13 Agosto 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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13 Agosto 2017


13 agosto 2017

Ieri mi sono visto con Perlingioni. Ha voluto incontrarmi in studio. Piccolo problema: più mi tengo lontano dal mio ufficio meglio sto, per cui tornarci mi metteva a disagio. Anche perché temevo che Lavinia mi avrebbe subissato di richieste, chiarimenti, rimbrotti su tutte le pendenze, scadenze, incombenze che le sono grandinate addosso da quando io e Ric ci siamo defilati lasciandole sul groppone l’intera bottega da gestire. Per evitarlo, ho informato Claudia (la segretaria che mi deve qualche favore) che sarei venuto verso le due, l’unica ora in cui Lavinia si assenta per preparare la pappa al pargolo di due anni prima di riportarlo dai nonni. Insomma, sarei entrato in un ufficio vuoto evitando le rotture di coglioni. Tutte, tranne Perlingioni, ovviamente.

Il Perli è arrivato alle quattordici e tre minuti, è entrato con finto riguardo e, appena gli ho fatto un cenno con indice e medio uniti, di accomodarsi, si è lasciato sprofondare nella poltrona afferrandone le maniglie e stringendole con singolare energia, come uno che volesse prepararsi alla battaglia. Mi ha guardato di sottecchi, in quel modo suino, anzi bovino, di quei clienti idioti che ti chiedono un appuntamento e poi aspettano che sia tu ad aprir bocca. Io me ne sono stato sulle mie sfogliando piano le poche scartoffie del fascicolo.

«Allora, avvocato, ha qualcosa da dirmi?» ha esordito, a un certo punto, forse imbarazzato dall’occhiata che gli avevo ficcato in quel posto magico tra le sopracciglia che ha il potere di inibire un interlocutore (vecchio trucco del mestiere di cui sono debitore al mio maestro, ai tempi del tirocinio). Era una domanda del cazzo, ovviamente. Sei tu che mi hai contattato, pirla. Se avessi qualcosa da dirti, ti avrei convocato io, non pensi? Oppure per il tuo microcefalo è un ragionamento troppo articolato? Ho cercato di veicolargli questi pensieri con una sola parolina: «No». No, avrei voluto aggiungere, non ho novità perché da quando non vado più a lavorare, cosa che tu ignori e che io non intendo rivelarti, non ho dedicato manco un pensiero a te e alla tua fottutissima pratica. Ho dovuto affrontare altre emergenze e anche un raffreddore micidiale, capisci? Quindi, non ho combinato nulla. È calato un silenzio spesso come il muro di un convento. Lui non aveva coraggio di fare la fatidica domanda che mille clienti vorrebbero rivolgere al loro difensore, almeno una volta nella vita: «Ma da quando ci siamo visti l’ultima volta, mi può dire cosa ha fatto, egregio avvocato?». Io non avevo nessuna voglia di togliergli le castagne dal fuoco. Avesse il fegato di provocarmi, se voleva veramente mettermi in difficoltà (e ci sarebbe riuscito, ovvio). Abbiamo continuato a guardarci per un altro po’, finché mi son reso conto che c’era qualcosa che non andava in quella muta conversazione.

All’inizio ho avvertito una specie di euforia, tipo quella che respiri fuori da una seggiovia che ti ha portato a quota tremila: aria più rarefatta e meno ossigeno. Poi ho notato che non riuscivo più a fare lo sguardo di potere. I miei occhi saltellavano come gli zoccoli di un capretto sui ciottoli esposti di un torrente alpino, facendo la spola sull’abbigliamento di Perlingioni. Dai pantaloni in pitone verde spento agli stivaletti borchiati da motociclista, dalla camicia azzurra con intarsi serpentini al ciondolo da vaccaro alla Dallas che gli pendeva dal collo, dal cappellaccio da cowboy in pelle di caimano al gilet squamato tinta ramarro con i bordini di velluto turchese sulla cuciture. Cazzo! Era vestito come Crocodile Dundee e non me ne ero accorto. Adesso che ci facevo caso, quell’anonimo geometrino di provincia che mi si era sempre presentato col tono e gli abiti dimessi di un dopolavorista in pensione sembrava posseduto da un demone fanatico dei survivor games o roba simile. La cosa ancora più assurda è che non gli stonava per niente. Aveva anche più capelli intorno alla zucca lucida e le labbra carnose e vermiglie sporgevano come due aggressive sanguisughe dal suo viso infantile ed erano una promessa di rogne per chi avesse pensato di sfidarle. Possibile una trasformazione così radicale in così poco tempo? E, soprattutto, possibile che, concentrato com’ero sul contenuto del dialogo, mi fossi perso, in prima battuta, lo stupefacente abbigliamento da zoo safari che esibiva il Perlingioni? Ma tant’è. C’era anche qualcosa di persino più inquietante in tutta la faccenda. E cioè che, una volta esaurito il loro tour panoramico su e giù per il vestiario del mio interlocutore, i miei occhi mi hanno restituito un’altra sensazione sgradevole. Timore misto a inibizione. Non ne ho capito il motivo finché non mi sono tornati in mente di nuovo il mio caro dominus, l’avvocato Gianguidi, pace all’anima sua, e le sue prime lezioni sullo ‘sguardo di potere’. Perlingioni mi aveva restituito il favore. Mi stava fissando proprio lì, sull’incrocio nevralgico che la pelle del viso forma a cavallo tra le due sopracciglia. E lo faceva davvero bene, devo dire. A quel punto, ho fatto lo stesso anch’io e lui è scoppiato a ridere, di un riso prima grasso e soddisfatto, poi isterico e incontrollato. Si è bloccato di colpo e ha assunto un’aria terrea e insondabile. Pareva il mascherone inespressivo di una tragedia greca o quello di uno stregone africano.

Mi fa: «Sa cosa pensavo, avvocato, giusto l’altro giorno? Che io l’ho già incontrata da qualche parte. Insomma, ci conosciamo, solo che non riesco a farmi tornare in mente la cosa». Ha trascinato la A come è suo costume quando vuol sembrare gentile. Io gli ho risposto che non credo proprio, che non avevo mai sentito parlare di lui prima che mi conferisse l’incarico. «Sì, sì, va bene, ci credo. Eppure… ci pensi bene. Non ha mai la sensazione che qualcosa o qualcuno manchi all’appello?». E questa cos’era, una minaccia? Un rebus? Ho a che fare con uno psicopatico latente che sta sbocciando nella primavera della sua schizofrenia? Lui non mi ha dato il tempo di replicare: «Sì, sì vabbè… ho capito, non si ricorda… ma semmai le venisse in mente veda di farmi una telefonata. Mi avvisi, ha capito? Di questi tempi, con tutta ‘sta gente che scompare senza lasciare traccia, se capita di reincontrare un amico, bisogna festeggiare, giusto?». Così dicendo, mi ha strizzato l’occhiolino accartocciando la palpebra sinistra e mettendo in evidenza un’orribile cicatrice abitualmente coperta dalle borse dell’insonnia. Io mi sentivo strano, senza capirne la ragione. Lui mi ha ringraziato, mi ha chiesto se doveva lasciare un fondo spese e detto che, se desideravo, mi dava qualcosa in contanti. Non ho detto né sì né no, così ha fatto scivolare tre banconote viola da cinquecento euro sul tavolo, infilandole, a forza, sotto il mio palmo destro posato all’in giù. Quindi, tap tap, mi ha battuto sul dorso della stessa mano con il suo guanto ‘iguana style’ e mi ha bisbigliato: «Ci vediamo, avvoca’… o per novità sulla mia pratica o per novità su noi due». E ha sorriso camminando all’indietro, calcandosi il cappello sul capo per poi girare i tacchi e dileguarsi, strisciando le suole sul pavimento in palladiana.

Sono rimasto così, ‘senza inghiottire né sputare’ (come cantava Baglioni) e sapete cosa mi ha dato più fastidio? Che quella sensazione di essersi già visti da qualche parte di cui il geometra parlava, l’ho provata, eccome se l’ho provata, ma non mi ricordo assolutamente dove ho avuto la sfortuna di conoscerlo. Non saprei proprio dire. Non rammento né il giorno né l’ora.

 
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