1 Luglio 2017 - Libro Apocalisse, Mistery, romanzo da leggere gratis ebook per ragazzi

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Luglio

1 Luglio 2017


01 luglio 2017, ore 18:00

È iniziato il mese di luglio e siamo tutti un po’ più stanchi. Stavo per scrivere ‘un po’ meno numerosi’, ma le battute da cabaret su questa vicenda iniziano a darmi sui nervi. I notiziari si sono fatti più sobri. Stranamente, sia i tigì dell’ora di pranzo sia quello di prima serata, stanno cominciando a sfumare sulla questione. Per carità, è sempre la notizia calda che tende a oscurare tutte le altre, però c’è qualcosa, qualcosa di diverso… da due o tre giorni, per esempio, non è più il tema di apertura. Reti pubbliche e private propongono servizi più corti, meno enfasi, ottimismo sparso con cura. Insomma, uno sforzo evidente di minimizzare, deviare l’attenzione, riportare la calma. Solo un idiota non sarebbe in grado di vederci dietro la sapiente manina di qualcuno. Il manovratore, quale che sia il volto che desiderate dare a questa entità, ha deciso che è il momento di allentare la tensione, prima che il tutto degeneri. Capite cosa intendo? Disordini, rivolte, anarchia. La temperatura dell’opinione pubblica è fuori controllo e i nostri ‘cari’ governanti, quelli ufficiali e quelli dietro le quinte, hanno pensato bene di abbassarla nell’unico modo che conoscono e che praticano da decenni: la manipolazione delle notizie. Certo, se chiedete al mio socio cosa ne pensa, vi dirà che sono il solito paranoico senza fiducia in chi ci rappresenta. Probabilmente, sette persone su dieci saranno d’accordo con lui. D’altra parte, se da circa un paio di settimane vengono diffusi dati taroccati con il trend delle sparizioni in costante discesa e la fiducia degli elettori nella positiva soluzione della vicenda in continuo aumento… Sarà. Tuttavia, che i conti non tornino lo dimostra una considerazione banale: se, a livello nazionale, ci raccontano che il fenomeno si sta assestando (anche se nessuno sa dirci in che cazzo consista non dico il fenomeno, ma almeno l’assestamento!) basta darsi un’occhiata alle spalle, o di fianco, per capire che le cose stanno diversamente. Nel senso che è sempre più frequente venire a sapere che un vicino, un amico, un parente ha salutato la compagnia e si è reso irreperibile. Prendete il sottoscritto. Fino a ieri potevo dire di conoscere, per esperienza diretta, soltanto i casi dei coniugi Martini e del mio cliente Perlingioni. Oggi, si sono aggiunti la cognata di Riccardo, la sorella della segretaria di studio e un altro degli inquilini del mio palazzo, Filippo Astolfi, un giovane sbarellato che si era fatto notare per i festini a luci rosse che era solito organizzare il sabato notte e che sono finiti più di una volta con la polizia nel palazzo chiamata da qualche vicino esasperato. Dunque, altre tre persone della cerchia delle mie conoscenze. Un po’ troppo, sinceramente, per credere alla favola dei telegiornali secondo cui le cose si stanno via via sistemando.

Comunque, non ho novità da Mauro. Ogni tanto (almeno tre volte al giorno) lo chiamo, più per sincerarmi della sua permanenza tra noi che per la speranza di avere delle news. Quel fatto che mi ha raccontato, di essere stato seguito da qualcuno, l’ho liquidato troppo in fretta come la fissa paranoide di un voyeur di professione. Dopo il sogno dell’altra notte sono assai meno persuaso che fosse solo suggestionato. Che altro dire? In ufficio si lavora di conserva. Sì, certo, le solite udienze alla mattina, ma, per il resto, calma piatta. Stasera sono a cena dai miei. Son tre mesi che non mi faccio vivo, se non attraverso le telefonate coatte della domenica pomeriggio, quelle per far sapere a mia mamma di essere ancora al mondo. Lo so che sbaglio, ma son stanco di sentirmi dire che a quarant’anni dovrei essere sposato, che dovrei dargli un nipotino, che Nadia (e le altre con cui mi vede uscire la sorella di mia madre che, accidenti a lei, abita nel condominio di fianco al mio) somiglia più a una soubrette che a una catechista (e, infatti, non fa la catechista, cara mamma!). Neanche adesso che la gente scompare senza motivo, mi sento in dovere di essere più assiduo nelle visite ai miei. Ma non dipingetemi troppo in fretta come un senza cuore. In realtà, se c’è qualcuno che non corre alcun rischio, sono loro due. Mio padre soffre di una malattia degenerativa che non gli consente di schiodarsi dalla poltrona. Mia mamma già prima usciva poco di casa e adesso non mette fuori il naso neppure per la spesa. Se la fa portare dal garzone del supermercato preferito. Cioè, non possono sparire neanche volendolo, visto che è un’esperienza che, per quanto si sa, ad oggi è capitata solo a gente che si trovava a circolare in esterni di notte.

In verità, stasera qualcosa da raccontare ce l’avrei. Ho rivisto la ragazza angelica del primo piano, la nuova condomina. Le ho chiesto se aveva bisogno di una mano per portar su un ingombrante pacco che, in effetti, si è rivelato più pesante di quanto non apparisse a prima vista. Mi ha risposto di sì con quel fare riservato che la rende ancora più intrigante. L’involucro di carta marrone, una volta sballato, ha lasciato spazio a uno stereo, parecchio usato, probabilmente preso di seconda o terza mano nel magazzino che smercia roba vecchia in fondo alla via. Lei si è quasi scusata per l’impressione che temeva di suscitare, mi ha detto che le serviva un apparecchio dotato di mangianastri e mangiacassette e i nuovi miracoli della tecnologia giap non lo sono. Ho abbozzato un commento del tipo ‘ce ne fossero ancora persone come te non divorate dal consumismo imperante’ e lei giustamente ha riso come se avessi detto una banalità da reality. In fondo era vero, perciò ho riso anch’io. Lei mi ha chiesto se volevo un succo o un caffè e, calcolando che ci avrebbe messo più tempo a smanettare con la moka, ho risposto che preferivo senz’altro un deca. Che volete farci. Mi bastava starmene lì a osservarla. Ha la carnagione evanescente, dei capelli sul biondo, ma non secchi come molte strafighe che se la tirano senza ragione. No. Fluenti, densi, consistenti, come una cascata di miele che arriva a lambirle il collo. Gli occhi sono verdi bottiglia, profondi, vivaci. Ci guizza l’intelligenza lì dentro, la vedo saettare sia quando esprime ciò che le passa per la testa, sia quando tace, ma s’indovina il lampo di un’idea inespressa che avvampa dalla pupilla e subito muore. Ha un bel fisico, anzi un fisico notevole, proporzionato, più atletico che artistico, se devo usare un criterio tutto mio. Diciamo che mi fa pensare a una che si allena in pista piuttosto che a una ballerina o roba così. Non ha trucco, né rossetto, né fard, né eyeline, né ombretto. Nulla di nulla. Una di quelle rare espressioni del gentil sesso che sono belle uguali sia quando ti si addormentano vicino, sia quando ti si svegliano accanto alla mattina. Nadia, per capirci, il giorno dopo è inguardabile. Vi chiederete quante ore son rimasto con lei. Non più di dieci minuti. Il caffè ha svolto il suo meritorio compito di intrattenitore, ma quando stavamo iniziando i primi sorseggi, un’amica ha citofonato e lei, scusandosi, mi ha detto che doveva proprio andare. Le ho domandato il nome, mentre entrava e usciva come il vento dalla sua camera, spogliandosi del vestito da lavoro e indossando una tuta bianca e azzurra da jogging. Monica, si chiama Monica. Mentre si precipitava giù dalle scale le ho chiesto se potevamo rivederci; si è girata e, sorridendo di un’ironia trattenuta, quasi timorosa di potermi ferire, mi ha risposto che sarà inevitabile visto che abitiamo a due piani di distanza. Magari è vero, però mi ha ferito, che razza di risposta è. Io intendevo… Vabbè, comunque il nome ora lo so. Non resta che attendere il prossimo caffè.


 
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