2 Novembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Novembre

2 Novembre 2017


2 novembre 2017, prima di pranzo

È il giorno dei morti ed è stata una pessima settimana. Dopo la sparizione di Giulio e di mio padre io sono piombato in uno stato di catalessi che un buon psichiatra potrebbe definire depressione, patologicamente parlando. Non ho più mangiato, né dormito, né fatto esercizio fisico. Neppure parlato, a parte radi monosillabi che Monica è riuscita a staccarmi dal palato nei suoi tentativi inesausti di infondermi coraggio e speranza. Forse solo stamattina ho avvertito qualcosa di nuovo, un leggerissimo languore alla pancia, il preavviso di una sensazione di appetito, diciamo. Poi, mi ha anche colto un inaspettato soprassalto di buonumore. Ho persino baciato Monica sulla guancia prima di addormentarmi ieri sera, le ho sussurrato una dolcezza e sono sprofondato in un sonno catartico. Lei, a metà nottata, ha voluto verificare se insieme alle funzioni vegetative fosse tornato operativo anche il mio circuito del desiderio. Esame superato, cioè grande e soddisfacente scopata come da tempo non accadeva. Mi urta impiegare questo termine riferito ai rapporti che ho con la mia donna perché c’è molto di più della ginnastica sessuale nelle carezze che ci scambiamo. Però, in questo caso, per me è stato un po’ ritornare alla vita o, se volete, ricevere conferma che non sono precipitato nel gorgo di una malattia mentale. Era quella la mia paura. Invece sto meglio, adesso, molto meglio. Ovviamente ne sono uscito senza supporti chimici. La mia compagna non vuole vederli neanche in fotografia e quelli che mi ero portato via, scappando dal mio appartamento e dalle petulanze di Nadia, sono finiti nel water già da un po’. Solo infusi, tisane, pilloline omeopatiche e tanta, tanta meditazione, accompagnata dai trattamenti simil ayurvedici che Monica mi ha praticato, senza tregua, da quando si è accorta che il mio istinto di sopravvivenza se l’era squagliata. Alla fine ha vinto lei e, considerato che ci sono voluti poco più di tre giorni per venirne a capo, posso dirmi soddisfatto.

Oggi pomeriggio ho già appuntamento con Martini nel giardino condominiale. Ha deciso di tentare una mini maratona creando una specie di percorso circolare che si avvita a spirale intorno al perimetro del palazzo. Dovremo farlo centinaia di volte credo, ma trovo divertente la pensata. Al massimo ci verrà un giramento di capo e la pianteremo lì. Un’altra cosa positiva è che mi è scomparso l’eczema. Dubito sia connesso al trauma psicologico subito nell’intrusione dell’altra notte (questa è la versione psicosomatica di Monica), anche perché la stessa buona sorte è toccata a mia madre e al suo nuovo compagno. Il bello è che la pelle di tutti e tre non solo ha perso quella inestetica crostina di escrescenze, ma è addirittura più lucida, tesa, giovane di quanto non lo fosse mai stata. Se è l’effetto di quello che i governi hanno spruzzato nell’atmosfera o di qualche altro veleno che ci hanno iniettato nelle tubature dell’acqua, beh, presentatemi il responsabile che gli apro un wellness center. Passata la buriana, s’intende. A Monica dà fastidio che io ci scherzi su, non ci vede nulla di divertente e non è ancora convinta che il peggio sia passato. Ha paura che magari sia solo il momentaneo transito verso un successivo peggioramento delle nostre condizioni di salute. L’ho tranquillizzata, perché, a parte la parentesi depressiva degli ultimi tre giorni, non mi sono mai sentito meglio. Anzi, sapete che vi dico? Forse immalinconirmi in quel modo, immergermi in questa sorta di psico-massaggio, mi ha, come dire, ‘purificato’, reso ancora più forte, sicuro, ottimista. La stessa sensazione la stanno vivendo mia madre e Emanuele pur non avendo dovuto pagare dazio a una crisi di nervi come è successo a me. Buon per loro, meglio così. Magari è tutto e solo merito delle sedute di meditazione e preghiera che ci ostiniamo a tenere ogni sera, nonostante tutto sembri congiurare verso il peggio.

Eppure, qualcosa mi dice, ci dice, che dovrà esserci una fine a questo maledetto incubo. Foss’anche il giudizio universale (è questa la tesi che ora va per la maggiore nelle nostre discussioni crepuscolari che seguono i momenti di raccoglimento) lo affronteremo e si tratterà di un’altra occasione di crescita e di evoluzione per le nostre anime. Ci sono dei momenti, quando ci troviamo seduti in cerchio noi quattro e recitiamo i mantra che Monica ci assegna di volta in volta, in cui mi sembra di perdere quasi la percezione della mia scarna (insignificante) individualità. In quegli istanti mi rigenero da dentro, sento che un nuovo me stesso si manifesta dismettendo la vecchia e dura scorza di ieri per rivestirsi con una nuova meravigliosa epidermide multicolore. Diciamo che la metafora serpentina è quella che rende meglio l’idea, anche se stiamo parlando di energie e non di materia, di rivestimento eterico, non di pelle e di squame. Insomma, da queste occasioni riemergiamo tutti più solidi, forti e irriducibilmente convinti che, nonostante tutto e contro ogni apparenza, ne usciremo migliori. Peccato ci siano i Neri che tramano nell’ombra. Li ha soprannominati così Guglielmo perché ormai i nostri quattro antagonisti si sono definitivamente trasformati nelle controfigure di un gruppo Emo degli anni Zero. Vi ricordate quel genere che andava di moda qualche lustro fa? Batterie di ragazzi che si sentivano legati dal bisogno di patire e trovavano appaganti tutte le atmosfere decadenti, le situazioni dolorose, le sofferenze del corpo e dello spirito. Una specie di parossismo masochista che si manifestava all’esterno con un solo colore d’ordinanza, il nero. Se siete di un’altra era, pre-internettiana per capirci, pensate ai Dark degli anni Ottanta e vi farete un’idea.

Comunque, il problema dei Neri non è il loro look, ma ciò che stanno tramando e quello che vogliono farci. Con Perli e gli altri ne abbiamo parlato. Non ci è sfuggito che gli unici a non fare neppure lo sforzo di schiodare il culo da casa per provare almeno ad aiutare Giulio e papà sono stati loro. E sono sempre loro che, a notte fonda, danno vita a strani riti nel chiuso di quello che era il mio appartamento. Martini e mamma, che ci abitano accanto, li sentono e, una volta, mi hanno chiamato per constatare di persona. Da brividi. Non so cosa brighino esattamente. Però è un fatto che, per più di mezz’ora, intonano un lugubre lamento cantilenato che ricorda molto da vicino le litanie della coristica medievale, versione Dies Irae. Tra di noi ci sono diversi gradi di preoccupazione, ma il terrore di tutti sono due ipotesi: 1) che siano collegati a qualche gruppo esterno che vuol approfittare dell’ecatombe demografica per instaurare una nuova Gerusalemme Celeste in versione anticristiana o 2) che, semplicemente, abbiano perso il senno e siano plagiati dal prete per far piazza pulita di chi non è della sua setta. Sono entrambe ipotesi plausibili, purtroppo. Non trascurerei neppure quella che contempla il fiducioso avvento dell’anticristo, visti i segni con cui Lorenzo ha unto gli stipiti condominiali. Magari ci siamo tirati in casa una muta di paranoici o, magari, più semplicemente, le centraline nervose di qualcuno di loro sono andate in tilt risucchiando in una pazzia collettiva anche gli altri.

Che qualcosa non quadri me l’ha confermato anche quello che è successo il giorno dopo il sequestro di Giulio e di papà. Guglielmo ha preteso un incontro che si è tenuto in terreno neutro, cioè in uno degli appartamenti del condominio non occupati. Il Perli ha cercato di fare il punto della situazione riferendo quello che aveva potuto apprendere telefonando al numero 5555555 e lasciando in segreteria un allarmato messaggio su quanto era capitato (questo ormai è l’unico modo per tenere i contatti con l’autorità là fuori, se ancora ce n’è qualcuna). La risposta era arrivata da una delle berline scure (adesso sono sette quelle che stazionano in pianta stabile intorno al condominio). Aveva fatto scivolare un foglio dattiloscritto proprio davanti al cancelletto. Il geometra si era avvicinato col le mani levate per evitare di beccarsi una scarica di voltaggio letale tra le costole, aveva raccolto il foglio e se lo era messo in tasca. In occasione della riunione ‘al vertice’ lo ha letto e commentato. In sostanza, il rappresentante dell’ONU, chiunque sia, ci comunicava che la situazione è critica in tutto il mondo. Le poche enclavi di esseri umani rimasti sono fatte oggetto di attacchi da parte di esseri mutanti che pare siano stati contaminati da un gas iniettato nell’atmosfera e la cui origine è ignota. Sergio si è messo a urlare che sono tutte cazzate, che se fosse davvero così e se le berline fanno capo alle forze governative, gli intrusi non sarebbero stati fatti entrare. Possibile che ci sia qualcuno che si aggira libero per le strade se vige un coprifuoco così stretto nei confronti dei pochi sopravvissuti? Erano obiezioni sensate e Perli lo ha riconosciuto, ma gli ha anche ricordato che le berline sono vuote dentro (telecomandate?) e che probabilmente qualche banda di criminali o, semplicemente, di poveracci resi pazzi da un virus riesce a muoversi lì fuori in barba ai controlli. Il prete ha replicato insultando il geometra al che io sono intervenuto perché, se continuava su quella china, gli avrei messo le mani addosso e gli avrei fatto, credetemi, molto, molto male. Gli ho chiesto perché diavolo non se la fosse sentita di dare una mano a Giulio e a papà, visto che il sottoscritto i coglioni per uscire nudo sulle scale con una lama da macellaio in pugno li aveva trovati. E poi perché non ci invitava ai party claustrali notturni con sottofondo cimiteriale e perché le due troie (ho detto proprio così, tanto Nadia non mi guarda né mi saluta) sembravano le figlie adottive di cancaminì spazzacamin? E perché, stavo per aggiungere, percheccazzo il tuo amichetto dipinge crocifissi rovesciati sui portoni? Quest’ultima frase non ho fatto in tempo a pronunciarla. Perli mi ha schiaffato un palmo sulla bocca per cui ne è uscito solo un borbottio incomprensibile. Sergio però non ha replicato a nessuna delle accuse, lasciandoci con l’amara sensazione che, nella testolina bacata di qualcuno dei suoi accoliti, stia maturando il desiderio di una resa dei conti. Ha fatto un cenno ai suoi e se ne sono andati in fila indiana. Tira aria di mattanza e ne sono turbato, ma non l’ho detto a Monica. Troveremo una soluzione, ne sono convinto. Ora vado, Monica mi chiama. Non vi ho detto che fuori soffia un vento da burrasca, il cielo pare un lavatoio di marmo nero, nuvoloni gonfi d’acqua si asserragliano intorno ai caseggiati e c’è questo muggito balordo che l’aria di tempesta produce infiltrandosi sotto i portici delle case e nei vicoli tra i palazzi. Un turbinio di foglie secche e di brani di cartacce e di schegge di plastica abbandonata raschia l’asfalto e i tettucci delle macchine abbandonate. Mi sa che tra poco verrà giù un diluvio ad annegare la città. L’inverno è arrivato prima, quest’anno.

 
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