11 Ottobre 2017 ter - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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11 Ottobre 2017 ter


11 ottobre 2017, quattro e venti di mattina

Mi sono addormentato di nuovo. Mi sento la testa gonfia di sonno, sapete tipo quando vi svegliate mezzi rincoglioniti dopo una sbronza e ci mettete un po’ a riallacciare le vostre sinapsi con i circuiti della memoria. Poi rimanete per un istante indefinibile nella terra di nessuno della semicoscienza dove non sapete più chiccazzo siete e cosa diavolo è successo fino a quel momento. Il che può essere una cosa fantastica se la sera prima è morta vostra madre o vi hanno licenziato o avete scoperto che la mogliettina amava giocare nuda tra le lenzuola insieme al vostro migliore amico. Poi, però, all’improvviso la lampadina della consapevolezza, del maledettissimo ‘qui e ora’, si accende. È la manina di un idraulico che stura il tubo intasato di ciò che vi fa essere qualcuno nel mondo che frequentate. I rimasugli di sonno van giù, gorgogliando, lungo lo scarico e vi ritrovate, ancora un giorno, faccia a faccia con la vostra realtà. Volete che vi dica com’è la mia? Una merda. Fate conto che per ogni giorno che Dio manda ancora su questa Terra spopolata, al sottoscritto occorrono due ore almeno per mettere a fuoco la situazione generale (non ci crederete, ma ancora adesso non riesco a riconnettermi subito con i dati di fatto della tragedia in corso) e poi per fare una chek list delle varie cosucce personali che son peggiorate rispetto al pomeriggio addietro.

Per esempio, ora che mi ricordo, l’aver rischiato di massacrare di botte il prete o di farmi massacrare da lui e, comunque, l’aver perso un amico su cui contavo. Vabbè. In compenso, mentre riprecipitavo nel mio sonno senza sogni, qualche amorevole presenza (indovinate chi?) mi ha rimesso sulle spalle la copertina coi cuori di panna e mi ha pure riattaccato il post-it ‘Ti amo’ sullo schermo con un’aggiunta a matita: ‘Davvero. E tu?’. Ecco, altra punturina di sciabola sul mio ego già malmesso. Pensiamo ad altro, ma a cosa? Ah sì, una novità positiva ci sarebbe. Una grande novità, sotto il profilo umano. Potremmo intitolarla col proverbio ‘Chiusa una porta si apre un portone’. A parte le fesserie, se da un lato mi sono allontanato da don Sergio, dall’altro ho avuto modo di rivalutare Perlingioni. Lo so, adesso vi preoccuperete veramente per la mia sanità mentale perché non so quante volte ho vomitato sul diario tutta la repulsione che provo, d’istinto, per quell’uomo. Eppure, com’è che diceva il saggio? Solo gli imbecilli non ammettono mai di aver sbagliato. E solo gli idioti non cambiano mai idea. Cos’è successo? Che ieri mattina, mentre uscivo per recuperare al minimarket delle fette biscottate e un po’ di margarina cento-per-cento-vegetale senza grassi idrogenati (come la vuole Nadia che sennò Mauro si gonfia), mi sono imbattuto nel geometra che partiva per una corsetta lungo le vie deserte del quartiere. Non potevo evitarlo perché, ormai, mi aveva visto sbucare dall’ultima rampa di scale e inoltrarmi attraverso l’androne del palazzo nella sua direzione. Stava facendo stretching con una calzamaglia di tessuto elasticizzato nero, un paio di scarponcini Nike da jogging sicuramente prelevati dall’armadietto di qualche ex condominio, una maglietta verde pisello e, sopra, una canottiera rossa traforata con la pettorina col numero 72 sul davanti e la scritta ‘maratonina di primavera’. Non ci sarebbe granché da obiettare se l’uomo avesse trent’anni e, diciamo, una ventina di chili in meno a zavorrarlo. Stavo per oltrepassarlo col solito grugnito di disapprovazione che, secondo i punti di vista, può fungere anche da saluto, quando lui mi ha toccato con la mano all’altezza dell’avambraccio. «Avvocato, mi scusi, mi concede un secondo?». Ho sentito una lievissima scossetta, niente di che, come il crepitio dell’energia elettrostatica quando mettete i piedi a terra dopo un viaggio in auto. Anomala, però, non saprei dire perché. L’ho guardato per la prima volta con attenzione da quando ha smesso, nei fatti, di essere un mio cliente. Ha preso quell’occhiata come un invito a proseguire nell’abbordaggio e mi ha chiesto se mi andava di unirmi a lui. Non mi faceva schifo né l’idea né, soprattutto, lui. È questo ad avermi stupito di più. Ho pensato che, in fondo, è un essere umano e, fra l’altro, uno di quelli che più si dà da fare per rendere meno tormentata la vita dei suoi compagni. E poi mi è venuta una voglia irrefrenabile di correre, di sfogarmi. Senza pensarci troppo gli ho risposto ‘sì, andiamo’. E’ rimasto di stucco e mi ha chiesto: «Ma lei viene via così, con i pantaloni, la camicia e il giubbino?». Non avevo voglia di tornar su a farmi fare il quarto grado da Nadia che il geometra, da un po’, lo vede come il fumo negli occhi. E poi la prospettiva di sorbirmi una filippica sulle proprietà terapeutiche della margarina non idrogenata ha inferto il colpo di grazia sia all’obbligo della spesa sia al bisogno di infilarmi dentro una tuta da passeggio. ‘Sì, andiamo, per lei è un problema?’. Mi ha sgranato un sorriso stranissimo. Dentro c’era la meraviglia di un corteggiatore finalmente esaudito, di uno che ormai aveva rinunciato a credere possibile quella data cosa e invece… oplà, eccolo accontentato.

Mi son detto che, forse, la mia era un’antipatia non ricambiata, che magari dovevo rivedere il mio frettoloso giudizio su quell’ex cliente e, soprattutto, che morivo dal desiderio di mettermi in moto. Così siam partiti, abbiamo fatto i primi tre o quattro chilometri sottotono, per carburare. Poi, appena giunti vicino allo stadio di atletica leggera dove si allenava la Virtus, la polisportiva parrocchiale, ci siamo immessi sulla pista circolare. Correre sul tartan, in particolare se steso da poco, è una sensazione meravigliosa. All’inizio ho attribuito proprio al materiale di copertura di quell’anello diviso in corsie la sensazione che provavo di andare forte. Più passavano i minuti, più le mie falcate si facevano rotonde e ritmate. Dopo un po’ Perlingioni si è fermato accasciandosi sulla panchinetta in plastica blu, a bordo campo. All’inizio è rimasto coi gomiti appoggiati alle rotule, la testa china e il corpaccione ansimante che si sollevava e si abbassava, la schiena inarcata e sussultante come la gobba di un cammello. Poi si è stravaccato all’indietro facendomi ampi segni di proseguire e indicandomi platealmente, con l’indice della mano destra puntato verso il basso, la ghiera del suo cronografo. Mi voleva dire di non smettere. Si era accorto della gran birra che avevo in corpo e voleva cronometrarmi. È volata via così una mezz’ora ed è successa una cosa strabiliante. Lui mi prendeva i tempi ogni cinque giri, quindi due chilometri. Lo ha fatto per sei volte consecutive e, per altrettante, io ho migliorato il mio record. Non me lo so spiegare, davvero. Non mi sono mai sentito così forte, energico, resistente. E senza avere alle mie spalle alcun allenamento, per di più. Son sicuro che è l’effetto della prigione in cui si è trasformata, ormai, la nostra vita.

Questa tremenda sensazione di non sapere se ci sarai e cosa farai domani e chi condividerà ancora la prossima alba con te, da un lato ti consuma ma dall’altro ti comprime di adrenalina. Adesso ho capito come sfogarla. Mi piace, mi piace da pazzi. A un certo punto è stato il Perli a bloccarmi: ‘Senti un po’, adesso calmati. Di tutto abbiam bisogno tranne che dell’infarto di uno dei rari superstiti’. Ho riso, abbiamo riso. Ci siamo diretti passeggiando verso il baracchino che ospita il baretto dello stadio. Ho forzato la porticina di accesso e ci siamo serviti con un paio di snack scaduti e due oransode. Starsene lì fuori all’aperto, sotto un gigantesco ombrellone, era rinfrancante. Magari contribuiva anche la giornata spettacolare investita dalla luce del sole. E poi l’aria pulita, la distesa smeraldina dell’erba inglese, l’assenza di suoni, la pace. Per la prima volta, mi è parso che le mie centraline nervose si fossero messe, comode comode, ad analizzare tutto questo casino da una prospettiva differente. Certo, mi è già successo di imbattermi in conati inattesi di felicità, ve l’ho detto. Ma mai giustificati o giustificabili. Ne prendevo atto, punto e a capo. Invece stavolta no. Stavolta si è compiuta una ristrutturazione di prospettive nel mio cervello. Fugace, temporanea finché volete, ma vera. Non ho fatto altro che leggere tutto ciò che è accaduto sotto una prospettiva differente. Perli dev’essersene accorto perché me lo ha fatto notare. «Finalmente un sorriso sincero su quella faccia imbronciata, avvocato. Possiamo darci del tu?». Gli ho risposto di sì di getto. Cazzo, a ben pensarci sono quattro mesi che non parlo con un amico, intendo con una presenza maschile, in modo cameratesco. Forse le ultime volte è stato con Mauro, poi più niente fino a oggi (non considero ovviamente, nel mazzo, i dialoghi allucinati che ho avuto con Sergio).

Ci siamo raccontati un po’ di tutto, della nostra vita, dei nostri gusti in fatto di calcio e di donne, delle nostre opinioni. Lui si chiama Guglielmo ed è un tipo in gamba. D'accordo, quel modo di fare un po’ mellifluo lo penalizza, ma ho deciso che è colpa del suo ascendente zodiacale e, comunque, è del tutto irrilevante dal momento che, alla buon’ora, ho toccato con mano la sua natura più autentica. Abbiamo discusso anche del futuro ed è qui che mi ha veramente colpito. Ha ammesso di aver riscoperto la fede da quando ha fatto il suo ingresso nel nostro condominio. Le meditazioni serali con Monica gli giovano tantissimo, gli infondono fiducia, speranza nel domani. Si è fatto convincere che questa vicenda dovrà avere uno sviluppo positivo, che ha un senso che per ora ci sfugge. Io ho già dimestichezza con queste bellissime idee di Monica, ma sentirle raccontare da un terzo è diverso, molto diverso. Alla fine gli ho detto che sarò della partita già da domani. Verrò anch’io. Lui mi ha sorriso, poi ha aggiunto: «Ovviamente, per me Monica è solo un’amica, avvocato. E tu faresti bene a starle più vicino. Soprattutto se la donna con cui vivi non è quella con cui vorresti farlo. Scusa se mi permetto». Sono arrossito come un ragazzino e non sono servite parole per rivelargli che aveva colto nel segno. Siamo rimasti là a goderci quello scorcio di giornata così speciale e, alla fine, gli ho rivolto la domanda che avevo in mente da quando è venuto a vivere da noi: «Dove ci siamo già conosciuti Guglielmo?». Lui ha socchiuso gli occhi trasformandoli in due fessure come fanno le lucertole quando il sole le abbaglia: «Te lo ricorderai, avvocato, te lo ricorderai». Poi, senza parlare, siamo tornati a casa. Certo, resta una questione grande come una casa da approfondire, con lui: perché diavolo ci fosse il suo numero di cellulare accompagnato dalla scritta ‘referente: Perling’ nel famoso bigliettino del Fantini. Adesso che l’ho conosciuto meglio, sono quasi sicuro che ci sia una spiegazione logica. Non me lo vedo proprio nei panni della spia.

 
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