12 Ottobre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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12 Ottobre 2017


12 ottobre 2017, un quarto a mezzanotte

È stata la giornata più orrenda e insieme la più estatica della mia vita. Ora sono vivo e vegeto, ma appena qualche ora fa ho rischiato seriamente di spiaccicarmi sul ghiaino del cortile condominiale. Per mia mano. Non mi sono lanciato dal cornicione solo per l’intervento di una persona che, adesso più che mai, considero un autentico angelo che il Cielo mi ha inviato per impedirmi di farla finita. Eppure, si potrebbe aggiungere che è quasi finita comunque, probabilmente per sempre. Mancano gli ultimi grani di sabbia, dopodiché il collo della clessidra del nostro destino avrà esaurito il suo compito. Allora, tutti, tutti davvero saremo stati inghiottiti dalle fauci del destino e la Madre Terra sarà finalmente libera. Non so se mi dispiace poi così tanto. Ho un solo grandissimo desiderio: che questa pantomima termini una volta per sempre. È il motivo per cui stavo per lasciarmi precipitare a peso morto dal terrazzone.

Se tu, Dio, non ti dai la briga di prendere anche me, una buona volta, allora le mie spoglie mortali te le consegno personalmente, un sacchetto di ossa sbriciolate sul selciato tanto per calare il sipario sulla mia biografia personale. Poi è successa quella cosa di cui vi parlavo. È apparso un cherubino, mi ha sussurrato frasi di speranza, mi ha riaccompagnato, lentissimamente, aldiqua della linea sottile che separa la morte dalla vita. Quindi, mi ha cullato, abbracciato, confortato, infuso la convinzione che non possiamo opporre una seria resistenza a questi eventi mostruosamente più grandi della misera capacità di comprensione delle nostre menti. Possiamo accettarli, cercare di capirli e, soprattutto, pregare che rispondano al disegno imperscrutabile, ma saggio, di un’Entità che non ci abbandona. Adesso sono fuori in terrazza che scrivo con il corpo abbandonato sullo sdraio, il portatile sulla pancia, le gambe piegate e i piedi sulla ringhiera. Ho il mio quartino di whisky che mi fa compagnia e lo fa sempre più spesso da quando ho smesso di fumare. Già, le Merit residue le ho regalate tutte a mio padre. Non sopporto più l’odore della nicotina sulle dita e il giallume opaco sugli incisivi e l’alitosi di catrame quando parlo. Fa ridere, in effetti. Ci resterà, sì e no, un mese di permanenza sulla Terra e io trionfo contro il vizio più mortale. Adesso che non serve più a niente. Ma veniamo ai fatti della giornata.

Tutto è cominciato oggi pomeriggio verso le tre dopo che ero rientrato da due ore di jogging in compagnia del Martini. Ronfavo a letto passando in rassegna gli sconclusionati pensieri che precedono il sonno. A un certo punto, Nadia, che era in salotto con Mauro, mi ha urlato di raggiungerla. All’inizio non ne avevo voglia, i nostri dialoghi degli ultimi due giorni sono stati un susseguirsi di grugniti, per lo più di disapprovazione. Non ci siamo chiariti dopo la cena coi preti. Anzi, l’ho vista due o tre volte parlare con Sergio o Lorenzo ai piedi delle scale o giù in cortile, a voce bassa, come se avessero chissà quali segreti da nascondere. Così, non volevo darle soddisfazione e proseguivo sereno nella mia pennichella. Ma Nadia ha alzato gradatamente la voce, sempre di più. Ripeteva meccanicamente il mio nome alternandolo con esclamazioni tipo ‘Mio Dio’ ‘Mio Dio’. Poi Mauro, vedendola preoccupata, si è messo a piangere. Allora mi sono deciso. Ho alzato il culo dal materasso e mi sono trascinato, mezzo nudo com’ero, strisciando le ciabatte sul pavimento fino al soggiorno. Nadia mi ha visto, si è portata la mano alla bocca e ha indicato, con l’indice puntato, lo schermo al plasma della tivù. Canale Unico: c’era questa scritta gialla che passava e ripassava su uno sfondo turchese, come il rullo del ‘gobbo’ di un presentatore. E tornava e tornava, sempre uguale. In sottofondo, la musica delle Quattro Stagioni di Vivaldi, al minimo, e una voce sintetizzata al computer. Non umana, capite? Non c’era traccia della solita biondina minorenne che ci ha fatto compagnia negli ultimi mesi. Solo questo acidulo comunicato simile a quei borborigmi robotici con cui vengono sfalsate le parole di chi non vuol farsi riconoscere nelle interviste tivù. La voce e la scritta comunicavano lo stesso identico messaggio. Non si capiva bene se fosse l’una a far da supporto all’altra o viceversa. L’unica cosa certa, l’unico pensiero razionale che sono riuscito a formulare è che sembravano entrambe ‘artificiali’ e questo non andava bene, non andava per niente bene. È passato qualche secondo, poi è come se il mio cervello si fosse ‘ricordato’ di decifrarne il contenuto. È in quel momento che mi è sbocciata, come un fiore dolciastro dal putridume di uno stagno, l’idea di darmi la morte.

L’avviso, più o meno, recitava così: «Prestate tutti attenzione, vi preghiamo di prestare attenzione. La notte scorsa si è verificata un’altra sparizione di massa che ha riguardato tutti i continenti. Siete rimasti in pochissimi. Lo ripetiamo, siete rimasti in pochissimi. Ora, non allontanatevi da casa, per nessuna ragione. Lo ripetiamo, non dovete uscire di casa per nessuna ragione. Vi preghiamo. Ascoltate. Se state sentendo o vedendo questa trasmissione, allora siete tra le rarissime persone ancora in vita sul pianeta Terra. Voi siete una risorsa preziosa per il futuro dell’umanità. Ribadiamo. Voi siete la risorsa più preziosa per il futuro dell’umanità. L’ONU avrà cura di voi. Ribadiamo, l’ONU avrà cura di voi. Ma abbiamo bisogno di localizzarvi, di sapere dove siete. Perciò, vi preghiamo, se state ascoltando questa comunicazione, uscite nel giardino della vostra abitazione o affacciatevi dai balconi e fatevi vedere dalle auto delle forze di polizia. Verrete contattati. Vi verrà portato del cibo. Verrà soddisfatta ogni vostra necessità, ma, per favore, non allontanatevi di casa, per nessuna ragione. È una questione di sicurezza internazionale. Le forze armate hanno l’ordine di agire in modo solerte, senza escludere l’uso della violenza, contro chiunque verrà sorpreso a circolare fuori dal recinto, cortile, perimetro della propria abitazione». La cantilena s’interrompeva per qualche istante. Poi lo sfondo dello schermo cambiava colore (ho visto il viola, il rosso, il bianco, il nero) e ricominciava la cantilena: «Prestate tutti attenzione, vi preghiamo di prestare attenzione…». Io e Nadia ci siamo guardati. Lei aveva il volto rigato dalle lacrime e biasciava delle frasi sconnesse tipo: «Che ne sarà di noi, adesso, che ne sarà di noi, adesso…». Io non ce l’ho fatta a sopportare quella scena e sono corso sul terrazzo condominiale per vedere dall’alto cosa stesse realmente accadendo lì fuori. Sulle scale, mi sono imbattuto in Jenny. Sembrava stranamente calma, deprivata, per così dire, della sua abituale patina da ochetta fru fru con le risatine isteriche e tutto il resto del campionario di mossette che me la rende odiosa. Mi ha bloccato, scura in volto: «Hai visto? Siamo prigionieri ormai. Dentro le nostre case. Ho captato per pochi minuti Radio End. Dice che saranno rimaste massimo centocinquantamila persone su tutta la faccia della Terra».

«Interessante» le ho risposto e mi veniva da vomitare, non tanto per causa sua, ma per la prospettiva di essere stato derubato di uno dei pochi sfoghi che ancora mi evitavano di impazzire: le corse, i salti, le camminate all’aria aperta. Jenny ha proseguito: «Aspetta avvocato. Ne hanno detta un’altra che, forse, potrebbe interessarti. Hai presente la storia che non nasce più nessuno da circa cinque mesi? Beh, sembra sia una sostanza chimica che da anni spruzzavano sulle nostre teste e iniettavano nei tubi della nostra acqua corrente. Sterilità progressiva a diffusione multipla. Pare si chiami così. Era calcolabile, al millimetro, il giorno, l’ora e il luogo in cui sarebbe nato l’ultimo bambino. Poi, come di fatto è accaduto, basta bebè…». Mi sono liberato con uno strattone dalla sua mano che stava avvinghiata al mio avambraccio e ho risposto: «Tutte cazzate, Jenny. Sono tutte cazzate. Adesso lasciami andare». Lei mi ha osservato come un entomologo farebbe con un insetto di una razza sconosciuta, ha fatto qualche passo indietro ed è rientrata nell’appartamento dei preti. Adesso vive con loro. Quando sono giunto sul tetto, questa è la scena che mi si è presentata davanti: una città spopolata, anzi spolpata della sua essenza più autentica, la carne umana che la rende un agglomerato pulsante e vivo. Però per le strade c’erano tante macchine nere, tantissime. Dappertutto. Ho avuto la certezza che si tratta di modelli telecomandati perché, di tanto in tanto, si arrestavano davanti a un palazzo, tiravano giù il finestrino e, dentro, dalla parte dell’autista, non c’era veramente nessuno. Ne usciva un tubicino di color antracite, metallo traforato, stile canna di kalashnikov che spruzzava un qualche gas all’indirizzo degli edifici. Poi ripartivano. Dal secondo piano ho visto Guglielmo che faceva cenno con la mano a una delle berline. Sventolava un drappo rosa, credo un asciugamano, per segnalare la nostra presenza. Una macchina si è fermata al cancello e ha sparato tre flash luminosi, come se dovesse immortalare con una Polaroid la facciata del nostro palazzo. Poi si è socchiusa la portiera e sono stati fatti scivolare fuori alcuni manifestini. Quindi, la vettura si è rimessa in moto. È in quel momento che ho deciso che l’avrei fatta finita. Mi sono reso conto che la nostra è una prigionia senza speranza. Nella peggiore delle ipotesi scompariremo come gli altri cristi che hanno già subito la stessa sorte. Nella migliore, invece, resteremo murati vivi per sempre. Siamo merce rara, adesso, cavie da allevamento. E i macchinoni neri sono le balie che ci ingrasseranno come nutrie da pelliccia finché qualcuno non si sognerà di impedirci anche di scendere in giardino. In quel momento ho fatto tre grandi sospiri, mi sono levato in piedi sul bordo del cornicione e ho guardato giù. Ho scoperto che non è poi così difficile buttarsi. L’avrei fatto se, in quel preciso istante, non avessi udito la porta antincendio del casermino dove sbucano le scale condominiali aprirsi e una voce chiamarmi per nome.

 
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