20 Luglio 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Luglio

20 Luglio 2017


20 luglio 2017

Dieci giorni che non scrivo, mille scuse per non farlo, tutte scadenti. Non sono lucido abbastanza, gli eventi stanno precipitando, mi sono ficcato in un pasticcio più grande di me. Se dico che temo per la mia vita, ho paura di autosuggestionarmi e quindi non lo dico, ma lo penso, eccome se lo penso. Le sparizioni si moltiplicano. La progressione è impressionante. Cinquantamila in tutta Italia rispetto a dieci giorni fa. Nel resto del mondo l’incremento pare inarrestabile e si assesta su un trend analogo. Forse se un esperto in statistica provasse a cavarci fuori una legge matematica avrebbe delle sorprese. A volte ripenso alla famosa storiellina di quello che vince la partita a scacchi con l’imperatore e come premio gli chiede un chicco di grano per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza, otto per la quarta. Provate a proseguire fino all’ultima e vi accorgerete che non vi basteranno tutte le piantagioni del mondo per soddisfare le pretese dell’astuto vincitore. Insomma, la gente sparisce secondo un criterio che mi pare più che esponenziale.

La legge marziale non è più un’ipotesi. Non mi stupirei se venisse approvata entro fine estate. Già ci sono le camionette dell’esercito a pattugliare le strade. A livello internazionale, si susseguono le riunioni dei più alti consessi: ONU, NATO, UE. La cosa buffa è che hanno cominciato a sparire anche i vip. Qui da noi ha tolto il disturbo il ministro della funzione pubblica e il segretario del principale partito di opposizione. So che non è bello dirlo, ma temo non sentirò la mancanza di nessuno dei due. Per il momento, la risposta della politica è un nuovo governo d’emergenza nazionale con dentro tutti i partiti tranne due o tre formazioni minori, in primis i ‘No Europe, no Slavery’ che hanno in odio la deriva militarista che si profila all’orizzonte. Dire che si comincia a notare meno gente in giro pare eccessivo, eppure è così. Non tanto per quanti ne siano scomparsi finora (probabilmente più di centomila se consideriamo quelli che non vengono denunciati). Piuttosto, perché molti cominciano ad adottare la cautela elementare che i miei genitori, saggiamente, osservano da quando è iniziata tutta la faccenda: non escono di casa. Se ne stanno tappati dietro i balconi chiusi e le tapparella abbassate. Molti bambini e ragazzi è già un pezzo che non vanno a scuola. Per le strade c’è meno traffico. Non siamo ancora ai livelli di Ferragosto in città, ma ci arriveremo presto.

Ciò detto, veniamo al sottoscritto. Scrivere la letterina ha acceso una miccia di cui ignoro la lunghezza, ma che temo finisca dritta dritta in una santa barbara che avrà me come epicentro. Due giorni dopo che l’avevo inoltrata, la segretaria mi ha avvisato che c’era un tizio che chiedeva di me, ma non aveva voluto lasciare né nome né recapiti. La circostanza mi è subito parsa anomala. Ultimamente, mi cercano solo clienti imbufaliti perché la loro pratica langue in qualche cassetto o perché i giudici andrebbero appesi per le palle visti i rinvii biblici d’udienza con cui rimandano le cause da un biennio all’altro. Nel primo caso la colpa è ovviamente mia e quindi non richiamo per non dovermi inventare qualche scusa patetica. Nel secondo caso la responsabilità è dei magistrati e quindi non ritelefono per ovvie ragioni. Non vedo perché dovrei farmi carico dei loro problemi perdendo tempo con qualcuno che ha solo bisogno di sfogarsi biasimando una categoria che, peraltro, non merita benedizioni. Riccardo ha la risposta pronta, in proposito, e forse è pure giusta: «Devi richiamarli perché quel qualcuno ti ha affidato un incarico e tu sei tenuto, deontologicamente parlando prima che per ragioni di vil denaro, a rendergli conto di come hai trascorso le giornate o dilapidato il suo fondo spese, da quando ti ha nominato difensore». Prediche da cappellano di periferia. Don Sergio farebbe di meglio. Io scrollo le spalle e tolgo il disturbo, mugugnando qualche incomprensibile giustificazione, mentre, sotto sotto, mi chiedo quanto manchi alla rottura del nostro sodalizio. Ma sto divagando come al solito, forse perché mi fa paura rievocare la visitina di questo tizio così riservato.

Per farla breve, ho detto alla ragioniera di fissargli un appuntamento la prossima volta che ci avesse interpellato. Sennonché ‘mister privacy’, telefonando da un’utenza oscurata, ha fatto sapere alla segretaria che non era il caso di vedersi da me, che non si trattava di una questione così rilevante, che mi avrebbe atteso per un caffè giù al bar Flipper. Potevo rifiutarmi di andarci, lo so. Semplicemente, non scendevo dabbasso e finivo di girarmi i pollici pensando a cosa fare con Perlingioni o a cosa dire al signor Martini (le uniche due posizioni che ultimamente mi stimolino un qualche vago interesse professionale). Però, sarebbe stato solo un rinviare la questione. Sono sicuro che mi avrebbe richiamato, tormentandomi finché non gli avessi concesso udienza. Così, ho deciso di andare a scoprire chi fosse il personaggio così interessato a parlarmi. Siccome il mio istinto mi suggeriva che era meglio farsi guardare le spalle da qualcuno, ho chiesto a Petra, la segretaria, di scendere dopo di me e sbirciare da fuori la vetrina del bar chiamando i rinforzi se per caso mi vedeva in difficoltà. Non ho nessuna intenzione di finire ad agganciare trenini elettrici come un babbeo coi capelli da Santa Claus per il resto dei miei giorni. Certo, l’appuntamento era dentro un bar, non tra i sedili in pelle di una berlina d’ordinanza, ma tra l’uno e l’altra il passo poteva essere più breve di quanto in quell’istante mi riuscisse di immaginare.

Così, sono sceso nella piazzetta antistante al nostro studio legale. Dietro di me, Petra procedeva guardinga, come da accordi. Si è chiusa l’uscio alle spalle e ha fatto finta di essere una qualsiasi inquilina del palazzo che se ne andava a bighellonare. Io, intanto, avevo già attraversato per tre quarti lo slargo che si apre proprio di fronte al portone del palazzo che ospita i nostri uffici. Il bar Flipper è più sofisticato di quanto non dica il nome, che sa tanto di giovanilismo perdigiorno anni Settanta. E, infatti, risale proprio a quei tempi quando non c’erano i videogame, ma i flipper e il calcio balilla. L’ha rilevato da qualche anno una coppia di coniugi per bene, sulla sessantina, che ne hanno voluto ricavare una sorta di lounge bar per gente di livello, professionisti, manager e altra fauna di estrazione medio-alta che bazzica la zona. Ci si incontra coi vicini per l’happy hour a spettegolare sulle corna del notaio Minetti o sull’abilità amatoria della moglie del geometra Lampredi. Sono entrato, salutando col consueto fuoco di fila di cazzate Antonio, che in quel momento, di primo pomeriggio, era da solo al bancone e sfogliava svogliatamente la Gazzetta dello Sport. Mi sono guardato intorno. Deserto. Anzi no. Antonio mi ha fatto subito un rapido cenno con il capo, il nostro messaggio in codice per darci di gomito senza togliere le mani dalle tasche. Lo usiamo, di regola, quando ci va di prendere per il culo qualche avventore sui generis, senza dare nell’occhio e, soprattutto, senza che se ne accorga. Stavolta il destinatario era un signore di spalle, vestito con un soprabito nero (in luglio!) e cappello a tesa larga dello stesso colore. Era seduto a uno dei tavolini rotondi in ferro battuto e marmo di Carrara che sono l’orgoglio della moglie di Antonio. Guardava oltre la vetrata, dunque mi aveva visto arrivare e, probabilmente, se la stava ghignando nell’osservare i contorcimenti di Petra che, lì fuori, faceva numeri da circo nel tentativo, goffo e già abortito, di non farsi notare. Che fosse lui quello delle telefonate non c’era alcun dubbio. Aveva chiaramente detto che mi avrebbe atteso al Flipper bar e, in quel momento, a parte Antonio, lì dentro non c’era nessuno.

Il barman mi osservava trattenendo a fatica un riso nervoso. Con la guancia seduta sul palmo della mano destra, picchiettava l’indice sulla tempia, come a dire: ‘quello è davvero suonato’. Mi sono avvicinato e ho avvertito il mio personalissimo campanello d’allarme, quel trottolio di leprotti su per le vertebre che mi mette sempre sull’avviso quando sto per fare una cazzata o imbarcarmi in una situazione a rischio. Mi sono accomodato al suo fianco e ho congiunto le mani intrecciando tra loro le dita, come faccio quando sono agitato. Il tizio teneva lo sguardo basso e continuava a girare il cucchiaino nella tazzina. Solo che dentro non c’era il caffè. Mi pareva di sentire il commento di Antonio che, mimando il nostro comico preferito, faceva: ‘te l’avevo detto che era picchiatello, minchiaaaa’. Le mani dell’uomo erano grinzose, da vegliardo, mentre la pelle del viso era stranamente liscia. Magari più tipo quella di un settantenne imbottito di botulino che come quella di un bimbo, ma liscia. Non mi è parso avesse capelli, per lo meno non che spuntassero da sotto il cappello. Ho aspettato, lui ha continuato a fingere di rimestare una dose di zucchero che non c’era, poi ha alzato gli occhi e mi ha fissato. Ho deglutito e ho sentito una gocciolina che mi scendeva dall’incavo dell’ascella, giù giù lungo il lato destro della cassa toracica infilandosi nei calzoni e finendomi tra le cosce. Una sola goccia, io che non sudo mai, neanche se un killer mi sfida in una strada buia. Lui ha abbassato le palpebre per poi riaprirle squadernando due occhi di un celeste diafano girati a ciambella intorno a una pupilla nera quanto l’inferno. Ha detto solo: «Buongiorno avvocato…».

«Giorno» ho risposto io odiandomi per come evitavo in tutti i modi di guardarlo in faccia. «Non sia così ansioso di andarsene. Non c’è nulla che non va.» E dicendo così mi ha posato il palmo della mano sul polso, all’altezza del cinturino di pelle dell’orologio. Dev’essere pelle di serpente, sapete, perché, so che è assurdo, ma è come se la fascetta maculata che mi stringeva il quadrante al braccio reagisse, vibrando, allo stimolo di un altro rettile. Una sorta di danza tra vipere: una ambrata e circolare, quella che premurosamente mi tiene il tempo agganciato alla vita; l’altra ruvida, intrappolata in una ragnatela di rughe, più setosa della membrana incartapecorita di una mummia millenaria. Non so cosa mi abbia dato la forza di non filarmela via. Se volete sapere come mi sentivo, immaginatevi chiusi in trappola in un rettilario con qualcosa di squamoso che vi risale sotto i pantaloni e ne avrete un’idea. Dovevo essere pallido perché il giovane vecchio si è preoccupato per me: «Vuole un altro po’ di zucchero, avvocato?». E ha preso il cucchiaino fingendo di spalare un po’ di dolcificante dal fondo di una zuccheriera inesistente. Poi, con teatralità, ha versato quei granelli immaginari nella mia tazzina trasparente. Io non riuscivo a mandar giù la saliva, lui invece si divertiva, ridacchiava in maniera blasfema, è l’unico termine che mi viene in mente, scoprendo, nel sollevare il labbro superiore, due dentini minuscoli (da latte?) sotto la gengiva più spessa e più rossa che io abbia mai visto. Poi, quando ha ritenuto che lo spasso fosse durato a sufficienza, ha ripreso: «Allora, leggi i quotidiani, vero avvocato? Fai bene, è importante tenersi aggiornati». Ha esposto di nuovo gli incisivi, un paio di propaggini d’avorio rese opache dalla nicotina, vacillanti sotto quel gengivone incombente e vermiglio, più equino che umano. Stava ridendo.

«Però un conto è leggere, un conto è scrivere, dico bene avvocato? Perché le è venuto in mente di disturbare il direttore del più importante quotidiano d’Italia? Non si fa… suvvia. Di questi tempi poi». Altro nitrito silenzioso, altra zaffata di un sentore che non saprei definire, un misto di zolfo e zenzero, credo. A quel punto, mi era chiaro come il sole di essere vittima di una minaccia. Non che sia la prima volta, s’intende, col lavoro che faccio… Ma in maniera così, come dire, persuasiva, sì, lo ammetto, non era mai successo. Solo che ho questo carattere di merda. Sarà l’ascendente scorpione, come dice sempre mia madre. Fatto sta che quando uno mi provoca, alla fine reagisco. Così, per quanto fossi alle soglie di inzuppare le braghe di piscio (e vi assicuro che non succede dalla prima elementare), mi sono fatto forza, l’ho squadrato e gli ho detto: «Senti un po’, stronzo. Le tue minacce da psicopatico sai dove te le puoi infilare?». Non mi ha lasciato il tempo di finire. Mi ha tappato la bocca con la mano (non ho potuto fare a meno di annusarla, scoprendo così da dove veniva il tanfo da capocchia di cerino), ha tirato su con il naso, poi ha appoggiato le labbra al mio orecchio e mi ha sussurrato: «Buono avvocato, stai buono. Lo so che non vuoi finire laggiù…». Così mi ha zittito davvero, poi mi ha accarezzato i capelli, si è passato una lingua porosa e bluastra sulle gengive, ha sorriso, si è alzato e, senza pagare, è uscito dal locale. Sono rimasto un’ora inchiodato alla panca, mentre Antonio cercava invano di farmi sorridere. Poi l’ho salutato e son venuto dritto a casa e mi sono messo a scrivere. E questo è tutto, per oggi.

 
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