16 Settembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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16 Settembre 2017


16 settembre 2017, ore 3:00 di mattina

Sogno vigliacco. Maledetto e traditore. Sto digitando sul computer e sbaglio una lettera sì e l’altra no per quanto mi tremano le mani. Mi sento ghiacciato e, in effetti, grondo rivoli freddi da ogni poro. Ho il ciuffo incollato sulla fronte e il pigiama zuppo come dopo una mezzora di spinning. Quando sono riuscito a sradicarmi dall’incubo, urlando come un ossesso, Nadia ha preso un mezzo infarto, poi mi ha abbracciato ed è rimasta a coccolarmi per qualche minuto sussurrandomi all’orecchio: ‘calmo, è solo un brutto sogno, è finito, è finito…’.

Adesso sono in cucina a tentare di ricostruirne la trama. Lo so che non mi crederete, ma era qualcosa di più di un’esperienza onirica qualsiasi. Più vivido, più tangibile, più reale quasi della stessa realtà. Soprattutto, altrettanto impossibile da evadere. Voglio dire, avete mai provato a sottrarvi dai confini fisici del mondo in cui vivete? Impossibile, giusto?  Prescindendo dalla situazione attuale, dove chi sparisce lo fa contro la sua volontà, a noi umani non è dato approdare in uno spazio e in un tempo diversi da quelli che stiamo sperimentando. Al massimo possiamo andare da qui a lì, da questo ‘dove’ a un ‘altrove’ differente, ma ci sposteremmo, in ogni caso, all’interno delle coordinate del nostro mondo. A parte quando sogniamo. È l’unica ipotesi in cui ci è consentito ‘svegliarci’ in una dimensione 'altra' rispetto alla cosiddetta realtà dei cinque sensi. Se stai vivendo dentro un sogno, presto o tardi ne esci, è inevitabile. Se poi il sogno è lucido, quindi sai che stai sognando, puoi anche decidere di tirarti fuori da quell’esperienza, con un sussulto di intenzionalità, per riaffiorare dal regno di Morfeo e ripiombare nella tua vita ‘vera’. Ecco, i miei sogni vigliacchi, come sapete, hanno proprio questa caratteristica, di essere (quasi) a tenuta stagna. Faccio una fatica infernale a svignarmela dai loro confini, di solito. Stavolta, è stato peggio. Mi pareva di dovermene restare, murato vivo, in una 'stanza parallela', che era quella dell’incubo toccatomi in sorte. Poi, solo con uno sforzo di volontà inumano ce l’ho fatta a ritornare a casa.

Ora, però, ho il terrore di addormentarmi di nuovo. E di dover ripercorrere, passo passo, la mia scampagnata nel terrore.

Era notte, nel mio condominio. Avevo appena litigato con Nadia ed ero sgattaiolato sulle scale per scendere in giardino a prendere una boccata d’aria fresca. Sapevo, nel sogno, che avrei potuto passeggiare solo nello spazio del cortile condominiale. Sapevo che era proibito avventurarsi fuori da quel limite e che, dappertutto, nel mondo era stato instaurato quel coprifuoco assoluto. Nessuno poteva uscire dalla propria dimora tranne per motivi giustificati ed eccezionali. Nonostante ciò, mi consolava l’idea che ci fosse permesso, almeno, di sgranchire le gambe in uno spazio non chiuso e, in cuor mio, ringraziavo le autorità, così comprensive da conservarci almeno quello spicchio di libertà. Ho cominciato a scendere i gradini, passando davanti agli ingressi degli altri appartamenti e sono rimasto sorpreso nell’accorgermi che c’erano solo gli stipiti, mentre le porte erano state disancorate dagli infissi e, immagino, buttate via. Sapevo che alcuni erano disabitati e, infatti, non si udivano suoni provenire dal loro interno. Sulle soglie di quelli occupati, invece, mi guardavano i rispettivi inquilini. Da quello di fianco al mio mi salutava, facendo ciao con la mano, il signor Martini che teneva l’altra avvinghiata alla manopola della carrozzina di papà, come sempre semiaddormentato al suo posto. Da quello successivo proveniva il rumore dolce di un motivetto anni 30, tipo la nenia della pubblicità del Campari di qualche anno fa. Bello, devo dire, un balsamo lieve per l'anima. Stavo per entrare, quando si è affacciato il geometra Perlingioni con un sorriso radioso, una bionda da paura sotto braccio e la mano sinistra che levava in aria un calice di aperitivo rosa intonato alla canzone. Beveva e poi strizzava le tette alla bionda che non opponeva resistenza. So di aver provato una fitta di gelosia nel constatare che si trattava di Monica. Lei non sembrava turbata da quell’episodio.

Ho proseguito nella mia discesa e, quando mi sono trovato nell’androne, qualcosa mi ha impedito di uscire finalmente fuori ad accendermi una Merit. Un rumore, il tintinnio di un oggetto metallico che percuoteva un tubo, giù in cantina. Tlin, tlin, tlin. Poteva essere qualunque cosa, forse una perdita d’acqua, forse un topolino curioso, in ogni caso nulla che meritasse la mia attenzione. Tuttavia, nei sogni, a volte, capita di essere più stupidi che nella realtà. Così sono sceso da basso guardando con attenzione dove posavo le suole delle scarpe su quei gradini di cemento ruvido resi scivolosi dall’umidità. Erano debolmente rischiarati da una lampadina a basso consumo maldestramente avvitata a una plafoniera da parete. In fondo era buio pesto e il rumore era sensibilmente aumentato, nel volume e nell'intensità, tlintlintlintlintlin. Ho cercato, a tentoni, l’interruttore e, nel trovarlo, son passato dal sollievo all’angoscia. Avevo appena posato le dita sul tastino di gomma che una mano mi ha cinturato il polso. Si è accesa la luce e la scena che mi si è presentata davanti era grottesca. Quel polso era attaccato a un braccio infilato nella manica di una camicia blu notte. La camicia rivestiva il busto di un uomo che conoscevo bene: don Sergio. Il prete faceva oscillare una catenina, tipo quelle della prima comunione, in modo tale che il Cristo appeso alla sua croce picchiasse con sistematica solerzia contro il sifone delle acque nere infisso obliquamente sul muro. Mi guardava, mi stringeva il polso, sorrideva e proseguiva a far pendolino. Non era solo. Al suo fianco c’era Nadia, vestita in modo inusuale. Una via di mezzo tra una suora e una battona di periferia. Sopra la cintura indossava una castigata camicetta di lino tinta ratto con un goffo golfino a mezze maniche un po’ più scuro e un velo del genere chador che le occultava i capelli mettendo in risalto lineamenti duri, arrabbiati e senza trucco. Sotto la vita un paio di mutandine rosse di pizzo, due calze a rete, giarrettiere e tacchi a spillo irrealisticamente alti. In mano reggeva un pastorale con un’estremità ricurva e l’altra che terminava nel punteruolo più lucido e acuminato che avessi mai visto. Anche lei sorrideva. Ha detto: ‘ti aspettavamo, benvenuto al sacrificio’. Ho capito che tirava una brutta aria, ho cercato di divincolarmi, ma non ci riuscivo. Nadia ha sollevato il pastorale come una lancia indirizzandolo contro il  mio petto. In quel preciso momento ho realizzato che ero dentro a un incubo e ho cercato di svegliarmi, ma non ci riuscivo. Ero, letteralmente, intrappolato tra le pareti eteree del sogno. Molli come pandizucchero, giusto? Friabili come pasta frolla, giusto? Lo sappiamo tutti. Eppure, non c'era modo di sfondarle.

A quel punto, mi son reso conto che sarei morto ammazzato e avrebbero trovato il mio corpo squarciato nel letto come in quella serie horror degli anni 80. Ho spostato il focus della mia attenzione dalla volontà di scappare dal sogno a quella di difendermi nel sogno. Ho tirato un calcio nei testicoli di Sergio. Lui si è piegato in due per il dolore mollandomi il polso. Così facendo ha inavvertitamente spento la luce della cantina. Mi sono lanciato verso le scale picchiando stinchi, fronte, ginocchia ovunque vi fosse una sporgenza di cemento e bestemmiando per il dolore. Dietro, Nadia e Sergio si erano lanciati nella caccia. Quando sono giunto al primo piano ho dovuto constatare, con orrore, che le porte erano tornate al loro posto, ho battuto i pugni invano contro l’uscio di un appartamento. Niente. Intanto Nadia veniva su con la faccia sfigurata in un ghigno demoniaco, il pastorale levato come il giavellotto di un guerriero medievale e Sergio che la seguiva d’appresso agitando la sua catenina. A un tratto si è spalancata una porta ed è apparsa Monica. Mi urlava di entrare, ma non ha fatto a tempo a finire la frase. La punta d’acciaio dell’asta di Nadia l’ha trafitta all’altezza dello sterno. È caduta con un filo di sangue che le colava dall’angolo delle labbra. Io sono rimasto inebetito e questo è bastato perché Sergio mi balzasse addosso e mi bloccasse di spalle. Nadia, allora, ha sferrato il suo secondo fendente e mi ha strappato una gamba dal busto. La esibiva trionfante e urlava. Solo che non era più una gamba, ma una specie di coda squamata che si ribellava dimenandosi e contorcendosi come fanno quelle delle lucertole prima di immobilizzarsi, stecchite. Io sentivo tutto il dolore e tutta la paura che può toccare a un uomo in quelle condizioni e, soprattutto, non riuscivo a svegliarmi. È stato in quel momento che l’urlo di Nadia si è tramutato in un sussurro: ‘calmo, è solo un brutto sogno, è finito, è finito…’.


 
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