20 Novembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Novembre

20 Novembre 2017


20 novembre, nove di mattina

Ho la testa indolenzita, un bozzolo del colore delle melanzane mature che mi ingrossa la base della nuca e mille pensieri disordinati nel cervello. Sto scrivendo di nascosto da Monica. Lei teme che fissare troppo a lungo il computer possa causarmi degli scompensi. «Magari svieni, magari non ti riprendi più, non possiamo saperlo…». Ci sono delle volte in cui la sicurezza la abbandona; in quei momenti sa suscitarmi una tenerezza infinita. Allora non è più la mia regina, è solo una bimba atterrita che ha bisogno di consolazione. Però sa anche farsi severa e inflessibile più di una madre preoccupata. E questo è uno di quei casi. Forse non ha neppure tutti i torti. Con il colpo che ho preso, anzi che mi hanno dato, potevo tranquillamente finire nella terra di nessuno dei cerebrolesi. Forte, micidiale, ben assestato, in un punto dove la carne del collo non è più così molle e le ossa del cranio non sono ancora così dure. Un fendente tirato da qualche bastardo che se ne intende e che sa benissimo dove e come calare una mazza per fare del male. Ho come l’impressione che mi abbia salvato solo quella nuova natura guerriera e irriducibile che mi sto scoprendo dentro da quando gli eventi hanno iniziato a virare verso il peggio. Non sono solo più robusto e tonico (quello è l’effetto dell’allenamento), ma anche più temerario e privo di scrupoli. Io so, Dio se lo so, che se non fossi stato steso da questo trauma, l’intruso se ne sarebbe uscito con danni assai più seri dei miei. Non ho fatto in tempo, anche perché erano più di uno.

Ma andiamo con ordine. Era appena scoccata la mezzanotte (ne sono certo perché la mia radiosveglia emette, a quell’ora, un debolissimo segnale che, se non dormi, è perfettamente udibile). Monica poltriva, gli altri, per quanto posso saperne io, anche. Me ne stavo con la schiena appoggiata alla spalliera del letto, per la precisione adagiata su uno spesso cuscino di piume d’oca che la mia compagna ha trovato rovistando negli armadi di uno degli appartamenti del primo piano. È fantastico, ha una leggerezza, e insieme una consistenza, ideali per farci riposare i reni dopo gli sforzi e le sollecitazioni del pomeriggio. Non avevo sonno e neppure voglia di leggere qualcuno dei libri di Monica sulle rivoluzioni astrali che spalancheranno i cieli alla nuova era. Nemmeno riuscivo a meditare perché ero preoccupato. La mente tornava sempre su quella sequenza di numeri, sulle coordinate geografiche e sull’invito che continua a scorrere in tivù o a essere mandato in onda dalle radio Ghost: convergere, convergere, convergere. Guglielmo ha provato a contattare qualcuno dei cervelloni là fuori, ha telefonato al 5555555 e ha pure consegnato un messaggio alla macchina nera che ci ha recapitato le vivande, stamattina. Niente da fare. Risposte zero. Non sappiamo se prenderlo come un buon segno, oppure no. Senza dubbio il messaggio viene dalle autorità rimaste perché sono loro a controllare l’unico canale televisivo e anche le radio fantasma. Resta solo da capire se è un ordine di servizio indirizzato agli agenti rimasti e alle berline nere affinché si dirigano verso di noi per proteggerci oppure per distruggerci. Diamo per scontata la prima ipotesi. La seconda non sta in piedi: se avessero voluto schiacciarci avrebbero avuto mille occasioni per farlo. Tuttavia, non è che questo ci tranquillizzi perché se tutte le forze in ascolto devono convergere proprio qui, allora è qui che sta per succedere qualcosa di brutto, molto brutto.

Erano queste le riflessioni che circuitavano nella mia testa, sempre uguali, inesorabilmente identiche a se stesse. Paura, preoccupazione, logica, sollievo, pessimismo e poi ancora paura, preoccupazione, logica, sollievo eccetera eccetera. Ci sono delle volte in cui la materia grigia s’incanta e tu diventi un pupazzetto inerte che si sorbisce sempre la stessa canzone. Io ero in quello stato, un minuto dopo mezzanotte, gli occhi girati verso l’alto che seguivano i ghirigori di luci e ombre ricamati dalla persiana rotta sul soffitto. Poi quel rumore. Secco, improvviso, come di un grosso mobile, di un attaccapanni o di un oggetto ingombrante che crolla a terra. Sbam! Possibile che nessuno abbia sentito? Mi sono chiesto. Eppure Monica ha continuato a dormire limitandosi a un’alzata di spalle che le ha fatto scivolare sull’anca il copriletto esponendo la pelle nuda ai raggi lunari. L’ho desiderata, ma c’era quel rumore che non mi convinceva. Certo, poteva essere uno dei nostri che era uscito in corridoio o sulle scale per qualunque motivo e aveva urtato qualcosa, ma cosa? Non c’è niente nei ballatoi e neppure sui gradini o sul pavimento dell’atrio che potesse giustificare la botta che avevo sentito io.

Ho posato i piedi sul pavimento e sono rimasto in silenzio trattenendo il fiato e rallentando persino i battiti del mio cuore (ho scoperto che con la pratica yoga è possibile). Ero nudo, quindi molto vulnerabile. Non ve l’ho ancora detto, ma da un po’ di tempo nel condominio c’è una temperatura elevata, forse per colpa del guasto di una valvola dell’impianto di riscaldamento cui Martini deve dare un’occhiata. Mi sono reso conto che stavo sudando perché sentivo le goccioline che mi colavano giù dall’incavo delle ascelle, percorrendomi i lati del costato e cadendo poi sul palquet, con un ticchettio quasi impercettibile: plic, plic, plic. A parte questo, nessun altro suono. Solo il sordo rimbombo del mio cuore che aveva ripreso a dar di tamburo dentro la cassa toracica. Saranno passati cinque minuti in cui ho cercato di riottenere il controllo delle mie emozioni. Ce l’avevo quasi fatta, stavo per ributtarmi a corpo morto sul materasso con l’ideuzza di infilare la manina tra le cosce di Monica, quando l’ho risentito. Un altro schianto, più debole del primo e poi, mi è parso, un brandello di conversazione. Come di uno che avesse imprecato all’indirizzo di un compare. Mi sono alzato di scatto e diretto verso la porta della camera. L’ho chiusa a chiave in modo da mettere al sicuro Monica, poi mi sono diretto a quella di ingresso e l’ho spalancata puntando tutto sull’accensione improvvisa delle plafoniere che illuminano gli ambienti comuni.

Si è sentito solo il clic dell’interruttore che comanda l’impianto elettrico di scale e androne. Ho constatato con orrore che qualcuno aveva fatto saltare i contatori della luce. Non solo di quella condominiale, pure dei singoli appartamenti. Se mi fossi diretto in soggiorno o in cucina per munirmi di qualche arma improvvisata sarei sicuramente incappato in qualche oggetto in bilico, pronto a cadere a terra. Avrebbe messo sull’avviso gli intrusi che uno dei condomini era sveglio. Non potevo permetterlo e non potevo neppure permettermi di restare rintanato come un coniglio nel mio alloggio col rischio che qualcuno cogliesse alla sprovvista i miei amici nel sonno. Così, ho deciso di puntare sull’unica strategia ragionevole: l’effetto sorpresa. Forse, se mi fossi precipitato loro addosso all’improvviso, gli estranei, chiunque fossero, potevano pensare a una reazione collettiva e svignarsela.
Ho iniziato a scendere i gradini, uno a uno, tenendomi rasente il muro, coi palmi che aderivano allo screpolìo della tinta rappresa alle pareti, per orientarmi. Giunto al pian terreno li ho sentiti di nuovo muoversi e bisbigliare. Non riuscivo a distinguerne le sagome perché l’intero stabile era immerso in un buio fittissimo e senza punti di riferimento. Ma sapevo che, di lì a poco, qualcosa sarebbe accaduto perché o erano dotati di visori notturni a infrarossi (ma allora dovevano già avermi individuato) oppure si affidavano alle torce elettriche e, prima o poi, le avrebbero accese. C’è stato un istante infinito in cui siamo stati ad ascoltarci reciprocamente. Io percepivo il respiro lievemente ansimante di uno di loro. Loro, probabilmente, avevano fiutato la presenza, nell’ombra, di un corpo estraneo, ma non ne erano sicuri. Nessuno si decideva a fare la prima mossa. Sono diventato una specie di mummia, imponendomi di smettere  di respirare. Ho scoperto che i miei sensi sono molto più sviluppati, vigili e attenti di quanto potessi pensare. Sapevo dov’era il mio uomo, anche senza vederlo. Poi lui ha fatto un errore, ha acceso la torcia e mi ha illuminato, l’ha subito rispenta e se l’è filata giù per le scale che conducono ai sotterranei del palazzo, dove ci sono i garage, il cantinotto, i locali lavanderia eccetera.

Vi sembrerà folle, ma l’ho inseguito. Mi sono stancato di scappare e anche di farmi cacciare come una preda. Non avevo più paura. Solo una voglia insaziabile di farla pagare a chi mi ha portato via il papà, un amico, la vita intera da sotto gli occhi. L’ho inseguito lungo il corridoio muovendomi tentoni come anche lui doveva fare, stando soprattutto attento ai gradini per non trovarmi a ruzzolare giù dalle scale rompendomi la schiena. Il mio uomo faceva altrettanto e doveva procedere a mosca cieca per non farsi individuare. Scendevamo piano, sentivo il plat plat dei suoi talloni che si scollavano dalla superficie di uno scalino per aderire a quello successivo. Dev’essere rimasto sorpreso del fatto che non me la filavo e neppure chiamavo aiuto. A un certo punto, mi è quasi sembrato di essermi trasformato da bestia braccata in predatore notturno. E non mi dispiaceva affatto, devo dire. Gli sibilavo dietro insulti terribili e minacce di farlo a pezzi che dovevano sembrare velleitarie, pronunciate com’erano da una specie di pazzo, nudo come Adamo, armato solo di una rabbia incontrollabile.

Quando siamo arrivati nei corridoi sotterranei lui deve aver sbagliato strada perdendo l’orientamento perché è tornato sui suoi passi e mi è finito praticamente in braccio. È stato allora che ho urlato. L’ho afferrato da dietro e gli ho stretto il collo in una morsa. E stringevo, stringevo, stringevo. E pensavo a tutto ciò che questi maledetti mi hanno fatto, anzi hanno fatto all’umanità, in questi mesi. Lo stavo uccidendo. Poi quel colpo, da dietro. Quindi più niente, solo dolore finché mi sono risvegliato sul letto dove mi trovo ora con il bernoccolo viola grosso come un pugno che sporge dalla nuca e la mano premurosa di Monica posata sulla fronte.

 
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