13 Giugno 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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13 Giugno 2017


Stanotte ho fatto un sogno vigliacco, di quelli che ti sembra di essere veramente sveglio e per quanto ti dai pizzicotti o sberle in bocca nella speranza che sia un parto della tua fantasia, non riesci a liberartene. Non c’è mai il momento catartico in cui ti levi su di schiena, urtando di nuca sulla spalliera del letto, con la bocca spalancata a inghiottire aria e ringraziare Dio che era soltanto un incubo. Io li chiamo così, “sogni vigliacchi”, e loro sanno che li temo. Forse per questo, ultimamente, mi fanno visita con un ritmo sempre più feroce. Ogni notte, più o meno, i bastardi. E devo sempre fare i conti con questo sforzo tremendo per uscire dal mondo onirico e tornarmene col culo sulle lenzuola. Forse la prossima notte non dormirò. Magari mi compro una stecca intera di sigarette e me le sparo tutte finché arriva mattina. Beh, caro diario, non preoccuparti troppo, comunque. Non sto dicendo di aver riportato le incisioni di Nightmare sulla schiena, questo no. Non sono ancora andato di testa. Diciamo che quella cosa che ho visto mi ha messo una paura del diavolo. Ma cosa ho visto, poi, davvero?

Vediamo di farne una storia comprensibile. Stavo seduto sui gradini di marmo dell’ingresso del mio studio legale al pian terreno. Mi sono appoggiato di spalle al portoncino e ho guardato la piazza. In quel momento mi sono accorto che qualcosa non andava, ma non riuscivo a focalizzare bene il problema. Un’inquietudine crescente mi ha colto, strisciando su per la spina dorsale come una biscia. Ho stretto più forte l’impugnatura della ventiquattr’ore ed è proprio allora che ho notato il sudore che mi colava a rigagnoli dai capelli appiccicati sulla fronte. Gocciolava a fontanella dal mento inzaccherandomi il colletto inamidato e la cravatta di seta a rombi d’oro che uso solo per le cerimonie importanti. Peccato che, nel sogno, fosse inverno. Gli alberi del parco che recintano il perimetro esterno della piazza erano spogli e allungavano le loro dita sullo sfondo di un cielo bigio come la barba di un vecchio. La statua di Giordano Bruno, al centro del giardinetto, svettava livida e ammonitrice con il suo indice puntato verso di me. Mi ha colto un senso di oppressione, come se tutto mi stesse inchiodando a una qualche colpa che dovevo aver commesso. La ridicola paura di finire sul rogo mi ha spinto a staccarmi dall’uscio e solo allora ho realizzato che nella piazza non c’era nessuno. Il che è, per chiunque frequenti la zona, impossibile da credere. Questo slargo dedicato a una delle più celebri vittime dell’ottusità clericale è frequentato notte e dì da tossici in cerca di una dose, barboni, ragazzini che bruciano lezioni, puttane che si prendono i cinque minuti d’aria tra un cliente e l’altro (il condominio del piacere, come lo chiamiamo noi del posto, si affaccia proprio sulla piazza…). Quel deserto improvviso e non spiegabile mi ha indotto a chiedermi che cavolo di giorno fosse, così ho sbirciato il quadrante del mio Breil che indicava, inequivocabilmente, mar 18. Giorno feriale, prima mattina, martedì per giunta, quando il mercato rionale fa tappa con le sue logore tende e il contorno di carabattole proprio sotto la mia finestra. Ho iniziato a camminare. E continuavo a grondare, sentivo l’incavo della camicia sotto le ascelle ridotto a un cencio, come quando, a un’udienza importante, mi gioco la vittoria o la sconfitta di una causa di rilievo. Ho preso lungo Corso del Popolo, girato in Via dell’Insurrezione, attraversato Piazza Venticinque Aprile, ma niente, niente di niente. Un succedersi irreale di negozi aperti, uffici con le porte spalancate, supermercati illuminati a giorno con le entrate a scomparsa che ogni tanto si aprivano e chiudevano con un sibilo felpato. E poi le macchine, parcheggiate come sempre, nel caos feriale della città, in doppia o tripla fila. O incolonnate ai semafori. Insomma, segnali di frenesia dappertutto. Mi verrebbe da dire, il contorno ordinario di un noiosissimo inizio settimana, uguale a quello di ogni altro centro urbano del pianeta. Tranne che per un dettaglio…
In giro non c’era nessuno. Non un’ombra, una voce, un suono che rivelasse la presenza di un essere umano. Ho cominciato a correre. Entravo e uscivo dai locali, gridavo, come un idiota, ‘c’è nessuno?’ Intorno a me un’intera città derubata della cacofonia usuale che rende i nostri centri posti abbastanza brutti in cui vivere. Senza dubbio stressanti, troppo gremiti di gente, insopportabili per quanto affollati, ma, Dio santo, vivi. Continuavo a correre in preda a una frenesia che si trasformava in paura. Ogni passo, era come il rintocco del batocchio di piombo sulla campana di un cimitero. Deng-deng-deng. Il naufrago che lotta per risalire in superficie ad azzannare l’aria con i denti deve provare qualcosa di simile. Sale, sale e il pelo dell’acqua fluttua sempre più in alto. Sale, sale frugandosi l’ultima stilla d’ossigeno nei polmoni. Io correvo, correvo. Mi arrampicavo su scale di condomini vuoti, spettrali. Infilavo le vie più frequentate e ovunque tutto non faceva che parlarmi di quell’assurdo. Ero rimasto solo al mondo. Ho avvertito l’accetta dell’angoscia sfiorarmi la nuca. È stato in quell’istante che qualcosa ha cominciato a sussurrarmi che forse era un sogno, che doveva essere un sogno. Ma per quanto mi sforzassi di uscirne, il contorno era sempre uguale. Gli scatoloni verticali di cemento e calcestruzzo dei grattacieli che incombevano su di me, l’acciottolato delle vie del quartiere medievale grattato da qualche cartaccia portata dal vento. E, su tutto, quell’imperiale silenzio. Non volevo restare lì. Ma, proprio allora, mentre mi dibattevo per tornare alla superficie rassicurante del mio stato di veglia, ho compreso che poteva esserci qualcosa di peggio del rimanere abbandonati come un orfano sulle scale di una chiesa, mentre il resto del mondo toglieva il disturbo. Ed era la consapevolezza di non essere, in verità, da solo. Ho alzato lo sguardo senza aver udito alcun rumore. La figura nera, sottile, allampanata come la guglia di una moschea, si stagliava in fondo a via dei Giacinti, ed era umana. Vagamente umana. In un modo che non saprei come definire, ma non era consolante, non lo era per nulla. Piuttosto, una presenza cattiva e, soprattutto, affamata. Mentre la osservavo avanzare, ho percepito un peso alle caviglie. Mi sono guardato i piedi e non c’erano più. I miei polpacci s’innestavano, dritti dritti, in due cubi di asfalto rappreso. Non ero più soltanto un uomo abbandonato da Dio, dimenticato dalla sua famiglia e da tutti. Ero anche immobilizzato e terribilmente vulnerabile. Mi sono svegliato urlando, senza aver modo di vedere in faccia quel misterioso signore.
Adesso sono quasi le nove e mezzo. Non ho voglia di andare a lavoro. Sono nervoso come quando mi sveglio senza sigarette e col rimasuglio amarognolo della nicotina del giorno prima sotto il palato. La sbornia di un incubo da smaltire mi pulsa fra le tempie. Mi sono fatto un deca e l’ho scolato senza zucchero. Al tigì hanno riferito che i casi di sparizione ingiustificata si stanno moltiplicando un po’ dappertutto in giro per il mondo. Il solito esperto ha detto che è solo una distorsione percettiva frutto di un processo di focalizzazione di massa. La giornalista lo fissava con uno sguardo ebete che esprimeva meglio di mille parole ciò che ronzava nella testa del telespettatore medio: che cazzo vuol dire? Credo d’aver capito ciò che la velina in tailleur si sarà fatta spiegare dal suo direttore alla fine del telegiornale. Diciamo che si sta verificando quell’effetto curioso per cui una notizia sparata in prima pagina sui quotidiani nazionali alle otto di sera, in tivù, tende ad attrarne altre di simili. Una madonnina di gesso piange sangue e, all’improvviso, da ogni dove sbucano statuine di Maria grondanti rivoli rossi. Un mastino azzanna un pensionato e scatta la moda dei cani assassini. Un chirurgo litiga in sala operatoria col suo assistente facendo morire il malato e da ogni nosocomio spuntano risse da saloon tra dottori isterici. Insomma, la stessa cosa dovrebbe valere, secondo l’esimio opinionista, per le scomparse degli ultimi tempi. Sta semplicemente accadendo che siamo tutti interessati al fenomeno e quindi ciascun episodio viene passato al setaccio dai mass media. E via così… Può darsi, ma non mi convince. Mi devo documentare. Ora, però, è tempo di uscire altrimenti Riccardo s’incazza, e a ragione. La nostra è pur sempre un’associazione professionale e dovrei ricordarmene più spesso.

 
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