16 Agosto 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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16 Agosto 2017


16 agosto 2017, ore 9:00

Sergio se n’è appena andato dal palazzo. È stato qua sopra, sul tetto del mio condominio, fino a cinque minuti fa. È arrivato verso le tre di notte, con la sua Vespa. Io ero già sprofondato nel sonno. Mi ha svegliato Mauro tirandomi insistentemente per la canottiera. Mi sono girato di scatto, come un barbone impaurito sopra una panchina. Schermandomi gli occhi contro il riverbero della luce lunare che rifletteva sulla grondaia, ci ho messo un minuto buono a realizzare dove fossi e un altro per ricordarmi in che merdosissima situazione siamo tutti finiti. Poi ho investito Mauro di imprecazioni, prima di capire che voleva solo passarmi il cellulare. Teneva in pugno il mio Blackberry che pulsava di luce azzurrognola e vibrava senza requie. Mi sono messo seduto e ho risposto. Era il prete che mi chiamava infrattato in un cespuglio dall’altra parte della strada. Mi sono affacciato dalla balconata che recinta il tetto e l’ho visto che si faceva piccolo piccolo,  immerso fino al collo in una pianta di corniola. Gli ho chiesto se era impazzito e mi ha risposto con una freddezza ammirevole: «Senti un po’. Sta venendo su una camionetta dell’esercito da Via Panzini e una di quelle corvette nere che tu conosci bene da Via Serra. Credo di avere sì e no trenta secondi prima di essere beccato. Mi apri?».

Mi è bastata un’occhiata per capire che non diceva cazzate. Sono corso giù dalle scale a chiocciola che collegano l’attico con l’ultimo piano dell’edificio, sempre col cellulare incollato all’orecchio. Non vi dico le bestemmie per infilare la chiave nella toppa del mio portoncino mentre un immaginario count down scandiva gli ultimi attimi di vita del mio caro don Sergio. Alla fine, entro, mi aggrappo letteralmente alla cornetta del citofono e pigio sugli interruttori come un invasato urlando nel microfono: «Ti ho aperto, cazzo, ti ho apertooooo!». Il mio conto alla rovescia declinava ormai sottozero quando mi è arrivata, dal telefonino, la voce piana e serafica del prete che commentava, solo ansimando un pochettino: «Calmati, sto salendo le scale». Ho preso una stecca di Merit dalla dispensa, due bicchieroni da birra e una bottiglia di vodka ghiacciata e gli sono andato incontro. Non so se lui ha provato altrettanto, ma io, di certo, mi sono commosso, vedendolo. Capirai, metà della popolazione del pianeta è andata a puttane… scoprire che hai ancora un amico su cui contare mi ha fatto bene. Ci siamo scambiati un cenno col capo dandoci un cinque. Poi gli ho detto di seguirmi e l’ho portato sul tetto con me. Mi sono accorto, in quell’istante, che il firmamento si era spalancato in due tipo una gigantesca ferita non ricucita per bene. Adesso il tappo plumbeo di bambagia che occultava la volta celeste aveva un buco elicoidale proprio nel mezzo. Mai assistito a una parata di stelle così vivide e numerose e splendenti, in tutta la mia vita.

Siamo rimasti per un po’ coi gomiti appoggiati al muretto a fumare e a versarci la vodka nei bicchieri, mentre Mauro costruiva una torre con i lego appoggiato alla porta di ferro del locale caldaia. Saran passati venti minuti buoni durante i quali si sentiva solo il tintinnare del fondo dei boccali quando li posavamo sulla superficie di marmo del davanzale e l’aspira-espira delle nostre cicche consumate senza tregua. Credo che il don abbia ripreso il vizio, da stanotte, dopo molti anni. A un certo punto, lui mi indica tre punti diversi del quartiere: altrettante berline scure di pattuglia. Poi ha commentato: «Da stanotte, senza più ritegno, eh avvocato? Sono quasi più numerose dei veicoli militari e ancora non sappiamo chi c’è dentro…». Ho annuito, poi lui mi fa: «Allora che ne dici?». «Che sei fuori di testa a sfidare il coprifuoco proprio stanotte» gli ho risposto. Ha alzato le spalle, con ostentata indifferenza: «Chissenefrega. È la fine del mondo, giusto?». «Questo dovresti saperlo tu meglio di me» ho replicato. Mi ha confermato, ridendo, che, in effetti, se non lo è, è qualcosa che ci somiglia moltissimo. Poi ci siamo seduti a gambe incrociate, uno davanti all’altro, e mi ha spiegato come la vede e cosa intende fare.

A quanto pare uno dei suoi parrocchiani potrebbe aiutarci a dipanare almeno in parte i punti oscuri di questo mistero. Lavora in Prefettura e tiene i contatti con il Ministero dell’Interno. Non esattamente col ministro, che fra l’altro è nella lista degli scomparsi da almeno un mese, ma con personaggi abbastanza influenti da conoscere almeno qualche brandello di informazione ‘seria’, di quelle che vengono celate dai media. Sergio chatta con questo tizio quasi ogni sera, ma finora lui non gli ha mai scritto apertamente quello che sa. Solo mezze frasi buttate là, insieme all’idea di vedersi per fare una chiacchierata e magari anche una confessione (nel senso del sacramento) auspicata dal prete. Pare che molte pecorelle del gregge di Sergio siano ossessionate dalla questione della ‘salvezza’ e del peccato. Comunque, il tizio non esce più di casa da un mese. Don Sergio gli ha proposto di andare a trovarlo in chiesa, ma sembra che sia impossibile. L’uomo è costretto su una sedia a rotelle, non ha parenti o amici che possano dargli un passaggio e, durante il giorno, lavora negli uffici della Prefettura dove viene portato (per poi essere ricondotto a casa) da un veicolo speciale della polizia. Ergo, può ricevere qualcuno in casa soltanto in orario vietato, cioè di notte. Per Sergio sarebbe ora di correre il rischio, considerato il rapido precipitare degli eventi. Insomma, vuole che vada con lui. Gli ho detto di organizzare la cosa, poi ho ricevuto un sms da Monica: «Dove sei? Io sto da Jenny, sopravvissuta. Ti sto pensando». È stato come attingere a una sferzata d’energia supplementare durante gli ultimi metri di una maratona. Mi sono sentito, e lo confesso vergognandomene, felice, in un modo che da tempo non provavo. Sergio si è accorto del mio netto cambio di umore e ha sorriso: «Non sai quanto mi manchi, certe volte, quel genere di cose». Questo ci ha portati a una lunga (e intima) conversazione su noi stessi, sul nostro passato, sulla vita che avremmo voluto vivere e che ci siamo negati, sui pochissimi giorni che forse ci restano, sulla nostra futura destinazione, su ciò che varrebbe o non varrebbe la pena di fare prima di abbandonare, in un modo o nell’altro, questo mondo.

«Sai» gli ho detto, a un tratto: «È come se, in fondo, questa faccenda avesse un risvolto dannatamente positivo. Ci obbliga a fare i conti con tutto quello che ci sta veramente a cuore e che abbiamo sempre rimandato perché impossibile, perché futile, perché irresponsabile e via andando. Beh, caro Don, mi sa che la baracca sta venendo giù una trave alla volta e tutte le scuse che ci raccontavamo fino a ieri, adesso sono carta per il cesso». Lui si è passato la mano sui capelli. Aveva il viso stravolto dall’afa, dall’incredibile nottata che ci era toccata in sorte, dalla paura anche. Mi ha guardato, con gli occhi lucidi: «Hai ragione, avvocato, tutte scuse scadute…». Stava pensando a qualcosa, anzi a qualcuno. Ma non gliel’ho chiesto. Appena sono suonate le sirene di fine coprifuoco ci siamo levati in piedi e, dall’alto, abbiamo passato uno sguardo sulla nostra città. Deserta. Popolata dei fantasmi di coloro che non ci sono più. Dilaniata dall’assenza di chi amavamo ed è stato preso. Forse l’inferno vero è per chi resta.

 
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