11 Ottobre 2017 quater - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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11 Ottobre 2017 quater


11 ottobre 2017, 22:30

È appena finita la cena più imbarazzante della mia vita. Nadia adesso è in cucina che sparecchia le stoviglie e potrebbe francamente risparmiarsi tutto il chiasso che fa sbattendole, di proposito, l’una contro l’altra. Una cacofonia insopportabile, non quanto la congerie di stronzate che mi è toccato ascoltare fino a pochi minuti fa, ma ci andiamo vicini. Certo, un po’ la capisco. Aveva organizzato una seratina speciale, una cenetta a sorpresa a base di paella, frutti di mare e grigliatina di pesce (Dio solo sa come le è riuscito di recuperare i vari ingredienti, tutti freschi per di più). Non avrei avuto nulla da eccepire, soprattutto una volta constatato che sul tavolo campeggiava una bottiglia verde scuro di Moet & Chandon tanto polverosa fuori quanto deliziosa dentro. Scippata, con ogni probabilità, dal cantinotto del ragioniere, ma troppo attraente per non stapparla senza farsi scrupoli eccessivi. Insomma, andava bene, cara Nadia, andava tutto bene, tranne che per quell’ideona dell’ultim’ora di non consultarmi sui commensali. Io ho passato tutto il pomeriggio con Martini e Perlingioni al campo sportivo. Quando Guglielmo ha saputo che mi sarei cimentato in qualche corsetta come il giorno prima, mi ha chiesto se mi andava di intruppare anche il papà di Beatrice.

«Non sapevo che anche lui si fosse scoperto la passione per l’atletica» gli ho detto, poi mi è venuto in mente il piglio con cui l’uomo (che oramai fa coppia fissa con mia madre) aveva strapazzato il portiere e ho capito all’istante da dove gli viene quella sicurezza in se stesso che prima gli difettava. Ho anche scoperto che è ormai da qualche mese che si allena regolarmente in casa, con i pesi e il tapis rulant e al campetto della Virtus sfinendosi in ripetute e giri di pista. Quindi ci siamo andati in tre chiacchierando come qualunque gruppetto di amici in libera uscita dalle mogli nella serata del calcetto. Il Perli avevo già avuto modo di apprezzarlo, ve l’ho detto. Ha la battuta pronta e, se superi quella corazza di scaglie che sembra rivestirlo, è perfino simpatico. Il Martini, invece, è stata un’autentica rivelazione. Dinamico, irriverente, colto, con tutta questa energia fisica che pare faccia fatica a contenere dentro la tuta da ginnastica. È sempre fremente, vibrante, all’erta. Vitale, ecco la parola giusta. Gli ho detto che son contento che mi sia scoccata la voglia di fare sport se son destinato a trasformarmi come lui. «Beh quanto a dermatiti, siamo quasi compari». Siamo scoppiati tutt’e due in una grassa risata perché, in effetti, c’è questa cosa dell’eczema che ci accomuna. Stare insieme, riderci su, ammazzare con l’autoironia la paura di essere stati infettati da chissà quale diavoleria, vi assicuro che è impagabile.

Ho corso, fatto simulate sui cento, duecento e quattrocento metri. Ci siamo cimentati in sfide sulla media e lunga distanza, provando a scagliare dischi, pesi e giavellotti un centimetro più in là l’uno dell’altro. Nel frattempo, Guglielmo si segnava tutte le nostre performance su un taccuino nero con il segnalibro rosso bordeaux, tipo quelli Moleskine su cui Chatwin prendeva appunti. Gliel’ho anche detto: «Perli… potresti scriverci un bel romanzo. Hai anche il vantaggio che tutti i potenziali lettori del pianeta vivono nel tuo stesso stabile, più o meno.» E giù una risata. Martini si è rotolato per terra, sbattendo il palmo destro sul terreno umido, mentre Guglielmo si teneva la milza con le due mani da quanto gli doleva per il troppo ridere. A un certo punto ci siamo tutti e tre buttati sul sacco verde destinato al salto in alto, sdraiati a pancia in su con il viso rigato di lacrime e la crisi di riso che non voleva passare. È stato il pomeriggio più bello di questa mia nuova vita, intendo quella dove in giro non c’è più nessuno e tutti quanti potremmo scomparire da un minuto all’altro. Per la prima volta, dopo mesi di depressione, non ho pensato al Problema. Fine. Stop. Solo gioco e divertimento. Vi sembrerà assurdo, ma pagherei di tasca mia, se il denaro avesse ancora un valore, per tornare indietro nel tempo e rivivere subito le goliardate messe in scena quest’oggi insieme ai miei nuovi amici. Ovviamente non ce ne sarà bisogno perché domani abbiamo già appuntamento per un altro giro di giostra. Devo sentirmi in colpa? Non lo so, non credo… perché poi? Dovrei forse vestirmi a lutto e attendere la mia fine solo perché il  novanta per cento dei terrestri è sparito? Ho deciso che provare a concedermi qualche momento ludico mi farà solo del bene. Quanto il sesso. Più del sesso. Che poi, tra parentesi, alla fine del pomeriggio, mentre sorseggiavamo le nostre oransode in ossequio al rito inaugurato ier l’altro con Guglielmo, abbiamo affrontato anche dei discorsi più seri. Allora sono emerse tutte le nostre paure e insicurezze, ma condividere il velo di malinconia che si era posato su di noi ne ha reso più sostenibile il peso.

D’accordo, c’è la storia di Martini e mia madre che mi disturba un po’. Prima o poi gliene voglio parlare, ma, in fin dei conti, sono entrambi adulti e vaccinati e mai come in queste ore, vissute sull’orlo dell’apocalisse, i rapporti umani sono stati autentici. Nessuno ha voglia o tempo di fingere. Se si sono innamorati, alla faccia della differenza d’età, buon per loro. Non sarò certo io a immischiarmi in questa relazione, non con l’intento di farla naufragare, quantomeno.

Allora, adesso vi ho ben spiegato in che condizioni sono rientrato dal campo sportivo. Stanco, ma di una stanchezza buona, sana: rilassato, divertito, affrancato dalle cupe riflessioni che mi sono quotidiane compagne. Mentre salivamo le scale Perli ha detto una cosa bellissima (“una ‘perli’ di saggezza” ha subito commentato il sagace Martini): «Penso che solo rimanendo uniti e reagendo con questo spirito agli eventi di questi tempi potremo sperare che qualcosa cambi. Grazie per questa bellissima giornata, amici, grazie davvero…». E, così dicendo, ci ha offerto la mano rovesciata, col palmo verso il basso. Io ci ho messo sopra la mia e Martini la sua, come fanno i moschettieri nei romanzi di Dumas. Mancava solo che esclamassimo ‘uno per tutti, tutti per uno’, ma senza dubbio lo abbiamo pensato. Non ho avuto il tempo, o forse la voglia e il coraggio, di chiedergli del suo numero di cellulare nel biglietto di Fantini. Ci sarà un’altra occasione. Così, zufolando una canzoncina pop, sono entrato in casa, ho sentito subito il profumino della paella misto al sentore di pesca del doccia schiuma di Nadia che si era appena lavata e indossava solo la traversa da cuoca sopra il reggiseno e le mutandine. L’ho abbracciata da dietro facendole sentire la pressione del mio desiderio. Lei si è voltata e mi ha concesso un bacio languido e appassionato. In quel momento avrei persino potuto dirle che la amavo. E lo avrei fatto, credetemi, se non se ne fosse uscita con la bella novità: «Sei contento della sorpresina culinaria, avvocato? Ah... stasera abbiamo ospiti…». E lo ha sussurrato mentre mi sfilava la lingua dalle labbra per sorseggiare dal mestolo di alluminio traforato il grado di cottura di un astice.

Ho fiutato all’istante l’odore delle rogne. «Ospiti? Quali ospiti?». Lei mi ha guardato preoccupata dall’inflessione del mio tono di voce. Poi ha precipitosamente fatto i nomi di don Sergio, Lorenzo e Jenny. Ora, è vero che non poteva sapere della mia litigata dell’altra sera col prete, ma sa che non eravamo comunque in buoni rapporti, ultimamente, e sa altrettanto bene che preferirei mangiarmi una paella cruda piuttosto che condividere il desco con una superficiale donnicciola capricciosa come l’amica di Monica. Inoltre son sicuro che neanche i due chierici avrebbero accettato se agli avesse anticipato che c’ero anch’io. È troppo fresco lo scontro fra me e il don per pensare che uno dei due abbia voglia di fumare il calumet della pace davanti a un risotto di pesce. E infatti il prete non lo sapeva, come mi ha subito confermato Nadia: «Ho detto loro che tu non c’eri, che andavi ad allenarti e poi cenavi giù dai tuoi e che avresti dormito là perché avevamo litigato. Insomma, ho notato che tu e Sergio vi annusate come due capibranco gelosi, ultimamente, e me ne dispiace. Volevo ‘costringervi’ a far pace. Perché lui e Jenny, se vuoi che te la dica tutta, sono le uniche persone degne di questo nome in questa cazzo di prigione e io… io… ecco… volevo soltanto una serata normale, una fottutissima serata normale a ber vino e mangiar pesce, prima che… questa cosa ci inghiotta tutti…». A questo punto han preso a tremarle le labbra, come a una bimba di due anni, e si è messa a singhiozzare. Non so che effetto vi fanno le donne in lacrime. Per il sottoscritto sono una spada nel cuore. Mi commuovo, è più forte di me. Così ho attirato Nadia al mio petto e l’ho abbracciata dicendole che era tutto ok, che avremmo fatto come voleva lei, che non c’era problema, che sarebbe andato tutto bene. Intanto le sue lacrime mi colavano sulla pelle secca degli avambracci e, incastrandosi tra i peli, scintillavano come gocce di brina.

 
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