11 Ottobre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Ottobre

11 Ottobre 2017


11 ottobre, dopo mezzanotte

Vi avevo promesso un resoconto dei miei colloqui con il prete e il geometra, così eccomi qua, dopo aver messo a letto Mauro e lasciato Nadia sola sul divano a guardarsi un film muto del primo dopoguerra. Cominciamo dal Don. Ci siamo trovati da lui, anzi da loro visto che ormai Lorenzo è una propaggine indistinguibile del parroco; lo tallona dappertutto, come un angelo custode troppo zelante, anche se la cosa non pare infastidire troppo il sacerdote. Ad ogni buon conto, ho scampanellato verso le nove, dopo cena. Sergio mi ha aperto con un sorriso tirato e mi ha fatto accomodare. Io gli ho chiesto se potevo dare un occhio in giro. Ero veramente curioso di vedere come fossero riusciti, i due chierici, ad esorcizzare quell’appartamento dall’aura di sensualità di cui la Guidobaldi lo aveva intriso. Beh, la risposta è: alla grande. A parte le stanze cui avevo già accennato, monacali e spoglie come si conviene a quelle destinate a ospitare due pastori d’anime, adesso spiccano anche diversi accessori ‘professionali’ come crocifissi d’epoca, rosari spagnoli, icone orientaleggianti, poster di scenari alpini commentati con brani del vangelo o stralci di salmi particolarmente suggestivi. Parecchi cuscini bianchi in salotto posati sopra una stuoia di vimini. Per il resto, mobili dalle linee squadrate, severe, sedie con gli schienali rigidi che invitano alla penitenza, tavoli con i margini slabbrati e barcollanti su gambe malferme che richiamano alla povertà. Nell’insieme, può venirti voglia di confessarti se non sei proprio refrattario ai riti di Santa Romana Chiesa come il sottoscritto.

Ci siamo accomodati in quello che credo sia il loro angolo della preghiera, probabilmente destinato alla celebrazione dell’eucaristia: una sorta di vano a parte ricavato stendendo un paio di lenzuola matrimoniali a mo’ di parete divisoria nella parte terminale del salotto. Per terra, un tappeto ottenuto cucendo tra loro drappi di juta, quella di cui son fatti i sacchi di patate, per capirci; altro tocco molto francescano, apprezzabile, non fosse per la puzza di polvere rappresa che mi ha fatto starnutire più volte. Appoggiato al muro, un piccolo stereo Kenwood che doveva costare molto quando fu acquistato (a quanto pare, il regalo dei genitori a don Sergio il giorno della sua ordinazione) e che oggi ha il solo compito di fungere da altarino. Una tovagliola candida e bordata di motivi floreali lo copre e, sopra, vi sono appoggiate una coppa d’oro e il piattino, dello stesso colore, per le ostie. Il don non ha neppure accennato a offrirmi qualcosa, il che non mi è parso normale vista la sua abituale ospitalità. Mi ha invece chiesto se mi dava fastidio unirmi a lui e a Lorenzo nella recita delle preghiere serali. Gli ho detto di sì purché mi garantisse che saremmo riusciti a ultimarle prima di colazione. Ha sorriso, mi ha consegnato un libriccino di meditazioni cristiane e abbiamo cominciato. Deve aver capito che non ero dell’umore giusto perché ha snocciolato le varie invocazioni con un’insolita rapidità e interrotto il canto ‘Santa Maria del Cammino’ subito dopo il ritornello facendo cenno al seminarista di fermarsi all’inizio della seconda strofa. Quindi si è fatto il segno della croce e si è seduto su un cuscino, con le gambe incrociate e le mani che massaggiavano le punte dei piedi sporgenti dall’incavo delle cosce. Monica non saprebbe far di meglio con le sue asana. Intanto, Lorenzo si è alzato ed è tornato con un vassoio di cartone, riciclato da qualche cabaret di pasticcini, che reggeva tre tazzine di ceramica colme a metà di un liquido scuro. «È una grappa alla liquirizia che viene dalle terre dei miei nonni. Montagna, altopiano di Asiago. Provala, è eccellente». Io l’ho trangugiata in un sorso pensando che, forse, il mio amico sacerdote non era in collera con me, dopotutto. Lui e Lorenzo hanno sorseggiato le loro porzioni più piano, studiandomi in silenzio. Poi, finalmente, Sergio ha parlato.

«Allora… avvocato, ti pesa davvero così tanto pregare un pochettino? Non pensi che sia arrivata l’ora, ormai, in cui il modo migliore di usare la bocca sia quello di invocare clemenza e perdono a Nostro Signore?». Non sono riuscito a trattenermi: «Se è per questo, di modi di usare la bocca ne conoscerei altri che potrebbero rendere il nostro transito finale in questa valle di lacrime più piacevole, caro il mio prete». La fronte di Lorenzo si è fatta rubizza, mentre Sergio ha dapprima sorvolato, fingendo di non capire la mia volgare allusione, poi ha deciso di affrontarmi: «Mi sono già scusato con te per la mia freddezza degli ultimi giorni per cui vorrei non tornare sull’argomento, anche se il tuo sarcasmo mi fa pensare che non lo consideri un conto ormai già chiuso». Mi sono sentito un cretino e gli ho risposto semplicemente: «Touché, Sergio. Hai ragione, ho detto una cazzata. Non farci caso, siamo tutti sempre più nervosi e ti giuro che non provo alcun risentimento verso di te. Adesso balliamo sulla stessa pista e probabilmente abbiamo le giornate, se non le ore, contate. Ergo, veniamo al sodo. Dimmi cos’hai scoperto». Lui ha scambiato un’occhiata d’intesa con Lorenzo che gli ha allungato dei fogli spiegazzati, estraendoli dalla tasca davanti dei calzoni. Erano alcune pagine A4, in parte stampate, in parte riempite con una calligrafia fitta e nervosa. «Vedi, avvocato, dopo quello che è successo a casa di Fantini non ho dormito per parecchie notti e non sai quanto mi sono arrovellato a riflettere su quella specie di rompicapo che il mio povero parrocchiano ci ha lasciato in dono. Ho pregato, tanto, ma senza esito. Poi, una mattina, si è presentato alla mia soglia lui, Lorenzo Chiereghini; aveva perso il direttissimo per Roma dove l’avevano assegnato a un’unità di crisi messa in piedi dal Vaticano per monitorare tutta la situazione. Cercava un ricovero per dormire perché il nuovo treno sarebbe partito solo il giorno dopo. Ovviamente non l’ho messo alla porta, anche perché ero stanco di passare le nottate vagando da una stanza all’altra della canonica in attesa dell’aggressione di qualche malintenzionato che volesse davvero spedirmi all’inferno. La mattina dopo Lorenzo ha ricevuto un messaggio dall’Ufficio Sistemi Informativi della Santa Sede che lo invitava a sospendere il viaggio perché anche il prelato che avrebbe dovuto coordinare il team era scomparso. Nel frattempo, io l’avevo informato delle vicissitudini degli ultimi tempi, compresa la nostra incursione nella casa di Fantini, i messaggi e tutto il resto. Beh, diciamo che, dopo qualche giorno, Lorenzo ha avuto un’intuizione. Raccontaglielo tu». Sergio ha dato l’abbrivio al seminarista che si è sistemato gli occhialini sul naso, mi ha guardato in modo decisamente poco amichevole e, dando prova di una capacità di sintesi fuori del comune, mi ha riferito in cosa consistesse la sua idea. «Di quello che mi aveva raccontato Sergio, mi è rimasto impresso il brano dell’Apocalisse, ma soprattutto la parola che vi è menzionata.»

«Cioè?» ho chiesto.

«Filadelfia; vuol dire Città dell’amore fraterno ed è con questo significato, secondo l’esegesi comunemente accettata, che l’apostolo Giovanni vi ha fatto riferimento. Però…»

«Cosa…» l’ho incalzato io. «Però quello è anche il nome di una città americana e io ero sicuro di averlo già sentito da qualche parte. Vede, avvocato, occupandomi di tradizioni eretiche, gnosi, esoterismo, spiritualismo e di tutte queste materie di confine (anzi ben oltre il confine dell’ortodossia) mi sono trovato a imbattermi, durante le mie ricerche, nelle più diverse, astruse, incredibili narrazioni. Una riguarda il cosiddetto… esperimento di Philadelphia, che sarebbe avvenuto il 28 ottobre 1943 per opera della U.S. Navy sotto la guida di un certo dottor Rinehart…» L’ho guardato storto, lo ammetto: «Senti Lorenzo, possiamo darci del tu vero? Francamente parlando, che cazzo può c’entrare un esperimento militare della marina americana di settantaquattro anni fa con quello che sta succedendo oggi?». Lui mi ha zittito con un gesto dell’indice portato perentoriamente alle labbra, si è guardato alle spalle come se qualcuno potesse intercettare o registrare la frase che stava pronunciando: «Bene. Se ti dicessi che, in quella occasione, il cacciatorpediniere USS Eldridge (DE-173) ormeggiato nel porto di Philadelphia, scomparve per parecchi minuti per materializzarsi a Norfolk, in Virginia, e ricomparire nella città dell’amore fraterno dopo un po’?».

Intendiamoci, se mi avesse dato questa informazione un anno fa lo avrei preso per un idiota infoiato in qualche gruppo underground del filone cospirazionista. Solo che un anno fa non era ancora scomparso circa il 90% della popolazione mondiale. Così mi sono limitato ad afferrare la bottiglia di grappa, ne ho trangugiato una boccata tenendo il collo di vetro rovesciato in verticale all’altezza del mio esofago e poi ho domandato: «In quali altre parti della bibbia è citata la parola Filadelfia?».
«Nessuna» ha risposto Sergio e siamo rimasti a guardarci senza parlare.

 
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