18 Novembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Novembre

18 Novembre 2017


18 novembre 2017, mattina

I Neri sono scomparsi. Insieme a loro se n’è andata anche la mia spia di fiducia, il ‘piccolo’ Mauro. Dev’essere successo stanotte perché ieri sera, verso le 23:00, erano tutti riuniti nell’appartamento della Guidobaldi. Mamma e Martini li sentivano salmodiare quelle nenie tenebrose di cui vi ho già parlato. Sembravano la solita congrega di monaci paranoici e, a parte i brividi sulla pelle, nulla faceva presagire che quello potesse essere il più classico dei canti d’addio. Eppure. Eppure, don Sergio (il mio amico di una brevissima stagione), Lorenzo (il capoclasse un po’ sfigato con cui non ho mai legato davvero) Nadia (la donna che mi amava e a cui ho provato ad essere fedele pur non ricambiandola), Jenny (la Pippicalzelunghe dai modi maschili e dalla risata chioccia), Mauro (il mio vecchio collaboratore col cervello miniaturizzato) sono spariti tutti. Inghiottiti anche loro dal buco nero cosmico che, evidentemente, non ha ancora finito il suo lavoro di scrematura, quaggiù.

Stavolta, però, niente urla agghiaccianti nel cuore della notte, niente intrusioni dall’esterno. Del resto, sarebbe impossibile visto lo schieramento di mezzi militari e berline nere (adesso sono dodici intorno al palazzo) che ci fa la posta sottocasa. Se ne sono andati con discrezione, come tutti coloro che si è divorati il risucchio di questa spaventosa marea. Mi dispiace per aver sospettato di loro, per averli soprannominati come una ghenga di sinistri malfattori, per averli spiati in cerca di chissà quale rivelazione. Alla fine, si trattava solo di una manica di poveracci, come tutti noi, cui erano saltate un paio di rotelle. E adesso che hanno pagato il loro tributo al dio malmostoso che sta dietro i sacrifici di massa cui assistiamo, impotenti, da mesi, mi sento svuotato. Non ho più nemici e un nemico, in fin dei conti, fa sempre comodo. Ti permette di solidarizzare con i tuoi pari, di indirizzare all’esterno la cattiveria, di sapere a chi dare la colpa se le cose non vanno come vorresti. Ora tutto questo non è più possibile. Ora che i malvagi hanno perso il loro posto, e il loro ruolo, nella sacra rappresentazione che ci vedeva tutti protagonisti, nostro malgrado, mi accorgo che mi è venuto a mancare uno dei motivi che mi teneva ancora aggrappato a una speranza: che, dopotutto, questo film si reggesse su una trama razionale, fosse tenuto su dai tiranti di una logica, anche se difficile da capire. Ma i nemici se ne sono andati e nell’arena resta solo la mia squadra un po’ squinternata, un po’ abbattuta, privata della sua prima ragion d’essere: fare quadrato contro chi brigava per impedire al piano divino di fare il suo corso. Forse non volevano davvero farci del male, forse non erano dediti a pratiche sataniche, forse erano semplicemente terrorizzati come tutti i viventi cui è toccata in sorte la più spaventosa delle epoche storiche: quella dove cala il sipario, quella della resa dei conti.

Stamattina, la scoperta l’ha fatta Perlingioni. Era passato sia da Nadia e Jenny, sia dai preti per ritirare la lista del necessaire da consegnare all’automobile scura che, ogni settimana, viene a prendersi l’elenco di ciò che ci manca. Le due donne non rispondevano, i chierici neppure. Così si è insospettito. È venuto a suonare da me alle nove di mattina, mentre riprovavo con Monica una magnifica posizione tantra imparata durante la notte. Stavo per vomitare un florilegio di improperi contro l’idiota, chiunque fosse, che mi obbligava a staccarmi dal corpo caldo della mia compagna. Ho spalancato la porta di ingresso già pronto a inveire e mi sono trovato di fronte gli occhi cisposi di Guglielmo che mi scrutavano. Era una faccia perplessa, che però celava una sfumatura di eccitazione. Dopo che mi ha informato, siamo corsi a svegliare Martini. Abbiamo messo sottosopra l’intero palazzo, ma niente, dei cinque nessuna traccia. Abbiamo pranzato insieme ed è difficile dire quale fosse l’umore dominante del gruppo. Da un lato, inevitabile, una punta di soddisfazione per esserci liberati di una minaccia incombente. Dall’altro, un’inquietudine palpabile perché era come se il regista occulto della storia assurda che ci tocca vivere ci avesse privati dell’ultimo alibi. Ci siamo guardati in faccia mentre, silenziosi, deglutivamo a sorsi il minestrone di porri e asparagi preparato da mia madre. Anche se nessuno aveva il coraggio di esplicitarle, due domande aleggiavano sulle nostre teste: siamo veramente sicuri di essere gli eletti? A chi toccherà adesso? Poi Guglielmo, con un colpo di teatro tipico dei suoi, si è alzato di scatto ed è sceso giù nel cantinotto del ragioniere. Se ne è tornato di sopra con una bottiglia straordinaria: un Cognac stravecchio del 1956. Ci ha guardati, uno ad uno, e ha detto: «Questo non è il momento della disperazione, ma della gioia. L’incubo in cui siamo precipitati sta per finire. Ne usciremo vivi, tutti insieme. E ricominceremo da capo». Ci siamo guardati chiedendoci se fosse impazzito, ma ho visto che Monica sgranava uno dei sorrisi che mi hanno fatto innamorare di lei. Si è levata in piedi. Ha aperto una delle antine del mobile a vetri che custodisce le chicchere più preziose: ha estratto, dalle mensole su cui si trovavano, e posato sulla tovaglia, cinque bicchierini con base d’argento su cui s’incastonava, a cilindro, una modanatura di cristallo Swarovski. Si è fatta passare dal Perli la bottiglia di Cognac, ha svitato il tappo e ha versato, in ciascun bicchiere, due dita di quel liquido ambrato, corposo, inebriante. Poi ci ha invitato a levare i calici e a farli tintinnare: «Guglielmo ha ragione. Mi dispiace per quelli che erano pur sempre nostri compagni di sventura, ma, ora più che mai, dobbiamo guardare con fiducia al domani. Sento che presto tutto questo avrà termine. Se rimaniamo uniti, nessuno ci porterà via. Magari non è un caso che siano sopravvissute, alla fine, le persone meno aggressive e più serene del gruppo».

A quel punto, Guglielmo è intervenuto, levando in alto il suo bicchierino e facendolo tintinnare contro quello di Monica, e ha detto, con voce squillante: «I miti erediteranno la terra. Lo diceva anche Gesù». Ho pregato, in cuor mio che avesse ragione, che l’irriducibile, a tratti esagerato ottimismo dei miei amici non debba al più presto scontrarsi con la realtà di nuove sparizioni. Non potrei sopportarlo. Anzi, non potrei tollerare una sola cosa: che mi venisse portata via Monica. È questo che mi spinge a resistere. So già che oggi farò gli esercizi con meno voglia del solito. Ne ho anche minor bisogno. Il mio corpo, ormai, ha una resistenza, una forza, un’elasticità tali da rendere persino ininfluenti, se non superflue, ulteriori sollecitazioni. L’altro ieri sono riuscito a coprire, con un unico balzo, un’intera rampa di scale. Ho vinto una scommessa con Martini. Mi deve una bottiglia di champagne. Ma, al di là di questo, ho un’urgenza assoluta, e inappagabile, di uscire, di correre, saltare, crogiolarmi alla luce del sole come un ramarro tra le frasche di un prato. E invece mi tocca restarmene chiuso in questa specie di scatola di cemento, in attesa che qualcuno fischi la fine della partita. Voglia il Cielo che Monica abbia ragione. Non so quanto riuscirò a resistere ancora, segregato qui dentro.

 
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