10 Novembre 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

Vai ai contenuti

Menu principale:

Novembre

10 Novembre 2017


10 novembre 2017, otto di mattina

Dieci giorni di snervante attesa. Non ho scritto nulla perché non c’era nulla da scrivere. In realtà ho compilato pagine fittissime con una Bic a inchiostro rosso, ma più per sfogare le mie smanie di grafomane che per effettiva necessità. Infatti, non ve le trascrivo perché non vi direbbero nulla d’importante. Sono solo frammenti, stralci, memorie, pezzettini di ricordi, elucubrazioni, sogni, progetti per quando quest’agonia avrà termine. Tolti i miei deliri letterari, cui dedico buona parte del tempo che mi resta una volta esauriti pettorali, addominali e spinning, poco o niente da segnalare. Noi di qua, i Neri di là, a guardarci in cagnesco, senza comunicare. Ad aspettare un rendez vouz con la FINE che non arriva mai.

Oggi, però, è diverso. Oggi qualcosa è successo, anzi, per meglio dire, è stato scoperto da Emanuele che, fra gli altri hobby che lo tengono in vita, oltre ai pesi e alla corsa, ha anche quello della radiofonia. Prima però, un breve riassunto delle ultime puntate e ci metterò poche righe, non allarmatevi. L’esistenza conventuale che conduciamo dentro queste mura somiglia sempre più a una sequela di giorni cadenzati da poche abitudini, come quelle dei frati trappisti. Mattina, sveglia verso le otto. Poi ognuno si dedica alle sue passioni: io e Emanuele allo sport, Monica allo yoga e alla lettura, Guglielmo allo studio dei filosofi dell’Ottocento, il suo trip preferito (è un nietzschiano convinto), mamma al cucito. Pranzo e cena insieme a chiacchierare e serate all’insegna dell’intimità. Emanuele e mamma ci danno dentro, lo so perché mi è capitato di sentirli ansimare passando a raso della porta del loro appartamento. Del resto non posso biasimarli. Lei è rifiorita da quando sta con Martini e le si darebbero vent’anni in meno rispetto a pochi mesi fa. Lui ha un fisico sempre più scolpito ed entrambi si sentono nell’acme di una seconda giovinezza cui bisogna pur dare un qualche sfogo. Tra me e Monica fila tutto liscio sotto ogni punto di vista. Intesa spirituale che si affina (più che altro sono io ad avvicinarmi, un passettino alla volta, alla sua statura mentale e morale, da asino e scettico impenitente che ero). L’unico che mi fa un po’ di compassione è il geometra. Non capisco come possa andare avanti senza dar fiato ai suoi ormoni. Le poche volte che gliel’ho fatto notare mi ha investito con una filippica sulle tradizioni tantriche e sul benessere psicofisico che si può trarre da una castità deliberatamente scelta. Insomma, contento lui, contenti tutti.

Quanto ai Neri, li si vede sempre meno in giro. Persistono a coltivare le loro pratiche ermetiche, ma circolano per le scale e giù in cortile solo nelle primissime ore della mattina, quando ancora non albeggia e nella tarda serata, dopo che il cielo si è incupito a sufficienza da fare giustizia degli ultimi raggi del sole. Lo so che è curioso quest’abbinamento fra i vestiti tenebrosi e grunge che portano e i ritmi circadiani che li contraddistinguono. Non fa che rafforzare la nostra paura in una loro conversione al lato oscuro della forza come dice scherzando, ma neanche troppo, il buon Perli. L’altra sera, per puro caso, ho visto Nadia che saliva dopo aver preso una boccata d’aria in giardino. Mi ha fatto impressione. Si è tagliata i bei capelli che aveva e ora ha una peluria corvina che le ricopre il capo con la rada consistenza della buccia di un kiwi. La faccia è pressoché tutta impiastricciata di qualche tintura nerastra, le unghie lunghe e laccate con la stessa sfumatura. Quello che mi ha turbato è stata la sua reazione nell’incrociarmi. Un misto di odio e di paura, un cocktail terribile se shakerato nell’animo di una donna che fino a qualche settimana prima ti adorava. Ha aderito con la schiena al muro e mi ha superato tenendo gli occhi bassi. Mi dispiace dirlo, ma ho provato persino disprezzo per lei, per come si è lasciata andare, anziché avere cura di se stessa, del suo corpo e soprattutto della sua mente. È scivolata via senza parlare, lasciandosi dietro un afrore che non ho saputo identificare, un olezzo cattivo, comunque, dolciastro. E dire che si è pure portata le mani alle narici mentre mi transitava di fianco. Insomma, vittima del suo stesso odore. Se non fosse che la tensione tra i due gruppi si taglia con la roncola, mi verrebbe da fare un salto dal prete per chiedergli di avere cura almeno delle sue donne se non ci riesce con se stesso. Sto parlando di igiene, cazzo! Non sopporto di vedere la mia Nadia ridotta in quello stadio, ma il geometra continua a ripetermi che sarebbe un errore, adesso, esasperare i toni. Viviamo in una polveriera, mi dice sempre, basta un cerino e salta tutto per aria. Sarà, ma intanto? Intanto i mass media son quasi tutti schiattati (con la significativa eccezione che tra poco vi rivelerò) e tra noi della ciurma si va facendo strada una convinzione che avrei giudicato folle fino a un paio di mesi fa e che invece, ora, mi pare di una logica inappuntabile: se questa è la fine del mondo, se i tempi dell’apocalisse ci hanno raggiunto, perché noi siamo ancora qui a interrogarci sul futuro in un mondo desolatamente vuoto? Forse siamo gli eletti? Forse dobbiamo solo aver fede in un prossimo, imminente, nuovo inizio? Una Terra nuova, cieli nuovi, un’altra umanità? Nelle conversazioni conviviali è l’ipotesi più gettonata. Il problema è che, se davvero è così, se per qualche imperscrutabile ragione siamo stati scelti e salvati, il ruolo dei Neri diviene ogni giorno più chiaro. Hegel direbbe che sono l’antitesi, il nostro contraltare. Non sono qui per condividere con noi il salto evolutivo, ma per cancellarci. Non so ancora come e quando accadrà, ma è solo questione di tempo. Va bene, lo confesso, sono l’unico del mio gruppo che sta seriamente pensando che non ci sarà una seconda chance per nessuno. Se non ci difendiamo, se non colpiamo noi per primi, faremo la fine dei pesci in barile. Né Monica né Guglielmo vogliono sentire parlare di violenza, ma continuo a chiedergli se sperano che un qualche cherubino verrà a trarci fuori dagli impicci quella maledetta notte in cui i Neri suoneranno alla nostra porta per portarci via. Loro o chi li supporta, là fuori. Il discorso finisce qua perché, a parte qualche cenno di intesa con Emanuele, che però non ha coraggio di spalleggiarmi apertamente, il dibattito si chiude sempre allo stesso modo: con un invito ad aver fede, che la sintesi arriverà da sé, che se davvero, come crediamo, c’è un’Entità che ci vuole bene e ci protegge, non permetterà che nessuno ci faccia del male.

Ma veniamo alla scoperta di Emanuele. Stamattina è corso da me, mentre meditavo davanti allo schermo bianco del mio laptop, e mi ha quasi trascinato in cantina, insieme a Perli. Quando siamo stati lì, ci ha chiesto, a bruciapelo, se sapessimo cos’erano le radio Ghost. Entrambi abbiamo scosso il capo, guardandolo con sospetto. Lui ci ha subito ragguagliato: «Si tratta di stazioni che trasmettono solo in onde medie, a bassa frequenza. Non FM, per capirci, non come Radio End. Per tutto il secondo dopoguerra, se foste stati patiti marconisti e aveste avuto la strumentazione idonea, vi sareste imbattuti in parecchie stazioni fantasma che trasmettevano sequenza ininterrotte di numeri, cifre, lettere in apparenza prive di significato. Erano il canale preferenziale dei servizi segreti di molti paesi, sia della NATO sia del blocco sovietico. Poteva capire solo l’agente che era dotato del codice per decrittare le strisciate di cifre che una voce atona immetteva nell’etere, giorno dopo giorno. È chiaro?». Abbiamo annuito senza realizzare dove diavolo volesse andare a parare, ma Martini è stato rapidissimo nella sua spiegazione: «Oggi, dopo tanto che non lo facevo, ho provato a sintonizzarmi su qualche radio Ghost. Beh, sapete cosa c’è? Trasmettono tutte lo stesso codice». Io l’ho interrotto con un gesto della mano come dire che ce ne fregava poco. Ho aggiunto che non avevamo la chiave per decifrarlo, poteva significare qualunque cosa e, soprattutto, avevamo già il nostro bel daffare nel tentativo di capire cosa diavolo volessero dire i numeri incollati sotto la Vespa del prete. Emanuele mi ha osservato con la smorfietta del secchione che ha appena preso in castagna il prof: «È proprio qui che la cosa si fa interessante, cari miei. Sapete qual è il codice che veicolano? Tutte, nessuna esclusa, a qualunque ora del giorno e della notte? 34 56 28 – 42 39 17, i sei numeri della Vespa di don Sergio».

 
Torna ai contenuti | Torna al menu