22 Agosto 2017 bis - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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22 Agosto 2017 bis


22 agosto 2017, dopo mezzogiorno

Mi sono appena svegliato. Ho un cerchio terribile alla testa, fitte alla tempia sinistra e crampi a intermittenza ai polpacci. Appena sono rientrato nell’appartamento, verso le sette e mezza, ho citofonato a Monica chiedendole se potevo parcheggiare Mauro lì da lei per qualche ora, che le avrei spiegato meglio più tardi, che se non mi buttavo su un letto a dormire sarei svenuto sulle scale. È stata comprensiva, e mi ha inutilmente chiesto se poteva aiutarmi e cosa fosse successo. Lei mi ha detto di non preoccuparmi per Mauro, anche se sciropparsi il detective per mezza giornata non è una passeggiata. Credo lo abbia portato al parco giochi o qualcosa del genere.

Io sono seduto al tavolo del soggiorno con indosso ancora gli indumenti con cui ero uscito di casa ieri notte. Mi sono fatto un caffè da cinque e l’ho versato in una caraffa da vino. Spero basti per svegliarmi quel tanto da consentirmi qualche pensiero dotato di logica. Intanto, mi sto sparando la quarta Merit nel giro di venti minuti e la nicotina comincia a farmi qualche effetto. Dove eravamo rimasti? Ah sì, alla perquisizione. Sprofondati nel buio cavernoso di quel ricovero di biciclette, mentre fuori s’inseguivano gli ordini secchi degli agenti che mettevano sottosopra il condominio, ho strisciato fino al punto dove Sergio si era accoccolato in preghiera. Mi aiutavo col portatile, utilizzandolo come una pila. Cercavo di fargli capire che, proprio lungo la parete a cui lui era addossato, avevo notato, entrando, due antine di legno scrostato, che probabilmente chiudevano un qualche andito o un armadio a muro. Se ci infilavamo dentro e se riuscivamo a rannicchiarci quel tanto da poter richiudere le porte e tenerle serrate dall’interno, potevamo scamparla. Il don non mi ha risposto, continuava a biasciare le sue avemarie, aveva mollato. Così, ho fatto da solo. Ho forzato senza grossi problemi il fildiferro arrotolato intorno alle maniglie di ottone e, quando ho spalancato le ante, mi son cadute le braccia. Quel buco era profondo un metro e mezzo, alto poco di più e largo quanto può esser lunga una bici da bambino. Era anche pieno di scatoloni. Li ho tolti uno ad uno rendendomi conto che era una corsa, forse già perduta, contro il tempo. I militari si davano di voce per avvertirsi a vicenda che dentro gli appartamenti i ricercati non c’erano e già sentivo che il capoccia, quello che sbraitava con più foga e meno educazione, stava chiedendo all’amministratore dello stabile di indicargli dove fossero i garage e la stanza dei contatori e gli sgabuzzini.

Ho ripulito in un lampo quel loculo, ci ho spinto dentro a forza Sergio che ha emesso un gemito di dolore quando ha sbattuto la nuca sullo spigolo del muro. Io mi sono infilato davanti a lui e, non so come davvero, son riuscito a incastrare i nostri corpi in modo che la nicchia ci raccogliesse entrambi. Poi ho spento il laptop e me lo sono infilato sotto il maglione, ho afferrato il fildiferro e l’ho agganciato alle maniglie esterne tirandolo verso di me. Son così riuscito, in qualche modo, a chiudere lasciando appena una fessura da cui riuscivo a scorgere la porta d’ingresso. A quel punto, ho sussurrato a Sergio che se avesse provato a fiatare l’avrei ucciso con le mie stesse mani e ho atteso il momento in cui i gatti sarebbero entrati per acciuffare i due sorci. Purtroppo l’attesa non è stata breve, ma non potevo permettermi di sgusciare fuori fintantoché sentivo i rumori della perquisizione e le imprecazioni delle guardie che si rincorrevano all’esterno del locale lavanderia. Dentro quel buco c’era un puzzo insopportabile di urina e di muffa rappresa. Qualcosa che, per fortuna, non riuscivo a identificare mi camminava, zampettando, sulle caviglie per poi risalirmi l’ansa della schiena fino al collo.

A un certo punto, sono iniziati i crampi alle gambe che tenevo piegate verso il petto. Sergio, dietro di me, rantolava, faticando a inspirare il poco ossigeno disponibile negli interstizi delle nostre membra incastrate. Stavo per arrendermi, quando si è spalancata la porta e accesa la luce fioca della lampadina a basso consumo impiccata con un filo al soffitto del locale. «E qui che cazzo c’è?» ha tuonato una voce femminile e isterica. Un’altra, tremante, ha risposto che quello era il disimpegno dove i condomini ammassavano le cianfrusaglie. La voce da cagna rabbiosa ha replicato con un insulto ed è entrata abbarbicata a due gambe snelle (notevoli) inguainate in una gonna blu, tipo il sotto di un tailleur aziendale, più o meno. Dietro di lei si è allungata un’ombra maschile. Riuscivo a scorgere i cacciatori solo dalla vita in giù. Il maschio si è chiuso la porta alle spalle ed è rimasto con le gambe divaricate, le due enormi scarpe di vernice nera traslucida e i pantaloni dello stesso colore, a sigaretta, con il bordo basso che cadeva a pennello sulla tomaia. Roba di alta sartoria, non c’è dubbio. Quindi, silenzio. Il rumore del mio cuore, che pompava nel petto come un’idrovora, era l’unica colonna sonora di quella scena surreale. Dopo un silenzio interminabile ho sentito che uno dei due si accendeva un cicca. Odore di sigaretta, fastidioso, una Marlboro rossa, a occhio e croce. Quindi lei ha commentato: «Ce li siamo persi, porca troia». L’altro ha aggiunto con un tono dimesso, che sapeva più di frustrazione che di subalternità: «Devono essersela filata dal retro».
«Già» ha replicato lei: «L’avvocato non è un problema, ma il prete?»
«Il prete continua a non farsi i cazzi suoi, bisognerà farlo sparire…» ed è scoppiato in una risata da coyote, agghiacciante. Anche la compagna ha riso, poi ho visto che accostava il braccio alla patta dei calzoni dell’uomo, gli abbassava la zip e ci intrufolava la mano fino al polso. L’ho sentito mugolare per un po’, poi l’ha respinta con garbo e le ha detto: «Non adesso, non qui, c’è un lavoro da finire. Non manca molto, giusto?».
«Hai ragione, abbiamo quasi finito. Torna alla macchina adesso, io parlo con il coglione del maresciallo e ti raggiungo lì. Non tirarti su la cerniera». Ha buttato il mozzicone a cinque centimetri dall’uscio socchiuso della cavernetta dove io e il Don stavamo trattenendo il respiro fin quasi a morire. Ha girato i tacchi e se n’è andata insieme al suo amico. Abbiamo atteso una decina di minuti, poi ho aperto le ante e sono uscito carponi. Avevo il corpo rattrappito e i muscoli lacerati dai crampi. Ho tirato fuori Sergio e siamo rimasti accasciati di schiena per quasi mezz’ora prima di trovare la forza e il coraggio di alzarci, attendere la fine del coprifuoco e filarcela via da quella topaia per tornarcene a casa. Suonano al campanello…

 
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