11 Ottobre 2017 quin - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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11 Ottobre 2017 quin


11 ottobre 2017, ore 23:15

Scusate, ma Mauro ha avuto un altro dei suoi incubi. Nadia l’aveva appena messo a letto, raccontandogli la storia di Goldrake contro Gig Robot d’acciaio che lui adora e, tempo dieci minuti, già pisolava come un ghiro sotto lo sguardo compiaciuto della sua ‘mamma’ (anche se non li ho visti, lo so, perché è un rito che si consuma ogni sera). Poi se n’è uscito con un urlo orripilante: «Non tocca a me, non tocca a me! Prendete luiiii, luiii prendeteee luiii!». Ci siamo precipitati in camera sua e lo abbiamo trovato rannicchiato, sotto la scrivania e con gli occhi sbarrati, che continuava a ripetere, come un ossesso, senza più gridare: «Ancora un altro pochino, ancora un altro pochino, ancora un altro pochino…». Come la cassetta impolverata di un mangianastri rotto. Lo abbiamo letteralmente tirato fuori dalla sua tana dove se ne stava abbracciato alle proprie ginocchia ripiegate in su a riparare il petto. Vi lascio immaginare lo sforzo immane per sradicare questo pupetto da cento chili dalla posizione fetale in cui si era imballato. Ho dovuto prenderlo a sberle, ripetutamente, con Nadia che mi urlava di smetterla perché gli facevo solo male. Alla fine si è come riscosso dallo stato di catalessi in cui era precipitato e qualche neurone deve aver ripreso a girare nel verso giusto all’interno della sua testolina. È scoppiato a piangere, disperato, ha anche perso quello sguardo vacuo ed ebete che aveva durante il delirio e ci ha fatto promettere, giurare, a ripetizione, che non lo avremmo abbandonato nelle loro mani (ma ‘loro’ chi?). Io ero più sconvolto di lui, non riuscivo a connettere e devo dire che il merito di ricondurre la situazione su un piano di apparente normalità è stato tutto della mia cara compagna. Lo ha preso per mano, lo ha riportato a letto, gli ha cantilenato per un bel po’ che era stato solo un brutto sogno, gli ha recitato tre filastrocche di Rodari che ormai sa a memoria, finché lui si è acquietato, ha posato la testa sul cuscino e ha fatto un sorriso dolcissimo, a entrambi. Vederlo in quelle condizioni, con i capelli candidi e ormai lunghi incollati alle tempie e il sudore che gli disegnava un alone a forma di V sul petto, mi ha infuso un sentimento di angosciosa tenerezza. Poi  ha reclinato il capo e ha preso a russare.

Finita? Neanche per sogno. Appena il tempo di tirare il fiato e di ascoltare le parole di Nadia che sembravano rubate di peso alla mia lingua (‘non possiamo più andare avanti così’) che il detective si è rizzato a sedere. Ci ha afferrato il polso, quello di Nadia con la destra e il mio con la sinistra. Quindi, di nuovo posseduto dal pavor nocturnus, ha scandito queste parole: «Non era un sogno, mamma. Loro stanno per arrivare e prenderci». Solo che lo ha fatto con una repentina irruenza, simile a quella con cui, nei thriller, lo psicopatico che credevi già cadavere si leva all’improvviso per infliggere il colpo di grazia alla sua vittima. Insomma, una scossa da 220 volt su un sistema nervoso (il mio e quello di Nadia) già a pezzi. Mi ha fatto prendere un colpo e per lei è stato anche peggio. Come la pugnalata di un cacciavite in un budino. Mauro è ripiombato all’indietro addormentato. Nadia ha emesso un grido agghiacciante con un tono di voce che non le avevo mai sentito. Morale: altri dieci minuti buoni per consolarla, prendermela in braccio come una bambina e deporla, inerte, sul letto matrimoniale, ancora vestita. Adesso dorme e, incubi permettendo, ho un po’ di pace per raccontarvi della cena di stasera.

All’ora convenuta sono arrivati Sergio, Lorenzo e Jenny. La tavola del soggiorno era perfettamente apparecchiata. Nadia aveva steso la tovaglia migliore, quella circolare di raso e pizzi del corredo della sua mamma che si adattava da Dio al profilo rotondo del tavolo. Sopra, i piatti di ceramica della festa (anche questi e i relativi bicchieri in pendant erano tutta roba sua), belli ampi, con il bordino sfalsato a sagomare un susseguirsi di piccole piramidi, perfetti per spadellarci dentro la paella alla valenciana. Due ottime bottiglie di prosecco di Valdobbiadene erano state scaraffate fredde, al momento giusto, per esaltarne il sapore. E poi tre magnifiche candele tortili rosse infilzate su una base d’argento sbalzato (non so dove diavolo le abbia tirate fuori, ma facevano la loro porca figura) con le fiammelle che conferivano un che di romantico al contesto. Mauro l’avevamo spedito da Monica. Nadia le aveva chiesto di farlo giocare un po’ alla Playstation, mentre lei e gli altri si dedicavano alla meditazione serale. Insomma, era tutto perfetto, a parte il monumentale imbarazzo che ci ha colti, tutti e quattro (l’unica che non ne aveva soverchi motivi era Jenny), quando gli ospiti sono arrivati. Io, in qualche modo, ero stato preparato, ma Sergio e Lorenzo no. All’inizio sono rimasti impalati sulla soglia e credo abbiano seriamente preso in considerazione l’idea di andarsene. Poi ha prevalso il rispetto per Nadia e per la dedizione che ci aveva messo per organizzare quell’incontro. Così ci siamo accomodati a tavola, senza parlare, a parte Jenny che tra un risolino stridulo (dei suoi) e l’altro provava a infilare qualche patetica battuta rompighiaccio in quel clima da inverno inoltrato. Nadia, da parte sua, ha chiesto se gradivamo un sottofondo musicale e, senza attendere la risposta, ha attaccato un cd dei Dire Straits. Poi ha portato in tavola la paella e ha servito il vino nei calici. Ho proposto un brindisi alla ‘ciurma’ e Sergio ha stiracchiato un sorriso in falsetto nell’udire quel gergo di marca ‘perlingioniana’ uscire dalle mie labbra. A un certo punto, dopo qualche scucchiaiata di scampi divini e di carne rosolata a dovere, il Valdobbiadene ha cominciato a scioglierci le mandibole. Qualche commento sulla pietanza che stavamo gustando, due o tre complimenti alla cuoca, infine un’inaspettata sortita di Sergio: «Avvocato, mi spiace ancora molto per l’altra sera…».

«Lascia perdere», gli ho risposto: «per me è finita lì!». Per lui evidentemente no, perché ha voluto ritornare sull’argomento: «Hai ragione, sono stato un cretino a provocarti in quel modo, però quello che sta capitando ha logorato i nervi di tutti, anche i miei, per quanto questo non giustifichi come ti ho trattato». Devo ammettere che quelle scuse mi hanno fatto piacere. Ho levato di nuovo il bicchiere in aria e l’ho fatto tintinnare contro il suo. Cin cin. A questo punto, lui ha ripreso da dove ci eravamo lasciati: Philadelphia. Mi ha chiesto se potevo prendere in considerazione, per un momento solo, quanto aveva da dirmi. Lui e Lorenzo hanno approfondito ancora tutta la faccenda e sono sempre più convinti che, in quell’esperimento degli anni Quaranta, ci sia la chiave che spiega ogni cosa. Il prete l’ha messa giù, più o meno, così: «Proprio allora, la tecnologia su cui, da decenni, gli americani lavoravano ha fatto un salto di qualità. Mi riferisco all’obbiettivo di ottenere una sorta di teletrasporto puntando sulla generazione di campi magnetici intorno allo scafo di navi usate come ‘cavie’. Non era poi una teoria campata per aria, si basava sugli studi relativi al ‘campo unificato’ di Einstein e sulle più recenti (per l’epoca) e temerarie ricerche di alcune fra le menti più acute di quel tempo. Però quell’esperimento, che si rifaceva anche agli studi di Nikola Tesla, il genio dimenticato dei primi del Novecento, probabilmente approdò a qualcosa di molto più ‘avanzato’ di quanto gli stessi autori del tentativo si attendessero. Erano partiti con l’intento di rendere invisibile un oggetto e si erano trovati tra le mani una specie di know how per salti dimensionali».

A questo punto, Sergio ha fatto un cenno a Lorenzo che ha ripreso da dove il suo boss era arrivato: «Secondo i pochi testimoni dell’evento, alcuni fra i marinai della nave coinvolta scomparvero… mi hai capito bene… scom-par-ve-ro. Cinque di essi, invece, furono trovati fusi con le pareti metalliche dell’imbarcazione». Mi sono fatto sfuggire un "assurdo!" che però non ha scoraggiato i due chierici. Sergio ha riattaccato, indifferente al mio commento: «Senti avvocato. Abbiamo molti seri motivi per pensare che ciò che sta capitando da qualche mese, questo progressivo svuotamento del pianeta, abbia a che fare con quella tecnologia e crediamo che dietro tutto ciò ci sia un preciso disegno, non sappiamo ancora di chi, volto a ‘liberare’ il nostro pianeta dalla scomoda presenza di troppi corpi estranei. Crediamo che fosse destino… doveva succedere, insomma… oppure, se preferisci vederla come Lorenzo, il tutto era stato predisposto da centinaia, anzi migliaia di anni. In quel passo dell’Apocalisse c’è solo il ‘pizzino’, diciamo, con cui la longa manus che sta dietro a questa perversa operazione di pulizia genetica ha inteso avvisare chi di dovere del quando e del perché i tempi dovessero considerarsi maturi. C’è un’altra cosa che volevo dirti ed è poi la ragione per cui hai notato questo raffreddamento della mia simpatia per te. Noi siamo persuasi che chi è sopravvissuto fino a oggi non lo sia per caso. Voglio dire… tra i superstiti ci sono le vittime, ma ci sono anche i complici. Ti prego, non ridere… rifletti… In questo condominio siamo in troppi perché si tratti di una coincidenza. Ho il fondato sospetto che in mezzo a  noi si nasconda qualcuno che riveste un ruolo preciso, e torbido, nella vicenda. Ovviamente, lo stesso vale per tutte le altre micro comunità che si sono formate in ogni angolo del globo. Ciascuna, probabilmente, ha i suoi infiltrati, spie al soldo del grande manovratore con il compito di far terminare al più presto il gioco agevolando, per così dire, la scomparsa degli ultimi resistenti. Ecco, adesso ti ho detto tutto. La mia domanda, giunti fin qui, è una sola: tu, avvocato, da che parte stai? Hai ancora voglia di darti da fare per smascherare l’inganno? Sappi che Jenny la pensa come noi e la tua cara Nadia anche».

Silenzio. L’interno notte in cui il prete aveva appena recitato l’omelia più stralunata della sua carriera, è ritornato invivibile quanto una ghiacciaia. Io guardavo lui, poi Nadia che era arrossita e si toccava nervosamente i riccioli con l’indice della mano sinistra e succhiava a mezza bocca i ninnoli della collana pendaglio. Jenny non fiatava (miracolo!). Io ho detto semplicemente: «Sentite, anch’io la vedevo come voi, lo confesso… eccetto la parte delirante sul Philadelphia experiment… ma adesso non so più a cosa credere… lo ammetto. Però, lo capite anche voi che la china su cui siete incamminati conduce di filato alla paranoia, forse alla schizofrenia. Se pensate di uscire da tutto questo casino spaccando la nostra comunità in tribù, sappiate che non ci sto. Sono convinto che questa faccenda abbia un significato profondo, anzi terribilmente profondo. E ha molto più a che fare con il nostro rapporto con lo spirito della Terra, con il destino dell’umanità e con i debiti che essa ha contratto verso Dio (comunque lo vogliate chiamare) piuttosto che con un complotto architettato da un manipolo di cospirazionisti. Lo so, è un punto di vista diametralmente opposto, ma gli avvenimenti degli ultimi tempi mi han dato motivo di ricredermi. Magari mi sbaglio, ma adesso questa è la mia posizione. Aggiungo una cosa…  dobbiamo stare uniti… oggi più che mai. Domani sera sarò da Monica insieme a Guglielmo. Vi va di venire?». Sergio e Lorenzo si sono puliti le labbra col tovagliolo, si sono alzati e hanno preso commiato. La tensione si tagliava a fette. Jenny li ha seguiti, terrea in volto. Nadia si è precipitata in cucina senza degnarmi di una parola e ha iniziato a lavare piatti e candelabri senza riguardo per la ceramica dei primi e per l’argento dei secondi. Io sono rimasto solo in salotto a scolarmi due dita di whisky e a chiedermi da dove cazzo mi fossero uscite quelle parole. Non che non ci creda, ma mi son parse così belle e profonde, e diverse dal cinismo che mi aveva condizionato fino all’altro ieri, da farmi dubitare che potessero essere state partorite da una testa come la mia. Comunque, ormai è andata. Ve l’avevo detto che era stata una cena schifosa.

 
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