11 Ottobre 2017 bis - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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11 Ottobre 2017 bis


11 ottobre 2017, dopo le due di mattina

Mi sono addormentato un’altra volta con la faccia spalmata come una bistecca sulla tastiera. Nadia deve aver avuto il buon cuore di spegnere il pc per evitare di farmi friggere dal calore e dalle radiazioni dello schermo. Si è guardata bene dallo svegliarmi perché sa quanta fatica mi costa lasciarmi andare alle spire di un buon sonno. Mi ha anche posato sulle spalle una copertina di feltro color panna drappeggiata con tanti cuoricini di velluto rosso e non credo l’abbia scelta a caso. E' un modo delicato per farmi capire quanto mi voglia bene e, tanto perché il messaggio sia chiaro fino in fondo, ha pure appiccicato un post-it sullo schermo al plasma nero con su scritto ‘ti amo’. Non è nel suo stile e, forse proprio per questo, mi sono commosso. Non so se è normale farsi intenerire dalla dichiarazione di una per la quale non si prova  un identico trasporto, ma non me ne frega niente. Nadia è così cinica, dura, selvatica a volte, che ogni sua attenzione acquista un valore immensamente più grande di quella  che potrebbe riservarmi qualsiasi altra donna. Penso mi ami davvero ed è una delle ragioni per cui non ho ancora ceduto in toto all’attrazione che provo per Monica e alla voglia disperata che ho di vivere con lei e di trascorrere le ultime notti che mi merito su questa Terra intrecciato al suo corpo, dopo aver fatto l’amore. A pensarci bene, è  il medesimo impulso che ha spinto la mia compagna ufficiale a vergare in fretta e furia quelle due parole con l’inchiostro di un tratto pen sul quadratino giallo di una foglietto per gli appunti. Credo si chiami ‘voglia di dire ciò che si prova e di comportarsi di conseguenza’.

Avete presente il classico giochino che, di tanto in tanto, salta fuori alle cene tra amici quando ci si annoia e il barzellettiere di turno è poco ispirato? «Cosa faresti se fosse l’ultimo giorno della tua vita?». Difficile che la risposta riguardi un’azione o un pensiero banali. L’ultimo giorno assegnatoci dal destino lo immaginiamo, di regola, immersi in tutte quelle esperienze così importanti, ma che abbiamo sempre rimandato. Non avevamo tempo di occuparcene e, all’improvviso, si rivelano per ciò che realmente sono: le uniche che contino davvero qualcosa. Come scrivere ‘ti amo’ a uno che ti manda affanculo dalla mattina alla sera, appunto, oppure starsene avvinghiati come edere nei giardini d’estate. Ecco, per noi, ultimi rappresentanti  di un’umanità votata all’estinzione, quella domanda è un tormento quotidiano, solo che Nadia ha le palle per prenderla sul serio e io no. Per questo conserverò con cura il post-it anche se non avrò coraggio di tornare sull’argomento, domattina.

Ma veniamo a dove ci eravamo lasciati, l’esperimento di Philadelphia. Dopo due o tre minuti di smarrimento, ho cercato di fare il punto della situazione con Sergio e Lorenzo. Mi sono fatto passare una bibbia e abbiamo riletto la famosa frase dell’apocalisse segnata a matita in quella del Fantini: Apocalisse 3: 7-8: «Per la chiesa che è nella città di Filadelfia scrivi questo: così dice il Signore, che è santo e verace, che ha in mano la chiave del regno di Davide; quando egli apre, nessuno può chiudere e quando egli chiude, nessuno può aprire». Il don mi ha fatto notare, anche se era perfino superfluo, che la casa del suo parrocchiano era stata rivoltata come una calza, che se avesse tracciato un messaggio qualsiasi, da qualunque altra parte, nel suo appartamento, gli intrusi (che lui aspettava da un giorno all’altro) l’avrebbero trovato. Dunque, poteva solo limitarsi a lasciare un segno, come una bibbia spalancata nella casa di un agnostico convinto, che chiunque avrebbe ignorato. Tranne uno che il Fantini lo conosceva bene. Come don Sergio, che ha concluso: «Per questo sono convinto che quel passo dell’Apocalisse è un allarme. Lui aveva bisogno di attirare la mia attenzione su un esperimento come quello di cui ti ha parlato Lorenzo e l’unico modo era servirsi di un libro che parlasse di quella città. Io sono persuaso che ha dovuto decidere nell’arco di pochi secondi da quando ha compreso che qualcuno stava penetrando nella sua abitazione. Fantini aveva una cultura spaventosa e, con ogni probabilità, gli è venuto in mente quel passo, anche se Lorenzo ha una teoria tutta sua, ancora più radicale». Ho guardato l’azzimato seminarista con aria interrogativa. Lui ha cercato, con gli occhi, l’approvazione di quello che considera, a tutti gli effetti, il suo superiore, poi ha sussurrato: «Secondo me, non ha scelto all’ultimo istante. Se leggi bene quella frase, non parla solo di Filadelfia, ma anche di un momento in cui ‘nessuno può chiudere e nessuno può aprire’».

«Ergo?» l’ho incalzato io, morso dalla curiosità. Di nuovo, lo scambio veloce di assenso con Sergio. Forse temeva che potessi fare un cattivo uso delle informazioni che mi stava fornendo. «Beh, secondo me è una profezia, di quando, nella Terra, nessuno potrà più aprire le porte della vita, cioè nascere, o chiuderle, cioè morire». È seguito un altro lungo momento di silenzio, mentre l’interpretazione di Lorenzo fluttuava nelle stanze della mia mente che si rifiutavano di darle asilo: «Mi stai dicendo che duemila anni fa qualcuno sapeva quello che sarebbe accaduto ai nostri giorni e lo avrebbe messo nero su bianco su un brandello di papiro?». Sergio mi ha troncato in gola la risata: «Vedi, avvocato, neanche a me sembra probabile, ma, a differenza di te, inserisco quest’ipotesi nel novero delle possibilia, capisci? Perché no? Non pensi che dovremmo rivedere del tutto i nostri giudizi personali su ciò che merita o meno di essere creduto dopo quello che è successo da maggio in poi? Cioè, tu puoi credere che sei miliardi e mezzo di persone svaniscono nel nulla, ma ti sembra un’idiozia che un profeta lo abbia preconizzato venti secoli fa? Se devo essere sincero, a me pare quasi più plausibile la seconda circostanza della prima. Ma, evidentemente, la nostra passione per la ricerca, la nostra voglia di venire a capo del mistero non ha più la stessa intensità».

E’ chiaro che non potevo accettare quella frecciata, così mi sono scagliato contro il don e vi assicuro che, in quegli istanti, la grisaglia di lino del suo gilet mi produceva l’effetto del telo vermiglio sventolato sotto le pupille di un toro. Ho provato un odio, una rabbia, un risentimento che trascendeva la sua persona e che magari meritava di essere meglio indirizzato. Ma io, purtroppo, non avevo altri preti da strozzare nelle vicinanze. A parte Lorenzo, che prete non è. Così, senza accorgercene, ci siamo trovati l’uno con le mani alla gola dell’altro, le bocche digrignate in una smorfia canagliesca e le vene del collo e delle tempie gonfie da scoppiare. Ne hanno fatto le spese l’altarino, la bottiglia di liquore e altra paccottiglia clericale che stava in bilico su alcune mensole. Tutto travolto dalla nostra furia. Il fatto è che Sergio è forte, cazzo se è forte. Mentre cercavo di scrollarmi le sue zampe di dosso mi sono tornati in mente gli attrezzi da ginnastica che teneva in canonica e mi sono dato mentalmente dell’idiota. A differenza sua, io sono fuori forma avendo esercitato, negli ultimi tempi, solo un paio di organi, uno dei quali è il cervello e nessuno dei due è un muscolo. Però, lo ammetto, mi sentivo stranamente carico anch’io. Tenevo botta, il prete non riusciva a piegarmi. Il mio avambraccio butterato dall’eczema gli affondava quasi tra il mento e il labbro inferiore e ho notato che ne provava ribrezzo da come ha contratto le narici e aggrottato le ciglia. Così gli ho detto, col fiatone: «Checcazzo vuoi da me prete di merda? Eh? Cosa vuoi? Mi devo inginocchiare? Mi devo confessare? E tu? Quando lo farai tu, così solerte nel giudicare gli altri? Quando pronuncerai il mea culpa per i tuoi pensieri impuri?». Sergio ha dovuto ricorrere a tutta la sua energia per scostare il mio braccio dalla sua bocca quel tanto da poter borbottare: «Avvocato, calmati, calmati. Mi sono spiegato male. È una pazzia farci la guerra fra noi». Però non era vigliaccheria la sua, era solo una tattica manipolatoria, un’astuzia da piazzista per farmi credere di avere la vittoria in pugno e questo mi ha fatto infuriare ancora di più. Credo che sarebbe finita male se il chierichetto non avesse attirato di nuovo la nostra attenzione sul problema, distogliendola da quella sfida senza senso: «Guardate che forse non è una profezia. E' un messaggio». Ci ha bloccati, come due automi elettrici cui qualcuno stacchi all’improvviso la spina. Ci siamo gradualmente lasciati andare, cercando di ricomporci e riassestando i vestiti gualciti.  Poi il Don ha chiesto, ansimando: «Che vuoi dire Lorenzo?».

«Secondo me è un messaggio in codice. Il tempo di impiegare la tecnologia messa a punto con il Philadelphia experiment sarebbe giunto allorquando un’altra tecnologia o ritrovato avrebbe permesso di congelare il transito umano sulla Terra.»

«Congelare? Il transito umano? Come diavolo parli?» ho ripetuto io, piegato sulle ginocchia. «Sì, anime bloccate su questa dimensione terrestre per un certo periodo di tempo. Niente più nascite né morti. Inizio del trasporto. Ciò che è stato testato a Filadelfia nel ’47 può iniziare a essere usato». Ho guardato Lorenzo negli occhi cercandovi le tracce di qualche psicofarmaco, magari sotto forma di un reticolo di capillari a irrorare l’albume intorno all’iride. Un po’ me ne intendo, sapete. Oppure l’inconfondibile odore della marijuana o di qualche pasticca sintetica. Niente, quel ragazzo era fottutamente serio e il suo alito sapeva di aranciata. Io non ne potevo più di starmene a sentire le loro stronzate prive di qualunque riscontro e così li ho guardati con compatimento e me ne sono andato via sbattendo la porta.

 
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