12 Luglio 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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12 Luglio 2017


12 luglio 2017

Oggi ho spedito la lettera di denuncia al Corriere e ho rivisto Perlingioni. Andiamo con ordine. La missiva, con il classico incipit ‘Caro Direttore’, l’ho fatta inviare dalla segretaria con l’e-mail certificata così ho una prova dell’avvenuta ricezione, se mai dovesse servire. Il testo non sto qua a riportarvelo perché ho lasciato la chiavetta usb in ufficio. In ogni caso, niente di eclatante. Quaranta righe o poco più per segnalare quest’anomalia in cui mi sono imbattuto facendo la professione che faccio. Ho posto il problema: come mai un giornale così autorevole, informato e prestigioso come il suo non diffonde certe news? Insomma, ho dato per scontato che lo sappiano, ma non vogliano rivelarlo. Ho lanciato una sorta di sfida alla meritata fama di trasparenza e obiettività di cui gode il quotidiano e invitato con cortesia il dottor Supini, il grande capo, a lanciare l’allarme su questo fenomeno parallelo che curiosamente tutti ignorano. O fingono di ignorare.

Quanto alle prove, mi sono rifatto al noto principio per cui di fronte a un’evidenza solare, è colui che la vuole smentire a doversi far carico dell’onere di sbugiardarla. Onus probandi incumbit ei cui dicit. È un antico brocardo che gli studenti di legge imparano al primo anno di università e, se lo dimenticano, lo fanno a loro spese perdendo, una volta avviati alla professione, anche cause apparentemente vinte. Così gliel’ho messa giù piana: faccio l’avvocato, ho questa notizia, la fondatezza della notizia è dimostrata, giorno dopo giorno, da ciò che manca sulle pagine dei giornali, compreso il vostro. Se volete qualche conferma fate un giro di telefonate ai vescovi dei capoluoghi italiani. Se temete di disturbare, dati i tempi per così dire, particolari, allora mandate un garzone di redazione a fare una semplicissima intervista al più sfigato dei preti della più periferica delle parrocchie. Vi confermerà che le mie non sono le paturnie di un invasato con la fissa del soprannaturale. Siccome so per certo che non ne avete bisogno, allora ditemi per quale arcana ragione, noi comuni mortali (anche se forse non lo siamo più…) non abbiamo il diritto di sapere. Questo è il sunto, certo scritto in un italiano più forbito e meno aggressivo, ma i concetti sono quelli. L’e-mail è partita alle 10:37 ed è stata recapitata al destinatario (che l’ha aperta e letta!) alle 10:39. Chissà che succede ora. Ah! Dimenticavo, ho aggiunto un post scriptum: non ricevendo riscontri, mi rivolgerò altrove, ho una miriade di contatti nel mondo dei media e qualcuno meno asservito degli altri che abbia le palle di buttarsi sulla questione facendo il lavoro che è pagato per fare, lo trovo in cinque minuti. Lo so cosa state pensando. Suona come una minaccia. D’altra parte, una leggera scossa al culo gliela dovevo pur trasmettere. Conto su questo: o mi risponde perché è un grande giornalista che non vuol lasciarsi scappare la notizia, o si preoccupa (per motivi che ora ignoro nel dettaglio) che qualcun altro lo possa fare al posto suo. Il mio fiuto mi dice che qualcosa succederà comunque. Staremo a vedere.

Veniamo a Perlingioni, adesso. L’ho ricevuto subito dopo aver spedito l’e-mail di cui sopra. Si è accomodato in poltrona con il solito fare mellifluo, vestito male più che malvestito. Consueti mocassini démodé, cardigan color castagna, una camicia quadrettata con un cravattino di quelli sottili da pochi euro che penzolava con la punta a dieci centimetri dalla fibbia della cintura. Ha preso a masticare le stanghette degli occhialoni con le gambe incrociate in modo femmineo. Che non mi risulti simpatico già l’ho detto. Stavolta, però, era anche peggio dell’altra. Ho scartabellato per un po’ il suo fascicolo, gli ho esibito il fax inviato all’assicurazione con l’inevitabile risposta di quest’ultima: «Ci dispiace, ma non possiamo, come già riferito al Suo cliente, dar corso ad alcuna liquidazione di massimale, poiché manca la prova dell’intervenuto decesso eccetera eccetera», o qualcosa del genere. Ineccepibile. Lui ha osservato con ostentata noncuranza, poi ha affondato il colpo: «Non l’ho ingaggiata per sapere cose che già mi erano note, avvocato». Non l’ho mandato affanculo solo perché è uno che paga, anche se in quel preciso istante ho deciso che un altro fondo spese ci stava più che bene. L’ho osservato come per compiangerlo e poi ho restituito la stoccata: «Lei sapeva, naturalmente, che sua moglie la tradiva, non è vero signor Perlingioni?». Sono fatto così, non riesco a fare del male volontariamente e senza scopo, ma quando uno mi manca di rispetto… L’ho fissato con un sorriso di circostanza, pensando «colpito e affondato!». L’uomo è arrossito fino alla radice dei pochi peli che gli incorniciano il cranio, si è guardato intorno, come per sincerarsi che la porta fosse ben chiusa, poi, fissando le punte delle scarpe, ha biasciato: «Non vedo cosa c’entri questo, adesso…». Allora, posto che la sua impertinenza era stata adeguatamente rintuzzata, ho deciso di renderlo partecipe delle poche informazioni raccolte da Mauro sul suo caso e lo strano collegamento con le modalità della sparizione di Beatrice (ovviamente non ho aggiunto l’episodio di Mauro, non gli avrebbe fatto piacere apprendere che l’investigatore che si occupa del caso è finito nella stessa centrifuga). Ha borbottato che sua moglie lo amava, che non si sarebbe mai sognata di tradirlo, che la fonte del mio detective era sicuramente un’amica invidiosa e via con le auto-giustificazioni.

«Sarà» ho commentato: «Resta il fatto che la sua signora è salita su quella macchina scura e da allora se ne sono perse le tracce». A questo punto, ha riacquistato tutto l’autocontrollo di cui aveva dato prova prima della mia domanda maligna e ha cercato di riprendere le redini della conversazione: «Va bene avvocato, non abbiamo nulla in mano che possa avvalorare l’ipotesi della morte. Solo una vettura tipo ambasciata senza targa e, a quanto lei afferma (e qui ha calcato il tono come per sottolineare un’evidente assurdità) senza conducente. Non ci resta che proseguire con il piano B: procedura di dichiarazione di morte presunta». Avete letto bene, ha detto ‘piano B’ come se stessimo parlando del progetto di una rapina al caveau di una banca e non della scomparsa del grande amore della sua vita. Gli ho risposto che per quella roba lì, c’era una caterva di tempo da aspettare, ma ha insistito per firmarmi intanto i mandati a margine del ricorso così… per portarsi avanti col lavoro. A quel punto, l’ho invitato cortesemente a lasciare un assegno di acconto alla segretaria. Mi ha rassicurato in proposito, mi ha salutato con affettazione ed è uscito. Conclusioni? Quell’uomo mi nasconde qualcosa. Non mi stupirei se l’avesse uccisa lui la mogliettina, anche se è un’ipotesi da escludere vista la piega che stanno prendendo gli eventi. Comunque, qualcosa non torna. Perché imbarazzarsi per la notizia del tradimento se il modo in cui tratta il caso lascia intendere che non gli freghi una mazza della sparizione, se non per l’opportunità di incassare i quattrini della polizza? E poi, l’istinto, che è una delle poche facoltà che continuano a funzionarmi alla grande, mi dice che sa qualcosa di più di quel che dice. Ma cosa?

 
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