15 Settembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

Vai ai contenuti

Menu principale:

Settembre

15 Settembre 2017


15 settembre 2017

Settimana di riflessioni, con due soli picchi degni di rilievo, non a caso collegati a quel paio di cazzate che ho combinato nei giorni scorsi e che cominciano, ora, a dare i frutti avariati che temevo. Diciamo subito che non ho più visto Sergio dal giorno dell’ultima visita a Fantini. È rintanato nella canonica e si limita a dir messa e somministrare i sacramenti indispensabili a chi li chiede. Ha paura. Sul muro esterno della chiesa è comparsa una scritta formato gigante: «Your next stop is the hell» in caratteri rossi, con lo spray e una grafia inquietante. Me ne ha spedita una foto via mms e, in effetti, quelle lettere adunche simili a cartigli di un cifrario segreto, non le ho mai viste prima. Gli ho detto di non preoccuparsi, di stare tranquillo, che sarei andato a trovarlo. Mi ha chiesto, con ferma cortesia, di astenermi. Preferisce concentrarsi sul suo ‘gregge’, come lo chiama e pregare. Mi ha anche detto che non ha perso del tutto la speranza di scoprire dove il suo parrocchiano volesse andare a parare con quella citazione biblica e con quella canzoncina. Sta rivalutando l’ipotesi che, forse, nessuno ha alterato il contenuto dell’iPod e siamo noi che non riusciamo a capire ciò che Fantini voleva rivelarci. Sarà. Per ora ho deciso di lasciare Sergio tranquillo. Nelle condizioni in cui ci troviamo è un dead man walking. Magari, immergersi nella gestione del quotidiano, nella preghiera, nelle letture sacre gli servirà a riacquistare un minimo di serenità.

Quanto a me, oggi sono passato in studio per ritirare un libro di narrativa che avevo cominciato prima che scoppiasse tutto il casino. Ho scambiato quattro chiacchiere con la nostra sostituta. Mi ha detto che la situazione in tribunale e negli uffici giudiziari è allucinante. Praticamente non si tiene un’udienza che sia una: o mancano le parti o manca il giudice o non si trova un fascicolo perché le cancellerie sono sotto organico. Così si passa da un rinvio all’altro, mentre non si contano le scadenze saltate da parte di poveri colleghi ‘prematuramente scomparsi’… Insomma, un disastro. Questo implica non solo un calo di lavoro, ma anche di guadagni. La gente non paga o perché non c’è fisicamente più o perché le cose comunque non procedono. Il vecchio detto ‘causa che pende, causa che rende’ non è mai stato così lontano dalla verità. Ho abbozzato un sorriso di compatimento, ma mi son sentito anche in imbarazzo perché quando io e Riccardo (a proposito, di lui non si sa più nulla dopo che è partito per quei lidi esotici con la sua fiamma) le abbiamo lasciato sulle spalle l’onere della gestione dello studio, sapevamo che, con ogni probabilità, sarebbe finita così. Lei è stata troppo precipitosa ad accettare e a firmare l’intesa che ci esonera da ogni responsabilità per molti mesi, ma la mia buona fede ne uscirebbe ammaccata alquanto se la mia collega decidesse di sottoporla al vaglio di un magistrato. Ma tant’è. Ora come ora non posso farci nulla e credo che il proposito di intentarmi una causa per malafede nelle trattative sia anche l’ultimo dei suoi pensieri.

Perché, vedete, siamo oramai tutti quanti proiettati in questa dimensione dove contano solo le cose davvero interessanti, quelle per cui vale la pena di vivere e che, una volta, collocavamo in fondo alla lista delle nostre priorità. Adesso, sono all’ordine del giorno i casi di chi va a vivere con l’amante senza più preoccuparsi delle conseguenze oppure molla l’abito talare per fuggire con la donna delle pulizie oppure passa il suo tempo nell’orto a coltivare asparagi e cavolfiori. Messi dinnanzi alla prospettiva di venire ‘aspirati’ da questa sorta di lucidatrice galattica che sta facendo le pulizie di primavera su questo cazzo di pianeta, tutti noi miseri acari insignificanti abbiamo finalmente capito che non c’è tempo da perdere. Che se dobbiamo scomparire domani o tra un’ora, allora tanto vale farlo in bellezza. Ho visto una scena incredibile andando in studio. Il direttore generale dell’istituto di credito più importante della città che camminava mano nella mano con il Presidente del Tribunale, scambiandosi baci e tenere effusioni in pieno Corso Vittoria. Non che ci fosse il pubblico delle grandi occasioni ad assistere alla loro performance, intendiamoci. Però quando mai avrebbero avuto il coraggio di esibire la loro relazione alla luce del sole se non ci fosse questo pressante rischio di ‘estinzione’ radicale che incombe su ogni povero Cristo che ancora respira sulla faccia della Terra? Ovviamente, non li biasimo, anzi. Passando loro accanto li ho salutati (appartengono alla fascia cittadina dei vip e quindi li conosco molto bene) con un caldo sorriso al quale hanno risposto in modo altrettanto cordiale, senza vergogna o falsi pudori.

Ergo, il sottoscritto che dovrebbe fare? Me lo sono già chiesto e ve l’ho già chiesto, più di una volta, ma la dannata risposta è che non ho ancora deciso. Se fosse per una parte di me noleggerei una Harley Davidson, prenderei Monica e la porterei fino a Capo Nord dormendo dove e quando capita e scopando il più possibile sotto le stelle. Invece, coglione che sono, mi sto sempre più infoiando con la mia nuova famiglia. Così, a furia di divagare, arrivo al punto da cui son partito. I miei, da circa una settimana, convivono con Martini. Lui è rinato. Si sente un uomo di nuovo utile, fa la spesa, le piccole commissioni, i salti in farmacia per comprare le pasticche di cui mio padre s’imbottisce. Poi, parla tutto il giorno con mia mamma. Loro vivono nell’appartamento al terzo piano, a fianco del mio. A qualunque ora del giorno mi capiti di uscire in terrazzo o di avvicinarmi ai poggioli, sono investito dal fitto chiacchierume di loro due che discorrono di tutto e di niente, senza tregua. Papà, per parte sua, è il solito cadavere. Fissa il muro e ogni tanto, quando non ce la fa più, implora Martini di riportarlo in camera sua. Son riuscito a convincere mia madre a concedergli almeno cinque sigarette al giorno. Ha accettato e questo ha reso felice il mio vecchio. Dovreste vederlo, in terrazza o nel giardino condominiale, seduto su una sedia o su una poltroncina ergonomica mentre si attacca al filtro della sua Merit. Un piccolo squarcio di paradiso in una mente stordita dalla depressione. Confesso che, per quanto ridicolo, quest’opera pia mi rende felice e ho iniziato a passargliene qualcuna di nascosto da mia madre. Lui se le fuma quando lei è fuori a far compere. Il problema, in tutta questa situazione, è che la cara mammina bussa o suona o si fa viva almeno sette volte al giorno per chiedermi come sto, come sta Nadia, se Mauro ha mangiato abbastanza e via discorrendo. Un incubo. Si è pure innamorata della mia compagna, dice che la dovrei sposare. E andrà avanti così, anzi peggio, me lo sento.

Quanto alle due donne della mia vita, l’incontro ravvicinato si è tenuto ieri sera a casa di Monica. Io mi sono presentato in tuta da ginnastica, molto scazzato, non volevo che sembrasse mi mettessi in tiro davanti alla vicina. Nadia, ovviamente, ha fatto l’esatto opposto. Indossava una salopette d’argento con le culotte nere che esaltavano il suo sedere da favola e il ventre piatto, mentre il seno era trattenuto a stento da una canotta stretching di tessuto sintetico azzurro. Capelli appena phonati, trucco impeccabile, sorriso ipocrita delle migliori occasioni. Monica, invece era più rilassata. Ci ha ricevuti con una tazza di caffè fumante in mano e un libro che parlava, mi pare, di kabbalah e delle dieci dimensioni dell’essere. Felpa grandi forme con la facciona di Minnie sul davanti e pantacollant beige, l’unica possibilità concessa al suo fisico statuario di esibire qualcosa agli astanti. Ci siamo accomodati in salotto, abbiamo parlato del più e del meno in un silenzio allusivo e inquietante. Credetemi, non mi è mai successo di sentirmi così fuori posto, o schiacciato dalle circostanze, in tutta la mia vita. Certo, abbiamo abbozzato una seduta di yoga che Nadia ha interrotto dopo un quarto d’ora con la scusa che aveva dolori di stomaco e che andava di là a prendersi un Moment e, se le passavano i crampi, tornava subito. Più vista. Ovviamente io mi sono sentito in dovere di accomiatarmi di lì a poco per non passare poi una notte d’inferno a dibattere con mia ‘moglie’ sulla natura e i contenuti del mio rapporto con l’altra. Congedandomi, Monica mi ha solo preso la mano, ha visto il rossore che ormai mi sta invadendo varie aree del corpo e ha detto: «Il tuo fisico si ribella alla tua mente, amico mio». E poi ha aggiunto: «Non è più il tempo dei teatrini, avvocato. Trova il coraggio di diventare te stesso». Poi mi ha, dolcemente, delicatamente, inesorabilmente, chiuso la porta in faccia e io sono rimasto come l’asta di una bandiera ammainata a osservare i peli di un tappetino sintetico con su scritto: “Welcome in the new life”.

Un solo chiodo fisso in testa: Monica ha ragione, punto. Al di là di questa inconfutabile verità, mi è rimasto per un giorno intero in bocca il sapore del confronto fra quelle due. Era come se potessi accarezzare, volendolo, la matassa di odio puro che le separava, o univa. Io, nel mezzo, sapevo di poter finire disintegrato da quel corto circuito di opposte energie quasi fossi il cilindrino esposto fra il polo positivo e quello negativo di una pila umana.

 
Torna ai contenuti | Torna al menu