all’estremità di un braccio meccanico. Roba da James Bond, se non fosse che tutta quella profusione di tecnologia era chiaramente destinata a un portatore di handicap. Io ero assorto nella contemplazione di un enorme quadro appeso sopra alla tivù dal significato incerto quanto il talento del suo autore, quando alle nostre spalle è risuonato un cordiale ‘Buonasera, carissimi. Vi ringrazio molto di aver accettato il mio invito’.

Sulla soglia è comparso il signor Fantini seduto sulla sedia a rotelle spinta dalla domestica che ho appreso essere rumena. Sergio mi aveva avvisato che il Fantini è ridotto così a causa di un intervento chirurgico malriuscito che lo ha privato della mobilità quando aveva vent’anni. Da allora vive in queste condizioni, ma le affronta, mi aveva preavvertito il don, con uno spirito e un’intelligenza che «ti sorprenderanno». In effetti, aveva un sorriso spontaneo e accattivante, accompagnato dallo sguardo vivace e curioso di uno avvezzo alle buone letture e ai piaceri della vita. Irina, la badante, con una mano spingeva la carrozzina e con l’altra reggeva sul palmo aperto, un vassoio di ceramica su cui campeggiavano, in precario equilibrio, tre magnifici calici di cristallo riempiti fino all’orlo di un vino rosso screziato da riflessi rubino. Mentre sollevavo la rumena dal pericoloso incombente, facendomi passare il vassoio e posandolo con delicatezza sul tavolo, il nostro anfitrione si faceva aiutare da Sergio a prendere posto sulla poltrona di comando. «È forse l’unico vero lusso che posso concedermi. Fatta costruire appositamente da un’azienda che fabbrica sedili eiettabili per jet a reazione. Strano vero? Un handicappato cliente del fornitore di top gun» ed è scoppiato a ridere. Poi ci ha invitati a sorseggiare quello che è risultato essere un Brunello di Montalcino d’annata, ha chiesto a Irina di lasciarci soli e ha voluto sapere un po’ tutto di me, del mio lavoro, di cosa si prova a fare il mestiere a suo dire ‘più bello del mondo’, e via cazzeggiando.

È veramente una persona amabile. La sua corporatura smilza affogata in una tuta da jogging di una taglia di troppo lo fa sembrare più giovane di quanto non sia. Ha sessant’anni, gli occhialini da presbite, una chioma ancora invidiabile di capelli grigi pettinati all’indietro e una pelle stranamente liscia e senza rughe. E se devo giudicare d’istinto… è un uomo per bene con una carriera, da quello che mi ha raccontato, all’interno della pubblica amministrazione che lo ha portato a fare delle interessanti scoperte, soprattutto sui fatti degli ultimi mesi. A un certo punto, come se fosse stato tutto meticolosamente studiato a tavolino, Fantini ha chiesto a Sergio di spegnere la luce invitandoci ad accomodarci sulle poltrone. Ha armeggiato con i telecomandi del suo trono elettronico ed è partita una proiezione singolare: un filmino di pessima qualità, girato con uno smartphone, che inquadrava pile di carte e documenti sopra una scrivania affastellata di fascicoli. Poi ha riacceso la luce, all’improvviso, e ci ha guardato in silenzio. Quindi ha afferrato la bottiglia di Brunello e se n’è versato un bel po’ nella coppa vuota, ci ha osservato di nuovo come per convincersi che non stava facendo il peggior errore della sua vita nel confidarsi con noi. Al termine di una lunga riflessione deve aver concluso che non avevo la faccia della spia perché si è finalmente lasciato andare: «Come Sergio le avrà detto, caro avvocato, lavoro in prefettura. In un ufficio importante che dirigo personalmente. Ho sotto di me una ventina di dipendenti e coordino i rapporti con il Ministero dell’Interno e con gli altri uffici centrali dello Stato, oltre a essere quotidianamente in contatto con tutte le agenzie territoriali del governo dislocate sul suolo nazionale. Ho sempre saputo tutto e deciso con la più ampia autonomia, godendo della più totale fiducia del prefetto, fino al mese di marzo, diciamo…». Ha fatto una pausa e io ne ho approfittato per inserirmi: «Lo immagino. Ricordo che è stato sostituito il vecchio Guidoni, proprio in quel periodo».

«Bravo avvocato, ottima memoria. Il vecchio, immarcescibile e, soprattutto, incorruttibile prefetto Guidoni è stato rimosso ed è arrivato quella specie di azzimato leccaculo che risponde al nome di Giovanni Sebastiano Leofreddi. Beh, sapete cosa vi dico? Quella sostituzione non è stata la prima né l’unica, a livello nazionale. Nei primi mesi dell’anno sono stati avvicendati il settanta per cento circa dei prefetti italiani. Strano vero? La cosa è passata sotto silenzio perché ha preso piede gradualmente,  poco prima che iniziassero le sparizioni ed è continuata, poi, quando tutti i media avevano occhi solo per la notizia più succulenta: il progressivo assottigliarsi della popolazione mondiale…». Ha sorriso con amarezza, mentre Sergio, che fino a quel momento era rimasto chiuso in un silenzio meditabondo, lo ha incalzato: «E il buon Leofreddi ha scoperto che tu non eri più indispensabile, ma che non potevi neppure essere licenziato o assegnato ad altro incarico, considerata la tua condizione».

«Esatto Don! hai sintetizzato al meglio. Da quando è scoppiato il casino vivo in prefettura da separato in casa. Praticamente non faccio quasi nulla se non il passacarte occasionale di qualcuno dei nuovi funzionari che il prefetto subentrante si è portato con sé e l’archivio umano grazie all’immensa mole di dati che il mio cervello ha accumulato in questi anni e di cui nessun prefetto sano di mente si priverebbe a cuor leggero. Ovviamente, sono obbligato come tutti gli altri alla consegna del più rigido silenzio su quanto avviene nei nostri uffici. Peccato che per il povero sfortunato Fantini abbiano inventato questa ulteriore forma di ‘cautela’, se così posso chiamarla. Mi accompagnano a casa ogni sera e vengono a prendermi la mattina dopo. Ho dovuto licenziare la mia precedente factotum e accontentarmi della nuova che mi è stata assegnata, Irina, l’avete appena conosciuta. Insomma, sono praticamente agli arresti domiciliari. Hanno bisogno della mia esperienza e della mia memoria e quindi non se la sentono di liquidarmi del tutto. Nello stesso tempo, temono il mio temperamento… come si usa dire?... anticonformista e quindi vigilano anche sul mio privato. Mi stavo disfacendo per la noia, caro avvocato, quando mi sono imbattuto in questi documenti riservati. Un’imprudenza di Leofreddi che ha lasciato la porta del suo ufficio accostata una notte che si sono scordati di riaccompagnarmi a casa. Proprio così! Sono rimasto ‘dimenticato’ nell’ufficio perché l’idiota che mi fa da autista doveva scoparsi la neo arrivata e ha abbandonato il pacchetto, cioè me, negli uffici semivuoti della prefettura. Potevo telefonare, vero? Certo, potevo fare questo e altro, anche incazzarmi col mondo. Ma quella porta socchiusa dell’ufficio di Leofreddi era una tentazione troppo forte. Come diceva Oscar Wilde? Si può resistere a tutto, tranne che alle tentazioni, giusto?». Abbiamo riso tutti e tre, poi il Fantini ha ricominciato a sbobinare il suo filmato e ultimare il suo racconto, solo che adesso devo staccare perché sto crollando dal sonno e voglio approfittarne prima che questa tentazione passi senza che io l’abbia colta. Notte.


 
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