17 Agosto 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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17 Agosto 2017


17 agosto 2017

Sono stato dai miei a pranzo. Non li vedevo da più di un mese e il dovere filiale, che già mi dava il prurito, coi consueti sensi di colpa, era insopportabile. Insomma, è scoppiata la quarta guerra mondiale (qualche idiota ha messo in giro anche questa voce, in rete) o qualcosa di addirittura peggiore. Non potevo più ignorare le telefonate ossessive con cui mia madre mi ha cercato da quando è venuto giù tutto fino a stamattina. Al telefono mi ha fatto persino tenerezza per quanto trasporto ha messo in quell’esclamazione: «Miodio sei vivo, miodio, miodio, miodio…» E giù a piangere come una fontana che non riuscivo a tamponare. Mi vuole più bene di quanto immagini o riesca a comprendere. Ho cercato di tranquillizzarla, ma era fuori controllo sia per la situazione, di per sé terrorizzante per chiunque non abbia un chip alieno al posto del cuore, sia per aver appurato che il suo unico ‘bambino’ è scampato alla collera divina. Forse sbaglio a sottovalutare la potenza e l’intensità dell’amore di una madre. Mi vien quasi da pensare che è la sola cosa al mondo a poter sfidare l’infernale maelstrom di assurdità che ci ha annichiliti tutti, dall’altro ieri. A parte le chiacchiere, non potevo permettere che continuasse a tormentarsi aggrappata al copriletto guardando mio padre che bucava con gli occhi il muro davanti a sé. Così le ho promesso che sarei andato a mangiare da loro.

Mi ci sono recato in motorino, portandomi dietro Mauro avvinghiato come uno scolaretto. Piccoli dettagli di un viaggio surreale: per strada, non solo non c’è quasi nessuno (tranne pochi disperati che strisciano rasente i muri), ma lo stesso paesaggio urbano sembra quasi essersi trasformato. Intanto, mute di cani. Molti di essi sono ovviamente rimasti senza un padrone, hanno scavalcato recinti, strappato catene, abbandonato cucce o canili. Ora girano lungo le vie deserte alla ricerca di cibo. È sorprendente quanto poco ci voglia per ridestare il sopito istinto del branco. Li vedi passare a gruppetti di dieci o dodici, ciascuno con il suo capo alla testa che ringhia o abbaia quando sente un rumore. Non conta la razza, ma il temperamento, l’aggressività latente. Ho visto i più svariati e bizzarri accostamenti: cani lupi e bulldog guidati da bastardini con la bava alla bocca, alani che aizzavano husky e terranova. In generale, comunque, da annotarsi un promemoria per il futuro: sta diventando molto, molto rischioso uscire anche di giorno. Il senso di desolazione lo dà anche il crescente numero di autovetture abbandonate in mezzo alla strada, magari con la portiera aperta e un pitbull che fa i bisognini sui rivestimenti in pelle all’ultima moda. Se considerate che il settanta per cento delle persone ancora presenti, e cioè la metà del totale, sarà tappata in casa, potete farvi un’idea di che sconsolato mortorio siano diventate le nostre città. Ho incrociato qualche macchina che zigzagava tra le vetture impiantate e qualche scooter condotto da ragazzini curiosi rigorosamente in coppia e senza casco, ma tanto i vigili non son certo impegnati a dar multe per violazioni al codice della strada.

Le pattuglie hanno due compiti soltanto: rimuovere gli ostacoli dalla carreggiata e garantire l’ordine pubblico. Quindi, a spasso c’è più gente in divisa che in borghese e qualcosa mi dice che anche quelli in jeans o in giacca e cravatta sono agenti con funzioni di controllo e prevenzione. Una pantera dei carabinieri ci ha anche fermato ordinandoci di esibire i documenti e chiedendoci dove fossimo diretti. Ho fatto quanto richiesto e risposto al quesito, poi, cazzeggiando un po’, ho cercato di carpire qualche informazione in più. Il carabiniere era in vena o voleva semplicemente sfogarsi. Si è levato il cappello, detergendosi il sudore con la manica della camicia azzurra d’ordinanza: «Vuole la verità? Nessuno ci ha ancora detto niente. Ce la stiamo facendo sotto. Molti di noi stanno disperatamente cercando di contattare parenti o amici il cui cellulare squilla a vuoto. Quello di mia moglie è staccato dall’altra sera. Stava facendo un master di specializzazione a Milano. Doveva tornare per il Ferragosto. Le amiche da cui alloggiava non rispondono. L’ente dove si teneva il corso neppure. Ho provato a sguinzagliare qualche collega di zona, ma sono già tutti indaffarati per i casi loro. Glielo giuro. Lavoro solo per non impazzire, ma ci sarebbe da ammattire tutti, tutti davvero…». L’ho ringraziato per la gentilezza e sono ripartito alla volta della casa dei miei.

Ho parcheggiato nel cortile di ghiaia su cui si aprono le saracinesche dei garage. Quattro su nove erano spalancate e vuote, con l’auto poco fuori e la portiera del guidatore spalancata. Come se i loro occupanti fossero scomparsi dopo esser scesi dal veicolo per chiudere l’ingresso dell’autorimessa. Quando sono arrivato di sopra, mia madre mi aspettava col kleenex bagnato che le tamponava le lacrime. L’ho abbracciata, mentre Mauro se la filava in cucina alla ricerca di qualche brioche. Lui è relativamente sereno. Vive tutto questo caos come un meraviglioso, eccitante reality. Non ho ancora capito se è una specie di autodifesa o se veramente non ci arriva a cogliere il dramma epocale che si sta consumando. Comunque, alla fine, son riuscito a liberarmi della stretta di mamma e a farmi accompagnare in salotto. Mi veniva da piangere, a mia volta. Aveva tirato fuori da non so quale baule, la tovaglia di pizzo delle grandi occasioni e apparecchiato con i piatti in ceramica di Noto del suo matrimonio. La tavola era imbandita con ogni ben di dio: tre diversi tipi di primo (un pasticcio di funghi e patate, una teglia di canederli tirolesi, un’infornata di lasagne al ragù), quaglie ripiene, anatra all’arancia, un filetto al sangue spesso tre dita. Tutto già pronto per essere mangiato e a rischio di freddarsi prima che qualcuno riuscisse ad apprezzarne la bontà. Lei è sempre stata un drago in cucina. Stavolta, deve essersi buttata sui fornelli per non pensare a ciò che sta succedendo (o alla paura che l’ha colta quando ha temuto di avermi perso per sempre). Mi sto rendendo conto che è una forma di barriera psicologica che funziona. Un po’ quello che ha fatto il carabiniere. Di fronte a un orrore troppo grande per essere decifrato, compreso, raccontato, la gente si rifugia nell’azione, nelle piccole minutaglie quotidiane che ieri costituivano l’ossatura di esistenze umili e senza pretese e oggi sono l’ultimo ceppo di legno cui aggrapparsi per non andare a fondo. Ci siamo accomodati a tavola, lei si è fatta il segno della croce e ha detto la solita benedizione, poi è scoppiata a piangere, io le ho stretto il pugno chiuso, lei ha inghiottito le lacrime tramutandole in singhiozzi sempre più soffocati e ha cominciato a fare le porzioni. Io ho provato a mangiare, ma è stato un tormento, un supplizio sopportato solo per non darle un dispiacere. Tornato a casa, ho vomitato sulle scale. Non ho pulito.

Mentre masticavo in silenzio il denso pastone di quelle pietanze ingollate controvoglia, ho osservato papà. Ormai è una sfinge. Gli ho messo un palmo sotto il naso per convincermi che respirasse ancora. Lui ha sollevato il braccio destro, mi ha afferrato la mano e se l’è portata sulla guancia, accarezzandosela. È andato avanti così per due o tre minuti, finché mia mamma si è alzata, gli ha staccato, di forza, le dita attorcigliate sul mio pullover e mi ha chiesto scusa. Non lo degna più di attenzione. Credo si limiti a cambiarlo e pulirlo. Forse lo odia. In ogni caso, la tivù, come sempre, era accesa. Ho fatto una carrellata fra un canale e l’altro. Ne ho ricavato una semplice impressione. Il mondo è sotto shock. Filmati di qualità pessima, interviste a politici di seconda o terza fascia che biascicano incomprensibili banalità, immagini di città (fino a qualche settimana fa brulicanti di vita e affari) ridotte a set di documentari sull’ecatombe post atomica. Tranne qualche isolato focolaio di protesta. A Milano, Roma e Napoli capannelli di persone con lo sguardo allucinato e le borse sotto gli occhi di chi non dorme da giorni stanno sfilando e vomitando improperi contro il governo. Ricordano un po’, per gli slogan impiegati e l’abbigliamento, i famosi no-global. All’epoca non li sopportavo. Mi parevano il sottoprodotto avariato di ideologie totalitarie del secolo breve. Oggi, quasi simpatizzo con loro. Primo, perché non ci vedo una regia politica alle spalle. È evidente che sono uomini normali che, semplicemente, non credono più alla favola secondo cui i governi sono all’oscuro di ciò che sta falcidiando la popolazione mondiale. Secondo, perché, fossero anche bande impazzite di black block con le peggiori intenzioni, quello che sta accadendo impone una reazione, e loro stanno reagendo. Davanti a Montecitorio, Palazzo Chigi e il Quirinale, ho visto striscioni con scritto: «Bastardi, figli di puttana, vogliamo la verità», «Dateci risposte o i prossimi a sparire sarete voi», «Fuoco al parlamento». E poi le grida con le mani alzate e qualche pugno chiuso. Per ora, la situazione dell’ordine pubblico è sotto controllo. Sono troppe le camionette dell’esercito mandate a pattugliare le strade per pensare che qualche facinoroso possa procurare danni più gravi dell’orgoglio ferito di qualche politicante da strapazzo.

Su internet, intanto, i siti cominciano a scomparire a un ritmo vertiginoso, persino più veloce rispetto a quello con cui si stanno dileguando gli esseri umani. Anche per questo ovviamente, c’è una spiegazione cospirazionista: i governi hanno paura, non possono controllare il web come fanno con le tivù e quindi, semplicemente, oscurano i domini della rete. Tra un po’ saremo al buio anche lì, perché, per uno nuovo che ne nasce, dieci ne spariscono. E le ipotesi che buttano in pasto ai naviganti sanno di delirio: si va dal giudizio universale alla guerra dei mondi, all’impiego di una sostanza chimica che ‘estingue’ le persone per eliminare alla radice il problema del sovrappopolamento mondiale. Una sorta di soluzione finale. Comunque, tornando al pranzo, dopo un po’ l’agonia è terminata. Il papà si è addormentato sulla poltrona e a mia mamma ho detto che dovevo scappar via per motivi di lavoro. Mi ha inseguito fin sulla porta con la tazzina del caffè in mano. L’ho bevuta girato di spalle per non scoppiare a piangere.

 
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