10 Agosto 2017 bis - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Agosto

10 Agosto 2017


10 agosto 2017, mezzogiorno

Mi ha svegliato il suono sincopato di un tamburo. Era Mauro che batteva con i cucchiai di legno su due pentole rovesciate. E’ in piedi da almeno  quattro ore ed è stato veramente bravo. Si è cambiato, ha fatto colazione con due vecchie confezioni mini di Ringo e del latte freddo, poi, così mi ha detto, ha guardato i cartoni per un bel po’, finché non mi ha sentito urlare. A suo dire, verso le undici, ho cominciato a gridare come un ossesso ‘voglio uscireeeee, voglio uscireeeeee’. Lui, poverino, è venuto al mio capezzale e ha cercato di svegliarmi, ma non c’era verso. Dice che mi sono alzato cercando qualcosa, a tentoni, per la stanza, poi sono tornato a letto e sono ricascato in un ‘dormisveglia’ (lui lo chiama così) che è finito solo cinque minuti fa. Mah… so solo che ho la bocca impastata di succhi gastrici, gusto di cicche e alcol. Uno schifo. Adesso ci sto insufflando dentro la prima Muratti della giornata. Ho finito le mie bionde e sono ricorso alla riserva che avevo trovato nelle tasche del giubbino del mio caro detective. Vi assicuro che me la merito e che la sto assaporando perché mi infonde un senso di calma che nient’altro riesce a darmi. Il fumo fa male. Il fumo fa bene. Dipende da dove lo guardi, da come lo interpreti. È sempre una questione di interpretazione. Anche il sogno vigliacco di stanotte che, probabilmente, ha a che fare con le grida disumane che hanno spaventato il mio Maurino, stamattina.

Dunque, stavolta mi trovavo in autostrada, sulla corsia d’emergenza, proprio sotto il cartello segnaletico che funge da confine tra due regioni. Avete presente? Quelli della serie: «La Lombardia vi saluta, benvenuti in Veneto». Con me c’era Monica seduta sul sedile anteriore. Nadia invece era legata, imbavagliata e sanguinante che si dimenava dentro il portabagagli. Non chiedetemi perché fosse lì e chi ce l’avesse messa. Il mio film notturno è cominciato con questa scena e non nutrivo particolari sensi di colpa per questa situazione. Era lì e lì, per quanto ne sapevo, doveva stare. A un certo punto, da lontano, ha cominciato ad avvicinarsi, come uno sciame di insetti, un’intruppata di mezzi militari preceduti dalle solite macchine nere. Venivano avanti contromano. Vedevo tutte le macchine davanti a me che frenavano bruciando i copertoni sull’asfalto, in una nuvola di fumo irrespirabile, per poi fare repentinamente marcia indietro. In breve, ho capito che anch’io dovevo fare la stessa cosa. Ho fatto dietrofront e sono schizzato a duecento all’ora verso casa. Quando sono arrivato alle porte della città, ho visto un manipolo di soldati che presidiava la tangenziale esterna, dipanando spirali di filo spinato alte un paio di metri. Coordinavano squadre speciali di individui inguainati dentro enormi e gonfie tute nere del genere antiradiazioni, caschi con la visiera color cobalto e guanti di titanio. Incuriosito, ho chiesto chi fossero aumentando al massimo il volume dell’autoradio perché non sentissero i colpi di Nadia che si dimenava sul retro. Un ragazzotto in divisa, coi capelli a spazzola e la pelle butterata di foruncoli, mi ha detto che era meglio se entravo in città perché dopo non avrei potuto più farlo. Nonostante chiedessi insistentemente spiegazioni, mi ha risposto puntandomi la carabina al naso e suggerendomi di procedere verso il centro storico perché chi restava fuori dal ghetto rischiava una pessima fine.

Guidavo e Monica taceva. Guidavo e un’angoscia mista a desiderio mi affluiva verso il basso ventre. Lei era fantastica, indossava uno strettissimo top antracite e teneva le gambe incrociate con la minigonna che faticava a coprire ciò che c’era da coprire. Dietro, gli strepiti di Nadia si facevano via via più radi. Arrivati sotto casa, abbiamo parcheggiato nel garage sotterraneo e scaricato Nadia dal bagagliaio, semisvenuta. Stavamo per salire in ascensore, quando, sull’ingresso, abbiamo trovato Perlingioni. Mi fa: «Carissimo avvocato, mi raccomando: si è ricordato di fare la spesa?». Gli ho chiesto perché avrei dovuto, mentre lui toccava i bicipiti e i capelli di Nadia (che io portavo sulle spalle a mo’ di tappeto) come se fosse una salamella da grigliare all’istante. Mi ha risposto col suo tipico fare affettato: «Ma perché da stasera non si può più uscire dai palazzi, avvocato. Non si ricorda? Gliel’avevo pur detto, già una settimana fa. Comunque, di qualunque cosa dovesse avere bisogno, non si faccia scrupoli. Io sono qui per lei. Io le fungo da promemoria…» ed è scoppiato a ridere mentre, all’esterno del palazzo, una squadra di specialisti incellofanati nelle loro tute antiatomiche sigillava il portone con un nastro adesivo giallo e nero. Siamo saliti in ascensore, mentre sentivo l’ansia che mi formicolava risalendo dal bacino fino al cuore e intossicandomi i polmoni. Respiravo male. Quando siamo entrati nel nostro appartamento, ho scaricato Nadia in salotto. Monica l’ha slegata e le ha strappato il bavaglio di scotch che le teneva tappata la bocca portandosi via due dita di pelle. Ha subito vomitato una valanga di improperi all’indirizzo di noi due. La mia partner cercava di difendersi, di convincerla che era tutto per il suo bene, che la violenza fa solo il ‘loro’ gioco (anche nel sogno non sapevo chi fossero ‘loro’, interessante vero?).

Nadia ha afferrato un coltello da macelleria che se ne stava a riposare nella feritoia del suo ceppo di legno. Allora Monica, esibendo un’agilità da ninja, rapida e saettante come la lingua di un camaleonte, ma con l’eleganza di un airone, ha levato la gamba destra tesa avanti a sé e ha colpito, di piena potenza, Nadia sul petto, facendola cadere all’indietro e, soprattutto, disarmandola prima che mi (ci) squarciasse la gola. Non ho avuto neanche il tempo di ringraziarla. Ha suonato il campanello. Era di nuovo Perlingioni che mi domandava se mi ero segnato che di lì a cinque minuti nessuno avrebbe più potuto uscire dagli appartamenti. Gli ho chiesto che cazzo significava e, con il consueto tono condiscendente del maestro che dà una tirata d’orecchie al discolo, ha cantilenato: «Ma daaaai, avvocaaaaaato, motivi di sicurezzaaaaa, noooo?» E poi, più civettuolo di un’adolescente in calore: «Su, da bravo, mi consegni le chiavi…». Io non volevo, ma Monica mi si è avvicinata, mi ha sussurrato qualcosa di zuccheroso alle orecchie, mi ha pregato di obbedire, che le ribellioni portano solo vendetta, sangue e morte. Parlava la lingua dell’amore e della comprensione e mi aveva appena salvato la vita. Ho estratto il portachiavi dalla tasca e l’ho consegnato al geometra. Lui ha esibito il suo sorriso più falso, si è chiuso la porta alle spalle e ha girato tre volte la chiave. Adesso eravamo intrappolati nel mio appartamento. Guardando le finestre della casa, ho visto che i team della security stavano avvolgendo l’intero palazzo nella carta stagnola. Uno di loro è entrato dal balconcino della cucina. Aveva il suo bravo casco bene agganciato a un collo taurino. Parlava con voce monocorde e metallica. Ci ha invitati a chiuderci nello sgabuzzino delle scope, per ragioni di sicurezza nazionale. Gli ho chiesto se fosse impazzito, ma lui ha sollevato Nadia e l’ha scaraventata nel ripostiglio. Poi ha spianato un’arma pseudo spaziale verso Monica e me e ci ha intimato di infilarci nello stesso pertugio. Prima, però, mi ha messo in mano un bouquet di fiori d’arancio. Dentro era buio, quanto può esserlo uno stambugio di un metro per un metro con l’uscio serrato. Ho sentito Nadia che piangeva. Ho avvertito lo stantio sentore di pulviscolo rappreso che mi saturava le narici. Puzzo di chiuso. Una sferetta di naftalina, infrattata in qualche fessura, rendeva quel covo di scope mortifero. Senso di soffocamento. Poi, qualcosa di umido e setolato che mi si attorcigliava alla gamba destra muovendo dalla caviglia. È allora che ho cominciato a urlare.

 
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