11 Dicembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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11 Dicembre 2017


11 dicembre 2017, ore 7:00

È mattina presto. Sergio e Mauro dormono ancora e non mi va di svegliarli. Qui, in questa casetta, non si sta male. C’è un bel pezzo di giardino. Sergio ha anche trovato il tempo per livellare l’erba del prato che era ormai fuori controllo, quanto a lunghezza, oltre che infestata dalla gramigna. Io ieri sera ho preparato una torta di lievito, burro e cioccolato. Il burro era nel freezer ancora incartato. Ho usato una bustina di Paneangeli piena per metà e una contenente il necessario per i dolci fatti in casa. Somiglia a una di quelle robe precotte che, prima di tutto quello che è successo, non mi sarei mai sognata di cucinare, tantomeno di mangiare. Adesso invece… a loro due è piaciuta un sacco e anch’io me ne sono ritagliata una fettina. Nella casa si è sparso un profumo intenso di cacao e vaniglia. Mentre la mettevo al centro del tavolo mi è venuto da pensare che sembriamo quasi una famiglia felice: la casetta di periferia, la torta appena sfornata, il praticello rasato di fresco.

Peccato che siamo completamente fuori posizione. Ciascuno di noi lo è. Mauro è un handicappato mentale che avrebbe bisogno di ben altre cure, io una single che non è mai riuscita a consolidare un rapporto decente con un uomo, Sergio un prete che (probabilmente) non ha mai fatto l’amore. Senza contare che gli ultimi due che ho citato (il sacerdote e la sottoscritta) sono pure due omicidi in attesa di venire a patti con la propria coscienza. Comunque sia, io la decisione l’ho presa. Non ce la faccio ad andare avanti così. E neppure sopporto l’idea di un futuro da trascorrere alla disperata ricerca di qualche sopravvissuto con cui condividere i ricordi di prima della catastrofe. La farò finita entro breve, non appena concluderò questo diario. Non ho ancora deciso il come, ma lo considero un dettaglio. Non dirò nulla a Sergio, ovviamente. Farebbe di tutto per dissuadermi, anzi, forse, conoscendolo, mi costringerebbe a desistere. Sia perché è un prete e lo deve ai principii in cui crede, sia perché mi vuole bene.

Ecco il vero problema. Anch’io gliene voglio e non intendo star qui ad aspettare che questo sentimento aumenti fino a raggiungere il livello di guardia: quello in cui non puoi più portare a termine una certa cosa per la paura di far soffrire chi ami e per la disperazione di non doverlo più rivedere. Adesso sono ancora in tempo.

Lui mi piace, d’accordo. Gli unici momenti della giornata in cui mi pare di tirar fuori la testa da quella pozza d’acqua scura e stagnante che è la mia depressione, sono quelli in cui lo guardo: chino sul tavolo a ripassare i suoi progetti, inginocchiato vicino alla falciatrice, seduto con una fetta di dolce in mano e il ciuffo obliquo sul viso. Non mi resta che scrivere più in fretta per chiudere questa partita.

Allora direi di riprendere da Lorenzo. A lui penso spesso, perché è stata la chiave della comprensione per tutti noi, perché è un essere speciale (come Jenny, del resto), perché mi punge un ridicolo senso di colpa ogni volta che Sergio mi sfiora la mano e a me viene in mente quella notte che ho trascorso con il chierico. Circa un mese e mezzo fa, quando già dormivamo tutti e cinque nello stesso appartamento per timore di ritorsioni o attacchi prematuri del popolo di sotto, ci siamo trovati in cucina. Lui stava frugando nel frigo in cerca di cibo, io avevo un mal di testa tremendo. Abbiamo chiuso la porta del reparto notte per non disturbare gli altri e siamo rimasti a parlottare per un bel po’. Io già sapevo di lui, della sua identità (quelle cose che presto vi rivelerò) e mi incuriosiva, lo stuzzicavo. Volevo capire com’era stata la sua vita, com’era arrivato fin qui, come se ne sarebbe andato. Lui, con quella faccia da topo di biblioteca, era, come sempre, elusivo. Non faceva che rispondere alle mie domande con altre domande. Riportava continuamente l’attenzione su di me.

«Uno psicologo fenomenale saresti!» gli ho detto a un certo punto, ridendo. Ma ho continuato a parlare seriamente. Di me, delle mie insoddisfazioni, dell’angoscia ineliminabile che tutta questa vicenda mi aveva messo in corpo, della nostalgia per Ruggero, un po’ ridicola ora che sapevo che cosa stava diventando. Alla fine, però, non so che mi è successo, ho voluto provocarlo. Gli ho chiesto a bruciapelo se fosse mai stato con una donna. Lui è arrossito. Ho insistito, domandandogli se, nella sua dimensione di provenienza (poi capirete), erano contemplate certe… distrazioni. Mi divertiva vederlo così imbarazzato. E mi eccitava, anche. Fra l’altro, sentivo che fare sesso era l’unica cosa in grado di salvarmi, in quel momento, dall’ondata di panico che ogni giorno tenevo a bada e da cui, quotidianamente, rischiavo di essere travolta. Così l’ho stuzzicato fino in fondo, ho afferrato le sue mani e me le sono portate al seno. L’ho spogliato. Ci siamo presi. È stato tutto molto strano, devo dire, ma bello. Inusuale. Fra l’altro, con addosso la paura di essere beccati in piena notte da qualcuno dei nostri coinquilini. Una fifa ridicola, da studentelli, ma in grado di farmi staccare per un attimo la testa dall’ossessione per ciò che stava accadendo. Poi più nulla.

Non siamo tornati sull’argomento, né a parole, né coi fatti. Lui non ci ha provato altre volte, io non gliene ho dato l’occasione. Ora mi resta il ricordo un po’ struggente di quella notte, ma anche il rimorso per averlo fatto tradendo così il sentimento che provo adesso per Sergio. È assurdo, vero? In fondo, allora non stavo con nessuno, eppure ho questa scheggia di dispiacere che non va via. Ma è solo questione di giorni. Entro breve sarà inghiottita, insieme a tutto il resto.

 
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