10 Agosto 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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10 Agosto 2017


10 agosto 2017, 6 di mattina

Sono stanco. Molto stanco. Sono anche profondamente sconvolto per ciò che ho visto e che, forse, non dovevo vedere. La stanchezza, magari, è dovuta alla notte in bianco a girare come un carbonaro per il centro e passerà con una buona dormita. Ma lo sconvolgimento no, quello non credo. Non ci capisco più niente e vi assicuro che è una sensazione assai spiacevole. Chi usa comunemente questa espressione dovrebbe impiegarla con parsimonia. Perché trovarsi a non capire più nulla veramente, non per modo di dire, è come essere un criceto vissuto sempre tra la gabbietta e la ruota e improvvisamente liberato nel traffico cittadino. È disorientante, è angosciante, una specie di goccia cinese che lentamente ti corrode il cranio e ti fa impazzire. Tutto è cominciato perché la mattina dopo la famosa cena di paella mi sono svegliato con la febbre e intasato dal raffreddore. Forse è qualcosa di psicosomatico come mi continua a ripetere mia madre durante le sue quotidiane telefonate (dove cazzo l’avrà imparata quella parola, poi?). Può esserci del vero. Ho paura di uscire di casa per dover scoprire che con Nadia è tutto finito e che con Monica non inizierà mai nulla. Fatto sta che il raffreddore che mi sono beccato, in piena estate, mi ha comunque offerto una scusa plausibile (soprattutto ai miei occhi) per non dover mettere il naso fuori. Così mi sono trascinato dal letto alla cucina per settantadue interminabili ore inframmezzate solo dalla necessità di coordinare le giornate di Mauro o da quella di eseguire gli ordini telefonici del medico di base: suffumigi ad alto concentrato di erbe puzzolenti, tachipirina, aerosol e iodosan gola alla bisogna. Solo ieri mi si sono sturate le orecchie a furia di aerosol e sono così uscito da quel tremendo senso di isolamento, tipo essere intrappolato in una campana di vetro, che ti dà la sinusite quando non scherza. E ho ricominciato ad arrovellarmi, se mai avevo smesso. Così, mi è venuta la brillante pensata di fare una puntata in centro sfidando il coprifuoco. D’altra parte, quando mi mettono dei paletti è più forte di me l’esigenza di svellerli dal terreno per scoprire cosa capita. Ero così già da bambino e non è che, una volta cresciuti, si cambi poi molto. Non so neppure con esattezza cosa mi attendessi di trovare. Era più una mossa dettata dall’istinto che non da un calcolo preciso. Avvertivo quasi una sensazione fisica, un prudere alla bocca dello stomaco che per me equivale allo starter che invita il velocista all’azione. In fondo, non credo che le conseguenze possano essere così pesanti se ti beccano. Sì, certo, c’è la legge marziale, ma avranno pur messo in conto, mi dicevo, che all’inizio qualche deficiente sarebbe uscito per fare la bravata o, semplicemente, per dimenticanza.

Così, ho imbottito di valeriana Mauro. Quando si è addormentato precipitando nel solito sonno comatoso, ho aspettato ancora un paio d’ore, poi mi sono infilato un paio di jeans neri, una felpa dello stesso colore, il giubbotto di cuoio e una caciottina blu scuro che mi copriva i riccioli castani. Erano le una e trenta. Notte senza luna. Il cielo come il coperchio rovesciato di una pentola affumicata dal vapore. Le rade luci dei lampioni proiettavano ombre sinistre sulle case. Nessuno in giro. Ho camminato per un po’ senza meta, temendomi rasente ai muri, il più possibile nel cono d’ombra delle colonne dei portici senza incrociare anima viva. Anche dietro le porte chiuse, le tapparelle abbassate, i balconi serrati delle case. Non si udivano rumori. Ho pensato che, oramai, siamo davvero un paese in guerra. Un cimitero di gente scomparsa oppure rintanata nei rifugi ad attendere il peggio. Mi ha colpito poi che non ci fosse manco un barbone male informato o, semplicemente, un ribelle che sfida l’autorità imbrattando i muri con lo spray. Niente. La livida scenografia di un film muto degli anni 20. O un noir francese, di quelli senza scampo. Ho camminato parecchio chiedendomi dove diavolo fossero i cellulari della pula, i soldati chiamati a far rispettare ai cittadini (sudditi?) la consegna del confino dentro le proprie case. La risposta non ha tardato ad arrivare. Prima un camioncino coperto con le inconfondibili chiazze mimetiche verdi e marrone, poi due fuoristrada, quindi un paio di carabinieri in moto. Nessuno mi ha notato, anche perché il rombo di motore che preannunciava il loro arrivo, nella quiete di una notte sigillata come un barattolo sotto vuoto, mi consentiva di nascondermi con largo anticipo. Dov’è il fatto strano, allora, direte? Che, a un certo punto, dopo qualche minuto dal passaggio dell’ultimo mezzo militare, si è fatta avanti una presenza, diciamo non istituzionale.

Indovinate un po’? Una berlina nera, a passo d’uomo. Risaliva il corso principale della città e me ne sono accorto in tempo solo perché procedeva dal senso di marcia opposto rispetto al mio. Io stavo camminando allo scoperto, convinto com’ero che i pochi soldati e agenti di pattuglia li avrei sentiti arrivare prima che loro si accorgessero di me. Così, all’improvviso, ho scorto questa splendida auto di rappresentanza che s’immetteva nel vialone e lo percorreva con lentezza impressionante. Soprattutto silenziosa, come se il suo motore fosse inzuppato nel cotone e le sue gomme scivolassero su invisibili rotaie. Ho avuto abbastanza prontezza da togliermi dalla visuale del suo conducente appena in tempo e nascondendomi dietro a una colonna. La macchina ha continuato nella sua funerea processione. Mi ricordava proprio questo, vista da davanti: un gigantesco carro funebre che porta il suo sfortunato passeggero a destinazione. Quando è giunta a non più di cento metri da me, ho avuto la certezza che si trattava di un veicolo simile a quello dentro il quale Mauro ha perso il senno. Mi sono accorto di aver paura dal rumore che i miei denti producevano grattando l’uno sull’altro e dal tappetino di aghi in cui si era trasformata la peluria dei miei avambracci. E però riuscivo lo stesso a pensare lucidamente. Non mi avrebbero preso, non se rimanevo nascosto senza fare il fenomeno. Da quello che avevo potuto imparare in occasione del mezzo rapimento del mio amico detective, queste ‘cose’ non usano la forza. Piuttosto ti attirano dentro l’oblò del loro abitacolo come il pifferaio magico faceva con i bimbi di Hamelin. Sei tu che la vuoi seguire, non la macchina che ti costringe. Pensavo di essere più forte. Quando l’auto è giunta a pochi metri dal posto dove mi trovavo ho sentito distintamente il finestrino che si abbassava: zssszsszzzszzszzs. Il richiamo. Ora, non so come spiegare, ma in quel momento ho capito che dovevo andare con lei, che qualcosa di appagante e definitivo mi aspettava tra i morbidi sedili in pelle che arredavano quella vettura. Sono uscito allo scoperto. Ho camminato, ero un Ulisse incantato dalle sirene, intontito come un ragazzetto inebriato dalla prima canna. Mi sono collocato proprio sulla traiettoria del muso argentato della berlina. Lei scivolava in avanti verso di me, dolcemente, discretamente, facendo rotolare i suoi pneumatici di gomma sull’asfalto un centimetro alla volta. I vetri erano schermati e sembravano l’occhio vitreo e inespressivo di un calabrone gigante, il paraurti sul davanti di metallo cromato rifletteva il fioco bagliore dei lampioni soprastanti, la targa era enorme, di un bianco spento, con un puntino (un simbolo?) azzurrognolo sull’angolo in alto a destra. Veniva verso di me, dieci metri, nove metri e cinquanta, otto metri, sette metri, sei metri e cinquanta. Avrebbe potuto massacrarmi in un istante triturando in minuta poltiglia le mie ossa. Ma non lo ha fatto. Era come se quell’immensa automobile, evidente parto della tecnologia più avanzata, mi volesse bene. Io le volevo bene, questo è certo. La paura era evaporata. La città riluceva davanti a me e ciò che prima mi risultava spettrale ora lo trovavo semplicemente appropriato. Era tutto più bello, così libero, così vuoto. Per un attimo, mentre quella specie di Corvette extralusso mi si approssimava con la reverenza di un innamorato che sta per scoccare il primo bacio, ogni cosa mi è risultata finalmente chiara. Lo so che è una follia, ma è come se tutta questa storia delle sparizioni assumesse un suo proprio significato, quasi che all’improvviso riuscissi a guardarla dalla prospettiva giusta e cominciassi a incamerare le informazioni mancanti, necessarie a capire. Lei intanto rotolava inerte (infatuata?) verso di me: quattro metri, tre metri, due metri e cinquanta, un metro e mezzo, cinquanta centimetri, trenta, venti, dieci. Quando è arrivata a meno di un palmo dalle mie ginocchia e l’ho avuto quasi addosso, ho potuto apprezzarne per intero l’imponente, altera bellezza. Una magnificenza regale, sontuosa, sideralmente lontana dalla sporcizia in cui noi umani teniamo a mollo, abitualmente, le nostre cose. Avrei voluto abbracciarla, ma non potevo. L’unica maniera per entrare nel suo mistero era fare ciò che Mauro e, chissà quanti altri, avevano già fatto. Entrarle dentro, consumare quella specie di amplesso, violare la sua intimità.

Così, mi sono spostato di fianco, ho cominciato a muovere dei passettini esitanti verso il lato del guidatore ed è stato proprio in quell’istante che qualcosa ha smesso di funzionare. Dal finestrino abbassato è spuntato un gomito. Sì, un gomito, l’estremità piegata di un braccio. L’incanto si è spezzato. La berlina adesso mi stava annusando. Proprio come un cane che fiuta il deretano di un collega per stabilirne i rapporti di forza e di gerarchia. Non mi muovevo, non volevo muovermi, non potevo muovermi. Avrei potuto, semplicemente scartando di lato, guardare in faccia lo choffeur per capire molto di più su ciò che sta capitando. Ma non mi è stato permesso di farlo, questo è l’unico modo in cui posso descrivere ciò che mi è successo. Si è sentito il solito zszszsszszszszs del finestrino che si sollevava, mentre il gomito del suo autista (ma quella di Mauro non aveva nessun guidatore a bordo!) rientrava e l’auto si rimetteva in moto. Me la sono vista sfilare di fianco, poco mancava che mi piallasse il malleolo. Mentre si allontanava è svanita anche tutta la magia. Non ho più sentito le stesse emozioni. Solo una fortissima punta di gelosia, come quando una donna fantastica, che è tua, ti lascia per un altro. Poi sono rientrato in me stesso. Mi sono dato dell’idiota e ho deciso di seguire la vettura nel suo girovagare. Ed è qui che ho avuto la seconda sorpresa. La macchina è passata almeno tre volte vicino ai mezzi dei militari senza mai essere fermata. Anzi, in un’occasione ho visto distintamente il suo ignoto occupante fare un cenno di saluto, sfanalando con gli abbaglianti, a un furgoncino della polizia. In un’altra circostanza, ed è questo che mi ha lasciato allibito, una motocicletta dei caramba si è fermata e l’agente ha addirittura scambiato due parole con chi occupava il lato passeggero della Corvette; quindi erano in due… Ho girovagato un altro po’ in preda a un muto sconforto e infine sono rientrato a casa e non mi è bastato consumare venti dosi di nicotina e catrame e scolarmi mezza bottiglia di vodka ghiacciata per svellere i tre chiodi che ho conficcati nel cranio: 1) perché quella berlina mi piaceva?; 2) perché mi ha respinto?; 3) perché il coprifuoco pare non riguardare proprio le macchine nere così evidentemente collegate alle sparizioni? Adesso sono cotto. Spero solo di dormire e di dimenticarmi per un po’ di me stesso.

 
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