13 Ottobre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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13 Ottobre 2017


13 ottobre 2017, una del mattino

Ho interrotto la cronaca perché qualcuno aveva bussato alla porta, per fortuna abbastanza piano da non svegliare Nadia e Mauro e sufficientemente forte perché io lo udissi (ero appena rientrato dal balcone per versarmi una tazza di latte freddo). Era Guglielmo; sta facendo il giro di tutti gli appartamenti. Mi ha consegnato un foglietto strappato da un quaderno a quadretti dove ha stilato una lista progressiva delle cose di cui pensiamo di aver bisogno nei prossimi giorni. Mi ha anche mostrato il volantino che la berlina nera ha lasciato appena fuori dal cancello. Non sto qui a trascrivervelo perché, grosso modo, si richiama, nei contenuti, al messaggio che continua a essere passato da Canale Uno senza soluzione di continuità. Proprio in fondo alla locandina, in bella evidenza con una grafica gotica e una sottolineatura pesante, l’invito, ai ‘sopravvissuti’, di segnalare le proprie esigenze visto che è già attivo il coprifuoco assoluto (diurno e notturno) su ogni singolo centimetro quadrato del nostro pianeta. Bisogna poi inoltrare le richieste con una telefonata a un numero di sette cifre, tutte uguali: 5555555. Chi risponderà? Non ne ho idea. Guglielmo è convinto che ci sarà una qualche voce registrata che chiederà di lasciar inciso il messaggio con la nostra lista della spesa.

Ad ogni buon conto, qui sta scritto ‘Agenzia intergovernativa per la tutela della permanenza umana’ con il loghetto dell’ONU. Si sono dati persino un nome degno del più ostico burocratichese, insomma. Però non credo che dietro ci stia chissà quale manovra di palazzo. Ne ho parlato anche con il Perli mentre gli dettavo i miei personalissimi desideri. Neppure lui presta fede alle paranoie di Radio End e dei nostri beneamati sacerdoti. Le macchine e tutto il resto costituiscono solo un sistema con cui i nostri governanti stan cercando di far fronte a una situazione inspiegabile. Non so se lo fanno con riserve mentali o con doppie finalità. Può essere, certo. Magari qualche stronzo cui prude la patta dei pantaloni per la voglia di dimostrare quanto è potente o quanto può diventarlo, in mancanza di concorrenza, sta studiando da apprendista stregone per instaurare una qualche forma di dittatura planetaria o nazionale o regionale. Questo ci sta. È nella natura umana. E spiega anche le minacce ricevute da don Sergio e da me. Probabilmente abbiamo pestato i calli a qualcuno dei fenomeni che, in questa desertificazione progressiva di corpi e di menti (e di anime?), vede, anziché un dramma terrificante o l’epitome di ogni apocalisse, un’opportunità di guadagno o di carriera. Lo so, fa ridere, ma gli imbecilli son sempre gli ultimi ad andarsene, credetemi. Sia come sia, cercare la regia occulta dietro il palcoscenico della storia significa concentrarsi sul proverbiale dito, mentre abbiamo davanti agli occhi una luna gigantesca che ci interroga. E vuole risposte spirituali, trascendenti, non politiche o complottistiche. Di questo sono quasi, e sottolineo ‘quasi’, convinto.

Veniamo al foglio che mi ha passato Guglielmo. C’è una sfilza di desiderata: cibo, bevande, spazzolini, dentifrici, lampadine, attrezzi, scarpe, vestiti, cappelli, ombrelli, dolciumi, carta igienica, libri, pettini, giornaletti anche usati (!) e via discorrendo. Io ci ho pensato un attimo e, dopo aver pregato il nostro nuovo amministratore condominiale di ritornare per ascoltare anche the Nadia’s version, ho aggiunto una sola parola: dodici stecche di sigarette Merit. Non per me, per mio padre. Se non lo faccio io, lui tra poco rimane a secco e perde l’unica ragione di vita che gli è rimasta. Poi il geometra stava per andarsene. L’ho richiamato indietro e gli ho detto a bruciapelo del famoso bigliettino di Fantini. Lui ha abbozzato un sorriso di sorpresa e poi è scoppiato in un’irrefrenabile risata. Devo dire che mi faceva piacere che la prendesse in quel modo. Evidentemente non c’era un granché da nascondere. Il fatto è che non riusciva più a smetterla e mi ha contagiato. Siamo finiti piegati in due, ginocchioni, e ci abbiamo messo un po’, diciamo parecchi conati di serietà abortiti sul nascere, prima di riuscire a ridarci un contegno. Poi lui mi ha chiesto se, veramente, per tutto quel tempo, avessi sospettato di lui. Io non sapevo da che parte guardare. Allora Guglielmo mi ha rivelato la verità. Il suo cellulare, in realtà, non è ‘suo’, ma del fratello che, effettivamente, lavora in qualche ufficio romano del Ministero per gli Interni. Il telefonino gliel’aveva regalato più di quattro mesi fa, quando a tutti i dirigenti del suo settore era stato messo a disposizione uno smartphone nuovo di zecca. Quindi, il nome su quel biglietto corrisponde al Perlingioni ‘sbagliato’. Poi ha aggiunto: «Insomma, avvocato, non sono io. Adesso mi chiederai se mio fratello è coinvolto in qualcosa di brutto e, francamente, non lo so e nemmeno ci tengo a saperlo. Magari aveva solo delle funzioni di coordinamento in caso di evacuazione, forse l’evento di cui parla il biglietto non ha niente a che vedere con quello che sta capitando. Se vuoi che te la dica tutta, in questo momento non me ne frega una cippa, con tutto quello che ho da pensare. Certo, un po’ fa impressione, ma, a parer tuo, sono in grado, adesso come adesso, di andare più a fondo della questione? Non mi sembra. E poi c’è un fatto che taglia definitivamente la testa al toro, per così dire… mio fratello è sparito da mesi e non ho più avuto sue notizie… In effetti, ora che mi ci fai pensare, questo telefonino è l’unico ricordo che mi resta di lui». Al che si è fatto scuro in volto. Gli ho detto che aveva perfettamente ragione, che mi dispiaceva per suo fratello e che dimenticasse in fretta le mie paranoie. Ci siamo ripromessi di fare il punto della situazione con tutti gli altri componenti della ciurma nella giornata di domani.

Ma torniamo all’istante in cui stavo per assaporare i brividi del volo libero da un cornicione e per scoprire cosa ci sia dietro la cortina di seta che tiene noi umani al riparo dai misteri della morte. Ho sentito, come vi raccontavo, una voce e mi sono voltato.

Era Monica. Si è bloccata in piedi, con la mano a impugnare il pomello del portoncino e le gambe leggermente divaricate. Aveva un abbigliamento improbabile, data la stagione: infradito ai piedi, calzoncini sportivi di una nota squadra di volley e canottiera aderente bianca sopra la quale aveva infilato una camicia oversize dello stesso colore. Era senza trucco, con i capelli biondissimi sciolti sul collo e uno sguardo di infinita compassione sul volto. Io, che già davo le spalle al gabbiotto da cui lei era sbucata, mi sono voltato piano piano. L’ho guardata, l’ho ascoltata. Ha pronunciato poche parole, più o meno queste: «Se fai davvero quello che hai in mente, ti perderai per sempre. Anzi, ci perderemo per sempre». Mi ha spaventato anche se non ho capito cosa intendesse dire. Però, quell’attimo di disorientamento è stato sufficiente a distrarmi dal mio proposito suicida. Per dirla tutta, in quella situazione c’era una cosa che, all’improvviso, mi interessava di più rispetto alla voglia di farla finita. Ed era la possibilità di ammirare lei, le sue gambe nude, perfette, il profilo del suo viso, disegnato da un maestro raffaellita, il seno che si spostava su e giù, su e giù, al ritmo del respiro. Ansimava, e mentre mi coglieva quest’immenso bisogno, divorante, di berla con lo sguardo mi è piaciuto pensare che avesse il fiatone non per aver fatto di corsa quattro rampe di scale, ma perché le interessava davvero che io vivessi anziché diventare cibo per i vermi. Sono sceso lentamente dal trampolino da cui dovevo partire per l’ultimo viaggio e ho camminato, con cautela, verso di lei. Le ho afferrato la mano sinistra e me la sono portata alle labbra. L’ho baciata con tenerezza, mi ci sono accarezzato le guance, ho pianto. Ci siamo abbracciati fin quasi a farci male e il tempo intanto diventava una variabile vaga e indifferente rispetto all’unica costante che contasse: essere lì, noi due, vicini. Come se ci fossimo finalmente ritrovati dopo un peregrinare di secoli. Siamo rimasti in quella posizione per più di mezz’ora, credo, poi lei mi ha fatto strada verso una parte del tetto del palazzo di cui ignoravo persino l’esistenza. Una specie di andito che si trova nel lato Sud, tra la parete del gabbiotto e quella del parapetto. Due metri per tre dove qualcuno ha buttato un paio di materassi strappati a una discarica. Forse un condomino troppo pigro per disfarsene o magari due ragazzini del palazzo troppo timidi per pomiciare a casa propria. Fatto sta che Monica mi ha spinto delicatamente verso il basso, facendomi sdraiare in posizione supina. Quindi, senza parlare, si è tolta gli infradito, si è sfilata i pantaloncini sportivi, la camicia e la canotta. È rimasta, nella sua divina nudità, con solo un due pezzi trasparente e si è inginocchiata vicino a me. Non era una situazione volgare. Era solo il naturale compimento di un amore troppo grande. Lo abbiamo fatto in quell’angolo così poco romantico con un cielo grigio-fumo sulla testa, il lercio sostegno di quel giaciglio di fortuna, la colonna sonora delle macchine nere che, da basso, continuavano a passare seminando il loro ronzio: szszszszszszszszszszs. E poi lo abbiamo fatto ancora e ancora e ancora. Faceva freddo e non lo abbiamo avvertito, gli uomini e le donne del mondo son quasi tutti scomparsi e non ce lo ricordavamo. Eravamo solo felici di poterci finalmente specchiare come due gemelli troppo a lungo separati.

Alla fine, ci siamo rivestiti alla bell’e meglio e siamo rimasti rannicchiati contro il muro, mentre mi gustavo quella surreale esperienza d’estasi nel giorno che stava per segnare il mio congedo da questa vita. È allora che ho preso la mia decisione. Lascerò Nadia. Non è più tempo di tentennamenti, di rimorsi o di sensi di colpa. Monica è (sempre stata) l’unica, sola, vera donna che abbia mai amato. Non voglio crepare, o sparire, con l’atroce peso di una scelta non fatta sulla coscienza. Gliel’ho detto e lei ha sorriso. Mi ha anche fatto notare che il mio eczema sta regredendo. Ho riso a mia volta dicendole che è la potenza della passione. Siamo rimasti intesi che, entro un paio di giorni, parlerò con Nadia e poi mi trasferirò definitivamente dal mio cuore che, fra l’altro, non ha più Jenny per casa (e anche questa è una gran bella notizia: le pedine vanno a ‘dama’ senza sforzi, a volte).

Poi, poco prima che ci decidessimo finalmente a rientrare nello scatolone di mattoni che, da oggi, è il perimetro invalicabile del nostro spazio vitale, lei mi ha confidato un timore: «Ho paura di Sergio» mi ha detto. Sul momento l’ho presa sul ridere, ma ho capito subito che non scherzava. A furia di insistere mi ha detto che si trattava di una sensazione, di un presentimento: «È come se non fosse ciò che dice di essere, è come se volesse seminare discordia ovunque si trova. E poi…».

«E poi?» l’ho sollecitata. Altra mezz’ora buona di tentativi di convincerla a parlare. Alla fine mi ha rivelato questo fatto che non so come spiegare. L’altra notte è scesa in cortile per prendere una boccata d’aria e si è imbattuta in Lorenzo che stazionava vicino al portone d’ingresso. Lui ha reagito come se fosse stato colto nell’atto di fare qualcosa di disdicevole. In realtà, stava solo scrivendo sullo stipite. Appena l’ha vista, ha balbettato qualche scusa patetica con la sua irrimediabile aria da nerd ed è corso su per le scale. Monica si è avvicinata e ha guardato. C’era un solo segno nel punto in cui Lorenzo trappolava con un pennarello. Me lo son fatto ripetere due volte, perché non ha nessun senso e, in ogni caso, poi andrò a verificare di persona. Insomma, sullo stipite c’era una croce. Piccola, piccola. E rovesciata.

 
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