21 Settembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

Vai ai contenuti

Menu principale:

Settembre

21 Settembre 2017


21 settembre 2017, dopo cena

‘Sai cosa c’è. C’è che mi sono innamorato di teeeee’. Se non fosse per le labbrone da pornodiva da cui stanno fuoriuscendo le ingenue parole della Vanoni, avrei quasi voglia di mettermi a ballare. Per dimenticare. Me stesso, la mia compagna, la mia casa, i miei sogni vigliacchi e tutto questo mondo inesorabilmente votato all’implosione. Vorrei scolarmi una bottiglia di scotch, di quelle a losanghe, seghettate dei film anni 30, un sorso alla volta. Poi potrei attaccare la mia hit preferita: ‘Bandiera gialla’, tutti i successi dell’Italia del Boom, quando stavamo ripopolando un paese immalinconito dalla guerra. E si trombava e si danzava e si scrivevano cose come ‘Abbronzatissima! Sotto i raggi del soleeeee’. E la nostra storia patria sembrava dolcemente dondolare verso un eterno progresso e una meritata felicità, come un secchio di buone cose sollevato da una carrucola. Non si era ancora spezzato nessun filo, a quel tempo. I primi tiranti han cominciato a saltare quando io giocavo coi cubetti dei Lego e smontavo le giunture di Big Jim: gli anni di piombo, le bombe, il terrorismo e tutta quella roba lì. Poi son venuti gli Ottanta della Milano da bere, i Novanta di tangentopoli, le stragi di mafia, la crisi economica, lo scoppio della bolla della new economy, l’Undici settembre, le guerre in Iraq e in Afghanistan, la lotta al terrorismo, le grandi crisi del 2008 e del 2011, i terremoti, gli tsunami, le devastazioni, Fukushima, la rivoluzione in Nord Africa, le epidemie, le carestie, le stragi. In fondo, è logico essere arrivati fin qua. Non ce n’eravamo resi conto, ma, uno ad uno, gli spaghi attorcigliati a spirale che intrecciavano la robusta fune della nostra puleggia si sono sfibrati, uno a uno. Perché cazzo dovrebbe andare avanti un sistema come quello che abbiamo messo in piedi? Voglio dire, si tratta solo del fatto che non riusciamo a capire come accade tutto ciò che accade, ma il perché è fin troppo evidente. È un po’ una questione darwiniana, penso. Il nostro pianeta è un sistema complesso e sta finalmente guarendo. Quello che sembrava il suo tumore incurabile regredisce un po’ alla volta. Le cellule impazzite che si stavano divorando il suo corpo, un pezzo alla volta, fanno retromarcia. Si disattivano da sole. Spariscono nel nulla. Messa così, è una notizia fenomenale, un miracolo, di quelli che se accadessero a Fatima o a Lourdes ci farebbero documentari fantastici. Il mondo sta guarendo. Qualcuno ha trovato la cura definitiva all’unico cancro che sembrava inattaccabile dalla scienza, cioè l’uomo.

Devo ricordarmi di telefonare a don Sergio, forse non ha più senso darsi la pena di cercare, forse la risposta ce l’abbiamo davanti agli occhi e ci manca un po’ di umiltà (di fede e persino di gratitudine) per accettarla. Devo anche ricordarmi di smetterla di usare il diario come sfogatoio delle mie lune. Mi rendo conto di tediarvi, ma ormai il mio buon (e unico) proposito iniziale di prender nota degli eventi a futura memoria si sta trasformando nel passatempo di un logorroico (e non lo sono mai stato!) in astinenza di pubblico. Si chiama grafomania, è notorio. Praticamente ormai scrivo ovunque mi passi per le mani un pezzo di carta, sempre che non abbia sottobraccio il mio caro laptop, nel qual caso i pensieri s’impossessano delle mie dita come spiriti smaniosi di manifestarsi e quelle piroettano in punta d’unghia sulla tastiera, da brave ballerine, producendo ciò che ora state leggendo e molto altro. Perché tante cose con cui riempio lo schermo e le pagine del mio diario le cancello, subito dopo averle partorite. Sono cazzate, soliloqui, svenevolezze, insomma materia prima buona per uno psicanalista e non per coloro che ho promesso, semplicemente, di tenere aggiornati sull’evolversi della situazione.

Allora, torniamo a dov’ero partito, cioè al padrone di quella bocca che pare intinta nel Botox che sta sciacquando i piatti di casa mia, sul lavello di casa mia, usando i guanti di casa mia e sorridendo oscenamente a Nadia, che lo trova pure simpatico (o almeno finge, questo me lo dirà poi a letto). Tutto è cominciato alle 17:05 quando mi sono presentato un po’ in ritardo sulla soglia di casa Martini. Il mio vicino mi ha aperto con un sorriso a trentadue denti. È cambiato, anzi è proprio un’altra persona. Certo, i connotati son quelli da tranviere in pensione, ma gli abiti sono puliti, il viso rasato di fresco e risciacquato con dopobarba di prima scelta, un fazzoletto di raso ripiegato principescamente sotto il mento e infilato nella camicia di marca inappuntabilmente abbottonata. I pochi capelli sono pettinati con cura, i baffetti rasati come un pratino all’inglese, i calzoni di tessuto frescolana arrotolati vezzosamente alle estremità. Temo si sia innamorato di mia madre… non riesco a spiegarmi altrimenti una così spettacolare torsione in una personalità che, poche settimane fa, era sull’orlo del suicidio. Comunque, l’uomo mi ha informato che il papà era in camera sua e dormiva, mentre la mamma era uscita a comprare due cose nell’unico minimarket che è rimasto aperto nel nostro quartiere. Mi ha anche fatto strada verso il salone dove mi attendeva l’ospite misterioso, quello che adesso sta stonando una strofa dei ‘Cugini di campagna’ mentre sfrega i residui dei miei piatti nel pattume. Nell’accomodarmi non ho potuto fare a meno di notare come dappertutto, in casa Martini, campeggino ritratti, fotografici e non, di Beatrice in tutte le dimensioni possibili. Era una bambina bellissima. Della moglie, invece, nessuna traccia. Insieme a lei devono essere scomparsi anche gli effetti personali che la riguardavano e le cornici che ne custodivano i ritratti. Comunque, il Martini innamorato mi ha versato una Sambuca in una tazzina da caffè mignon e si è diretto verso la porta a vetri del terrazzo. Ha sporto il busto in avanti dichiarando tutto eccitato: ‘l’avvocato è arrivato, l’avvocato è arrivato…’. Dunque, la persona che tanto desiderava vedermi era lì, sul balcone e da un momento all’altro avrei scoperto chi ci teneva così tanto a incontrarmi prima che la funzione ‘delete’ di questo maledetto programma ci cancelli entrambi.

Quando LUI è comparso sulla porta stagliandosi con il suo profilo contro il bianco sporco del cielo pomeridiano non l’ho riconosciuto subito, ma mi è bastato sentirlo porgermi il saluto: «Caro avvocatoooo. Potrà mai perdonarmi l’intrusioneeee?». Perlingioni si è fatto avanti ancheggiando come una maitresse appagata dall’aver smesso il mestiere. Irriconoscibile, anche lui. Insomma, si è fatto trapiantare una massa di capelli rasta, riccioluti, annodati, castani e unti, secchi e ispidi come quelli del capobranco di un gruppo hip hop. E aveva una maglietta giamaicana gialloverderossa con una bizzarra ma inconfondibile foglia di marijuana cucita sul petto, pendagli e monili al collo, centinaia di braccialetti multicolori intorno ai polsi. Poi indossava il più ridicolo paio di calzoncini col cavallo ultrabasso che abbia mai visto indosso a un cinquantenne. Tipo quelle robe pazzesche che indossavano i teenager anni fa. Dalla vita dei pantaloni (che gli arrivava più o meno all’inguine girando intorno alle anche) spuntavano mutande firmate mentre i piedi erano annegati in due strabilianti scarpette da basket nuove di pacca, accecanti nella loro inguardabile tinta giallo oro. Lui mi ha teso la mano sogghignando con quelle labbra negroidi (l’unica cosa che pareva rimasta al suo posto, così, a occhio).

Io sono restato lì dov’ero, impietrito, indeciso se stropicciarmi gli occhi o se prendermi a schiaffi per svegliarmi da quel nuovo sogno prima che si trasformasse in un incubo. Ma ero certo di non aver preso la pillola dopo pranzo (Nadia me le raziona) e quindi non stavo dormendo. Ho gracchiato col tono stridulo di un ranocchio: «Lei, lei come si è conciato?». Perlingioni è stato spettacolare, lo devo riconoscere. Si è seduto sul divanetto al mio fianco invitando, con nonchalance, Martini a portargli qualcosa da bere. Ha accavallato le gambe e mi ha sommerso con un diluvio di ragguagli tanto improbabili quanto convincenti. Della serie: non faccia caso al mio bizzarro abbigliamento, i capelli son solo una parrucca, è che volevo risvegliare in lei memoria di quel primo incontro, sa, sono passato in studio legale, lei non c’era, lei non c’è mai, io avevo bisogno di parlare, di sfogarmi, di chiederle un favore, ma sull’elenco telefonico il suo nominativo non c’è, così ho sbirciato, sa, finché la signorina provava a contattarla, ho visto quei due soli fascicoli sul suo tavolo, uno era il mio, l’ho anche aperto e l’ultima cosa segnata era il nostro incontro del 13 agosto poi più niente, quindi lei non ha fatto un cazzo, ma del resto non la biasimo, con tutto quello che è successo, poi ho sbirciato sul frontespizio dell’altra cartellina e ho letto il numero di telefono dell’altro cliente, il signor Martini, me lo sono segnato, mentre la sua zelante segretaria mentiva dicendo di non sapere come rintracciarla, ho chiamato, scoperto che squisita persona sia il suo sfortunato vicino (e quale similare tragedia condividano le nostre due biografie) e, infine, uff, eccomi qua.

Io son rimasto di nuovo basito, stavo per far mente locale, per domandargli cosa significasse quel nuovo accenno a un nostro ‘primo incontro’, ma lui mi ha di nuovo inondato di parole e di un’unica, sola, inattesa richiesta.

 
Torna ai contenuti | Torna al menu