13 Ottobre 2017 ter - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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13 Ottobre 2017 ter


13 ottobre 2017, 22:30

Se ne sono appena andati. Volevano solo rendere omaggio alla nuova coppia. Ci siamo abbracciati, soprattutto con mamma. È una donna radiosa, adesso, non l’ho mai vista così traboccante di vitalità come da quando convive con Martini. È perfettamente consapevole della situazione di papà e non vive senza rimorsi e ripensamenti la sua storia d’amore con Emanuele. Me ne ha accennato di sfuggita, qualche giorno fa, ma l’ho subito tranquillizzata. Oggi come oggi contano solo i sentimenti che provi e le persone con cui li condividi. Tutto il resto, soprattutto i legami burocratici (come quello che tiene ancora avvinti mia madre e mio padre) o parassitari (come quello che sfibrava me e Nadia) sono destinati a sfiorire. Non c’è tempo per chi resta. Credo di essere stato l’ultimo a capitolare, da questo punto di vista. E infatti, sia Perli sia Emanuele mi hanno affettuosamente preso in giro fino a cinque minuti fa chiedendomi cosa aspettassi a suggellare finalmente un’unione la cui bellezza, naturalezza, ‘inevitabilità’ (come ha suggerito Guglielmo) era evidente a tutti tranne che a me. Abbiamo sgranocchiato qualche salatino e dei pistacchi, ci siamo accordati, io e Martini, per fare un po’ di corsette domani giù in cortile (lui, nel frattempo, ha già iniziato ad attrezzare uno spazio ‘palestra’ nello scantinato condominiale…) e infine abbiamo commentato il comportamento dei due preti e di Nadia.

Per farvi capire fino in fondo cosa intendo, però, devo prima ragguagliarvi su com’è andata la scena madre tra me e la mia vecchia fidanzata. E poi raccontarvi anche della riunione di stamattina, con tutta la ciurma riunita a stabilire il da farsi, considerata la novità della reclusione coatta che siamo costretti a subire. Cominciamo da Nadia. La rottura si è consumata alle due del mattino, mentre ero in terrazza a scrivere dei miei caldi amplessi con Monica. La mia ex ha acceso la luce della cucina alle mie spalle, ha aperto il frigo, lo ha richiuso con violenza, poi ha preso una tazzona di quelle che usa Mauro per colazione, l’ha riempita all’inverosimile di latte freddo e di cornflakes ed è venuta vicino a dove mi trovavo. Ha posato la tazza a terra e si è messa cavalcioni su una sedia con lo schienale rivolto verso di me, nella classica postura di chi deve prepararsi la difesa in previsione di un imminente attacco. Ha appoggiato il mento sulle braccia incrociate e mi ha piantato addosso il suo sguardo più cattivo. Poi si è sollevata leggermente col sedere reggendosi sui talloni e mi ha annusato ostentatamente la faccia, procurandomi tutto il fastidio che desiderava. Quindi si è riseduta ed è scoppiata a ridere, di un riso isterico, immotivato. Non la smetteva più. Io le ho detto di contenersi, che la gente dormiva, e lei ha apposta aumentato il volume della sua risata idiota, sgangherata, vendicativa. «E chi vuoi che ci senta eh, avvocato? Chi ci deve sentire? L’uomo invisibile?». È andata avanti così per un po’. Io non riuscivo a levarmi dai piedi quella pazza inviperita perché, con le caviglie, teneva bloccate le gambe del mio sdraio e mi alitava addosso un umor tetro di cui ho avuto paura. Percepivo che, in quei momenti, era veramente capace di qualunque cosa. Così me ne sono stato zitto, sorseggiando il whisky e attendendo che passasse la crisi. A un tratto, di punto in bianco, senza nessuna provocazione da parte mia che potesse giustificare quel repentino sbalzo emotivo, il suo viso ha assunto una sfumatura mortalmente pallida. Mi ha annusato di nuovo e mi ha detto: «Sai di femmina, avvocato, sai di sgualdrina e di scopate». Non ho reagito, sul momento. Lei ha preso la scodella di latte e me l’ha versata per intero sulla testa. Ho salvato il portatile solo perché avevo avuto il buon senso di spegnerlo e di spingerlo col piede nell’angolo del terrazzo. È stata più la sensazione di disagio fisico (tutto quel liquido freddo e appiccicoso e quei frammenti mollicci di cereali mi davano il voltastomaco) che non l’umiliazione. Mi sono controllato di nuovo e questo deve aver fatto cedere, definitivamente, la giuntura nervosa che, nel cervello di Nadia, teneva in piedi quella pagliacciata.

È ritornata in sé e si è messa a piangere, sommessamente, inghiottendo i singhiozzi come aspirine cattive: «Non mi vuoi più, vero, non mi vuoi più… dove andrò… cosa farò domani…». Giuro che, in quei momenti, ho maledetto il destino che mi ha costretto a questa patetica chiusura di una storia mai nata imponendomi di infliggere tutta quella sofferenza inutile a una persona in fondo buona e fragile come Nadia. L’ho abbracciata e ho cercato di consolarla, di spiegarle che era assurdo continuare, che non me la sentivo di mentire, che da parte mia era più il senso di colpa e di responsabilità (verso che cosa poi? Verso che cosa?) che non l’amore. Lei ha premuto i palmi aperti sul mio petto, per staccarsi. Mi ha guardato in tralice e mi ha chiesto: «La ami davvero?». «Sì» ho risposto: «Come mai nessun’altra». Nadia ha ciondolato la testa levandosi in piedi e asciugandosi gli occhi col dorso della mano.

Poi, una raffica di richieste logistiche, così innaturali e fuori contesto da farmi dubitare della sua (o della mia) sanità mentale: «Tu te ne vai da qui adesso. Mauro resta con me. Se possibile, evita di farti vedere insieme a quella troia davanti a me. Pensi di potercela fare?». Avrei voluto risponderle che, magari, questa è casa mia e che lei non ha la legittimazione giuridica per cacciarmi via da qua. Ho avuto il buon gusto di frenare la lingua e di ricordare che il diritto di proprietà è ormai un concetto astratto che appartiene a un’epoca finita. Si tenesse pure l’appartamento. Io faccio lo stesso con la mia libertà. Ecco, è così che è terminata. Ho portato con me poche cose, restando d’accordo che, nei prossimi giorni, verrò a prendermi il resto e sono corso da Monica che mi ha spalancato la porta della sua abitazione e le coperte del suo letto.

Infine, la riunione di stamattina. L’abbiamo tenuta in campo ‘neutro’, per così dire, e cioè nei locali del portiere. Giulio era seduto al centro della sala, mentre sul divano stavano stravaccati Sergio, Lorenzo, Jenny e Nadia, con Mauro che bighellonava dal salotto alla cucina a caccia di merendine. Dall’altro lato della sala, in piedi, c’eravamo io, Guglielmo, Monica, Martini e papà che fumava una Merit via l’altra. Il Perli ha fatto un po’ il riassunto della situazione, ci ha informato di aver già trasmesso le nostre richieste al numero 5555555 e di aver ricevuto rassicurazioni, da una voce metallica, che tutto ciò che abbiamo domandato verrà consegnato domattina alle nove. Ciò detto si è profuso nel tentativo di creare una parvenza di solidarietà fra noi, ma invano. Era come se ci fosse uno steccato a separarci. Da un lato la ragionevolezza, il buon senso, l’umanità, la speranza. Dall’altro (e mi fa ridere che siano due preti ad alimentare la tensione) solo una livida paura in cerca di capri espiatori su cui sfogare le proprie pulsioni. Bastava guardare in faccia la mia cara Nadia o Jenny o il chierico azzimato con l’aura da secchione. Erano volti carichi di rancore, torvi, minacciosi. Sono rabbrividito e ho cercato conforto nella serena compostezza con cui Monica li osservava. C’è qualcosa che non va in loro, questo mi è chiaro. Comunque sia, non hanno minimamente replicato a nessuna delle annotazioni di Guglielmo. Sergio si è limitato a chiedere: «Hai finito?». Per poi, a un cenno di assenso del geometra, alzarsi e uscire seguito dai suoi.

«Siamo riusciti a dividerci persino in questa situazione qua, è assurdo…» ha bofonchiato Giulio. Io son corso giù nell’androne per verificare una cosa. Ho aperto il portone di ingresso e dato un occhio allo stipite di sinistra. C’era disegnata una croce. Piccola. Sottile. Nera.

Rovesciata.

 
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